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Nel
libro “Wojtyla e il Generale”, il prefetto di Polizia Enrico
Marinelli
racconta
di quando scortava il Pontefice polacco nelle sue uscite segrete dal
Vaticano per andare a sciare o a passeggiare sulle vette.
IN MONTAGNA CON GIOVANNI PAOLO II
Di Renzo
Allegri
Giornalista - Scrittore
renzo@editorialegliolmi.it

Nell’ottobre di trent’anni fa,
veniva eletto Papa il cardinale polacco Karol Wojtyla che prese il
nome di Giovanni Paolo II. Erano 450 anni che sul trono di Pietro non
saliva uno straniero. Per questo, l’annuncio dell’elezione fu
accolto con stupore e freddezza dalla folla raccolta in Piazza
San Pietro e dai milioni di credenti che seguivano la cerimonia alla
televisione. Ma bastarono poche parole di saluto del neo eletto a
dissipare i dubbi e a scatenare una incredibile corrente di simpatia e
di entusiasmo, che andò col tempo via via aumentando fino a fare di
Giovanni Paolo II il Papa più popolare e più amato di tutta la
storia del Cristianesimo.
Per ricordare i trent’anni di
quell’elezione, nel corso di quest’anno sono state realizzate
iniziative di ogni genere, che continuano ancora. Sono stati tenuti
convegni di studi, conferenze, sono stati pubblicati innumerevoli
articoli e libri. Tra questi, uno in particolare mi ha colpito. Un
libro che si intitola “Wojtyla e il Generale” ed è stato
pubblicato dalla casa editrice “Nuova Itinera”.
Non ha una buona distribuzione e per questo non è
conosciuto come meriterebbe. Ma è un libro straordinario.
Conosco abbastanza bene l’argomento per aver seguito, come
giornalista, le vicende di Papa Wojtyla fin dalla sua elezione,
e per aver scritto anche un libro molto fortunato “Il Papa di
Fatima”. Ma devo dire che questo libro mi ha colpito
molto. Lo trovo bellissimo. Pieno di dettagli assolutamente
sconosciuti e umanissimi. Un libro vivo, vero, che affascina e
commuove.
Ho voluto conoscere l’autore. Si tratta di un
personaggio singolare e straordinario. Si chiama Enrico
Marinelli, è un prefetto di Polizia, oggi in pensione, che per
le vicende della vita ha avuto modo di conoscere Giovanni Paolo II in
circostanze del tutto speciali, addirittura uniche, e di avere quindi
molti episodi eccezionali da riferire.
Nato ad Agnone, nel Molise, nel 1932, Enrico
Marinelli si laureò in legge e nel 1956 entrò nella polizia di
Stato dove svolse una brillante carriera, impegnato sempre in compiti
particolarmente delicati: le emergenze sociali, la questione
agraria nel Mezzogiorno, la contestazione giovanile del ’68,
il terrorismo e l’eversione delle Brigate rosse, il caso Moro, la
sicurezza negli stadi. Divenne famoso per l’equilibrio, la
precisione e il successo con cui risolveva i problemi, e per
questo, nel 1985, gli fu affidato un incarico speciale: la
direzione dell’ Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza presso il
Vaticano, struttura della Polizia di Stato che si occupa della
protezione del Sommo Pontefice durante i suoi spostamenti in
territorio italiano.
Per 14 anni, Marinelli è stato il
responsabile della sicurezza del Papa. Compito particolarmente
delicato, ma divenuto delicatissimo dopo l’attentato che Papa
Wojtyla aveva subito nel maggio 1981.
Marinelli affrontò il suo nuovo
incarico con il piglio e la diligenza di sempre, ma uniti anche a una
grande devozione per il Santo Padre. E subito conquistò la
piena fiducia di Papa Wojtyla. Anzi, ottenne la sua amicizia.
<<Era un fratello, un padre per me>>, mi ha detto
Enrico Marinelli con gli occhi lucidi di commozione. <<Mi
chiamava affettuosamente “il mio generale”>>.
Marinelli ha raccolto nel suo libro
alcuni dei ricordi di quel periodo. <<Una minima parte>>,
precisa. <<Molte cose non si conosceranno mai, perché vincolate
dal segreto. Se avessi deciso di scrivere tutto, avrei riempito
diversi volumi>>.
