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Al
recente simposio romano su Chiesa e comunicazione sociale
COME PARLARE DI DIO NEI MEDIA
Ferruccio de Bortoli
La Chiesa entri nella mischia dei media
Mons.
Foley:«Dobbiamo lavorare insieme in modo che la gente non perda il
vero scopo della vita perché distratta dagli indici di ascolto di
ieri o dalle notizie di oggi». De Bortoli:«Nei media se ne parla
troppo e troppo poco, e spesso si perde il senso che la persona umana
deve essere al centro della comunicazione».
«Diffondere una mentalità realmente comunicativa in tutti i
cattolici, per formarli ad essere consumatori critici e creativi dei
media». È il compito idealmente affidato da mons. John Patrick Foley,
presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali,
durante il Simposio su “Chiesa e media: un futuro che viene da
lontano”, che si è tenuto a Roma alla fine di febbraio per
celebrare i 40 anni del dicastero pontificio.
«La Chiesa e i media», ha osservato l’esponente vaticano, «devono
ricordare sempre che il futuro non è soltanto illimitato; è anche
eterno: dobbiamo lavorare insieme in modo che la gente non perda il
vero scopo della vita perché distratta dagli indici di ascolto di
ieri o dalle notizie di oggi. Un futuro illimitato per la Chiesa e per
i media», ha ammonito Foley, «deve sempre avere una dimensione
spirituale. Deve avere un profilo umano, ma sempre con una scintilla
di divino».
Il presidente del dicastero pontificio ha iniziato il suo intervento
definendo la lettera apostolica del Papa ai responsabili delle
comunicazioni sociali, Il rapido sviluppo, presentata il 21 febbraio,
“rivoluzionaria” quando afferma che «l’uso delle tecniche e
delle tecnologie della comunicazione contemporanea costituisce parte
integrante della missione della Chiesa nel terzo millennio». Da parte
sua, «la Chiesa è stata sempre presente nei media», ha fatto notare
Foley citando tra l’altro i 40 anni dal decreto conciliare Inter
mirifica e la lettera apostolica del Papa Redemptoris Missio, dove
Giovanni Paolo II definiva già i media come moderno “areopago” in
cui far risuonare il messaggio evangelico.
“TROPPO” E “TROPPO POCO”: TRA “TALK SHOW” ED “EROISMO
QUOTIDIANO”. Nei media, di Dio «si parla troppo e troppo poco», e
spesso «si perde il senso che la persona umana deve essere al centro
della comunicazione». Lo ha detto Ferruccio de Bortoli, direttore de
Il Sole 24 Ore. «Non si è mai guardato con tanto interesse alla
Chiesa come oggi», ha osservato il relatore, «ma bisogna diffidare
degli eccessi» e di fenomeni come «il trasformismo dei laici,
l’agitarsi dei devoti, ma anche un certo “voyeurismo” della fede
che non è che una delle tante varianti dell’informazione-spettacolo».
Secondo De Bortoli, in particolare, nei media «si parla troppo» di
Dio nel senso che c’è una ripresa di temi religiosi dovuti al «senso
di smarrimento» dell’uomo moderno, che «si interroga sul senso
ultimo della vita, cerca forme primitive di religione, o forme di
appartenenza metareligiosa. Ma il rapporto con il divino non si trova
nelle scorciatoie della New Age, né in certi isterismi collettivi. La
religione non è una beauty-farm».
Altro caso in cui si parla “troppo” di Dio, oltre al dilagare dei
“talk show” televisivi, è per il direttore de Il Sole 24 Ore, «quando
si mette in rapporto la fede con il terrorismo: ma Dio non guida
nessun esercito, e questo concetto non lo si trova neanche
nell’Islam». Non mancano, per De Bortoli, altre “patologie”
rivelatrici del “troppo” parlare di Dio che appartengono allo
stesso mondo cattolico: «C’è chi veste gli inediti panni del
crociato moderno, e a volte capita di assistere a difese a spada
tratta da parte di credenti devoti». Si parla “poco”, invece, di
Dio –èla denuncia del giornalista, che ha invitato la categoria ad
una sorta di esame di coscienza – quando si trascurano «i
quotidiani, piccoli e grandi sacrifici della “normalità”, il
mondo della sofferenza, il volontariato»: tutti settori, ha concluso,
dove l’informazione è spesso «carente, episodica, distratta,
impreparata».
OPINIONE PUBBLICA E “CENSURA”: IL “FALSO MITO” DEL
“TESTIMONE DIRETTO”. «Fornire un’informazione corretta e
rispettosa della libertà di scelta dei cittadini», perché fondata
sul «rispetto delle persone, che vogliono avere occhi aperti sul
mondo, ma non intendono assistere ad uno spettacolo senza aver avuto
la libertà di acquistare il biglietto». Per De Bortoli, è questo il
compito principale degli operatori dell’informazione, proprio a
partire da quell’“etica della responsabilità” raccomandata
dalla Chiesa fin dai tempi del Concilio, e che per i media si rivela
“ancora attuale nella modernità convulsa e ‘liquida’ che stiamo
vivendo”.
«C’è uno specifico morale che non appare in nessun bilancio», ha
aggiunto il relatore, che ha invitato a guardarsi «più
dall’eccesso, che dall’essenza di notizie». «Se l’assenza di
informazione – ha spiegato – provoca scandalo, l’eccesso di
notizie narcotizza le coscienze nell’illusione di sapere tutto “in
tempo reale”, per il semplice fatto di aver visto tutto scorrere
davanti agli occhi, sullo schermo televisivo o di un computer».
Èquello che De Bortoli ha definito «il mito del falso testimone
diretto», tipico della civiltà dell’immagine, in cui «l’abbondanza
e la caoticità delle informazioni si rivelano la più perniciosa
forma di censura, per di più invisibile. Quando al lettore si offre
troppo, è come se gli si offrisse nulla», visto il senso di
“confusione” e “smarrimento” che l’overdose informativa,
priva di “mediazioni” giornalistiche, comporta. In questo
contesto, ha concluso il relatore, il citato mito del “testimone
diretto” si rivela la «forma più subdola di disinformazione». (M.M.N.)
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