DVD dei Mnogaja Leta Quartet live in Caldonazzo 2004

 

Luciano, Nino, Maurizio e Alberto: trent’anni di concerti. Italia, Francia, Brasile, Spagna, Madagascar e Russia le prime ricerche ed esperienze di canto popolare, e subito Negro-Spirituals, in cui trovano l’espressione più sentita in un intreccio di soli e coro di immediata armonia. Mnogaja leta: molti anni felici. È un inno augurale bizantino-slavo che dà il nome al quartettò: seimila miglia dall’esperienza dei negri d’America ma senza confini di spazio e di tempo nell’unica matrice di speranza e di amore.
I concerti del quartetto sono antologie dei più famosi Negro-Spirituals tradizionali, che narrano le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, le pene della schiavitù e la speranza della liberazione almeno nell’altra vita, con la semplicità, l’armonia e il ritmo tipico di questi brani che possono essere definiti come “la preistoria del Jazz”.
Per la migliore comprensione dei testi, prima o durante ogni brano ne verrà spiegato il significato. Prima del concerto verrà inquadrato brevemente il fenomeno della nascita dei Negro-Spirituals sia dal punto di vista storico che musicale.
I Negro-Spirituals: sono i canti degli schiavi negri d’America, formatisi tra il 1700 e il 1800, quando la musica in Europa era quella di Bach, Mozart e Beethoven.
Gli Spirituals rappresentano, da un punto di vista musicale, la fusione di diverse culture. Alla matrice africana si sovrappongono gli influssi europei della musica popolare celtica, irlandese, anglosassone, e del corale protestante, a quei tempi diffuso nell’America del Nord. Diversi quindi gli influssi musicali, unica invece la matrice “spirituale”. 

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe prende il posto degli dei pagani e gli eroi del Vecchio Testamento diventano gli eroi di un popolo di schiavi, in una assoluta simmetria di sofferenze, attese e certezze tra l’ebreo in cerca della terra promessa ed il negro nel desiderio di pace.

“Nessuno sa il dolore che ho visto, nessuno lo sa, tranne Gesù”, canta uno dei più famosi spirituals. E storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, e filastrocche degli Apostoli in cammino, e scherzi del vecchio Satana, in una assoluta identificazione fra l’eterno cristiano, con il suo dolore e la sua speranza, e la vita dello schiavo, con il suo dolore e la sua attesa di pace, non qui forse, ma nell’altra vita, “al di là del fiume Giordano”, con serena certezza.
“E cosa credi che fossero gli spirituals, i blues e tutto il resto se non il nostro inno, la nostra lode al Signore? E come credi che allora avrebbero potuto resistere i negri delle piantagioni senza di Lui, senza la fede, senza la speranza in Lui? Si sarebbero suicidati tutti, credimi, se non avessero ascoltato la Sua voce. Ecco, soltanto questo è il Jazz la nostra speranza in Lui”.
(Louis Armstrong, 1971 durante un’intervista rilasciata al giornalista italiano Carlo Mazzarella)


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