Quello che ha scritto è di un valore umano
eccezionale. Anche perché, giustamente, Marinelli si è dilungato,
con molta attenzione, rispetto e riservatezza, a raccontare ciò
che nessuno sa, che nessun giornale ha mai scritto. E cioè le
“uscite segrete” del papa dal Vaticano. Di quelle ufficiali,
abbiamo sempre saputo tutto dai giornali. Ma di quelle “segrete”
nessuno ha mai parlato.
Ne erano al corrente il segretario del Papa e qualche altro
ecclesiastico che lo accompagnavano e, sempre, Enrico Marinelli con i
suoi fidatissimi uomini della scorta, il cui compito diventava, in
quelle situazioni, ancor più delicato, in quanto dovevano agire in
gran segreto, senza che neppure le altre forze di polizia sapessero
niente. Allora, Marinelli e i suoi uomini avevano tra le mani la vita
del Papa. Di qualunque cosa avesse avuto bisogno, il Pontefice doveva
chiedere a loro. <<A poco a poco tra noi si instaurò un
rapporto di affetto e di fedeltà assoluti>>, dice Marinelli.
<<I miei uomini ed io erano pronti a dare la vita per
Giovanni Paolo II e il Papa ci amava come figli>>.
Ma quante furono le “uscite segrete” di
Papa Wojtyla dal Vaticano nei 14 anni in cui Marinelli fu responsabile
della sua sicurezza? Nessuno lo ha mai saputo. Alcune volte i
media hanno scoperto che Papa Wojtyla, in borghese, era andato a
sciare sul Terminillo o a passeggiare sul Gran Sasso. Ma nel suo
libro, Enrico Marinelli parla di “parecchie uscite”. Quelle due
parole, trattandosi di un Papa, incuriosiscono molto. “Quante
uscite?”, abbiamo chiesto a Marinelli. Da persona seria qual
è, non ha voluto precisare. Abbiamo insistito e alla fine ci ha
detto: “Diverse decine nel corso di 14 anni”. Frase
incredibile! Significa che Papa Wojtyla andò molto spesso sia a
sciare che a passeggiare sulle montagne.
Nel libro di Marinelli troviamo la cronaca di
alcune di quelle uscite. La descrizione minuta di com’erano le
sciate del Papa, le lunghe passeggiate, come camminava in montagna,
quanto camminava, cosa mangiava, perché affrontava quelle
passeggiate. Dettagli che stuzzicano la curiosità di tutti coloro che
hanno ammirato e continuano ad ammirare il grande Papa polacco.
<<Amava moltissimo la montagna>>, mi ha
detto Marinelli. << Era nato e cresciuto con questo amore. Per
lui, la montagna non era un diversivo, un’occasione per divertirsi.
La montagna era l’ambiente che gli permetteva di sentirsi più
vicino a Dio, che lo aiutava a concentrarsi nella preghiera. Mentre
passeggiava in montagna, aveva sempre il rosario tra le mani e
pregava. Si fermava ad ammirare il paesaggio e pregava. La natura lo
aiutava a parlare con Dio. Andare in montagna era per lui come
fare un giorno di immersione nella spiritualità più profonda.
<< Un giorno in Cadore, uscimmo con meta
il rifugio Calvi, nella zona di Sappada, a 2164 metri di altezza. Un
percorso in forte salita, per sentieri pietrosi. Quattro ore di
cammino. Arrivati, il Papa alzò gli occhi e vide una croce che si
stagliava nell’azzurro: era la croce del monte Peralba, quota 2694
metri. Decise di andare lassù. Ma bisognava superare una pericolosa
“via ferrata” con uno strapiombo di alcune centinaia di metri. Il
segretario, preoccupato, cercava di dissuaderlo, ma non ci riusciva.
Mi chiese aiuto. Tentai, insistentemente anch’io, ma ricevetti una
risposta secca: “Il Generale rimane qui a osservare il Papa che
raggiunge la croce di Cristo per pregare per l’umanità”. Capii
che per lui quella salita aveva un significato profondamente
spirituale, inutile contraddirlo. Dovetti attendere paziente, e
soprattutto trepidante per il pericolo che doveva affrontare. Seppi
poi che, lungo la via ferrata, ad un certo punto il Papa mise un piede
in fallo e rischiò di cadere nel precipizio. Alla sera, tornando,
ammise: “Il Generale aveva ragione, il percorso era
pericoloso”>>.
Marinelli mi racconta che Wojtyla in montagna era
un camminatore instancabile. Che a seguirlo si faticava molto. Perfino
i suoi uomini, giovani e aitanti, faticavano a tenere il suo passo. E
sulla neve era uno sciatore spericolato. <<Ma la montagna gli
faceva bene. Era una medicina per lui. Quanto tornavamo in Vaticano
era felice, rilassato e pieno di nuove energie>>.
Ogni pagina del libro è una sorpresa, che rivela
qualche aspetto sconosciuto di Wojtyla. Amava la montagna al punto da
uscire segretamente dal Vaticano per andare a sciare, ma si
sentiva in colpa. <<Pensava fosse tempo sottratto ai suoi
doveri>>, mi ha detto Marinelli. <<E sapeva che molti
cattolici non avrebbero condiviso quel suo comportamento e soprattutto
molti ecclesiastici.
Una sera, ringraziando me e i miei collaboratori, come faceva
sempre al rientro, disse una frase che mi lasciò di stucco:
“Grazie perché proteggete e nascondete uno scandalo
internazionale”. In un’altra occasione, al termine di una lunga
passeggiata in montagna, mi chiamò, si tolse il cappello e disse:
“Non son degno”>>.
In montagna, il contatto di Marinelli con il Papa
era continuo e diretto. <<Giovanni Paolo II era gentile,
affettuoso, premuroso>>, racconta il Prefetto Marinelli.
<<Non solo con me, ma con tutti quelli che facevano parte della
spedizione. Eravamo come una famiglia in gita. Il Papa era di una
semplicità e di una umanità commoventi con tutti noi. A volte, in
quota, dopo aver mangiato qualcosa al sacco, faceva un riposino.
Chiedeva scusa, si allontanava un poco e si sdraiava sulla nuda terra
coprendosi con una coperta di lana. In alcune occasioni mangiai con
lui. Ricordo che un giorno non aveva consumata tutta la sua
fetta di pane. Prese il pezzo rimasto, lo avvolse in un
tovagliolo di carta e lo mise nello zaino dicendo: “Lo finirò più
tardi con una tazza di te”. Il 13 di luglio ricorreva la festa di
Sant’Enrico, era quindi il mio onomastico. E lui sempre si ricordava
di farmi gli auguri. Voleva che brindassimo. La prima volta, eravamo
su una vetta. Il segretario disse: “Ma non abbiamo vino per
brindare”. “Non importa”, rispose il Papa. “Brindiamo con
l’acqua e questa sera lo faremo con il vino”.
<<Un giorno eravamo usciti per una
passeggiata nei pressi del Gran Sasso. Affrontammo una salita molto
dura. Il Papa continuò a camminare imperterrito per diverse
ore. Quando si fermò, erano le due del pomeriggio. Pensavamo
decidesse tornare, anche perché le scorte del cibo erano al “campo
base”. Invece, decise di proseguire. Il segretario mi chiese se
avessi qualcosa da mangiare. Il mio appuntato aveva nello zaino cinque
panini preparati da mia moglie. Gliene diedi tre: due per il Papa e
uno per lui. Il Papa si rifocillò e continuò a salire per altre due
ore e mezzo e poi si cominciò a scendere. Arrivammo al “campo
base” che imbruniva. Il Papa mi disse: “Oggi sarà scritto negli
annali vaticani che il Generale Marinelli ha sfamato il
Papa”>>.
Renzo Allegri
Didascalie per le foto
Foto 1 Enrico Marinelli, nella sua casa romana, racconta i suoi
incontri con Giovanni Paolo II, che ha raccolto nel libro
“Wojtyla e il Generale”. Prefetto di Polizia, oggi in
pensione, è stato, dal 1985 al 1999, direttore dell’ Ispettorato
Generale di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, responsabile quindi
della protezione del Sommo Pontefice durante i suoi spostamenti
in territorio italiano.
Foto 3. Un incontro tra Enrico Marinelli e Giovanni Paolo II in
Vaticano. Dal sorriso che si vede sul volto del Pontefice, si
comprende quanto il Papa gli volesse bene. <<E’ stato per me
come un fratello e un padre>>, ricorda Marinelli.
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