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DON
LUIGI MARIA EPICOCO
“Confitti”
sulla croce ma non “Sconfitti”
Agenzia
Sir
“Confitti”
sulla croce ma non “Sconfitti”. Questa frase mi ritorna spesso
alla mente mentre fisso gli sguardi ancora carichi di pianto di questo
nostro popolo. Molti di essi hanno perso tutto: la propria casa, i
propri averi, i figli, gli affetti. Ma soprattutto si sono visti
crollare tutte quelle certezze che rendono la speranza più facile
quando il cielo è sereno.
Ore
3.32, una manciata di secondi e tutto ciò che conoscevamo non c’è
più.
Poche
ore prima le nostre chiese e le nostre piazze erano ancora gremite di
gente, di giovani universitari che si congedavano dalla nostra
splendida città per tornare nelle proprie famiglie. Alcuni di loro
non sono tornati e non torneranno più.
Mentre
abbracciavo le loro mamme e i loro papà, mentre vedevo gli occhi
stanchi di pianto, mi rendevo conto che questi miei occhi, queste mie
mani toccavano Cristo crocifisso. Questa tragedia è stata scandita
dai giorni della Settimana Santa. E mai come quest’anno abbiamo
capito sulla nostra pelle il significato di quella passione e di
quella morte. Il buio, lo smarrimento, il dolore atroce per chi
rimane. E poi il silenzio. Lo stesso silenzio di chi non ha più
parole davanti ad una realtà che supera l’immaginazione. Un po’
delusi e un po’ sconsolati vorremmo allontanarci da questo scenario,
ma come Maria Maddalena continuiamo ad aggirarci irrequieti davanti al
sepolcro sigillato di questa immane tragedia. È il nostro cuore che
non vuole accettare che tutto sia davvero finito. Dio non è
lontano. Dio è qui sotto queste macerie, tra queste ferite insanabili
e ingiuste di case nuove crollate come grissini e di palazzi gloriosi
che non hanno retto la furia di un terremoto che per la quinta volta
ha raso al suolo la città e il contado de L’Aquila. E ti domandi:
perché io sono in vita? Perché? Un passo biblico letto la notte di
Pasqua così recita: “Non morirò, resterò in vita e annunzierò le
opere del Signore”. E forse è questa la nostra vera responsabilità:
quella di raccontare, quella di testimoniare che la morte, il dolore,
la croce non hanno avuto e non avranno l’ultima parola su di noi.
Questo popolo abruzzese, questo popolo aquilano ha pianto i suoi
morti, ha pianto le sue case, ma non piangerà mai su se stesso. La
dignità, l’audacia e la fede forte di questa gente saprà rialzare
tutto ciò che è caduto, e trasformerà questa disgrazia in grazia.
Ora
vorremo solo che la primavera arrivasse per davvero. Mentre il freddo
ancora accompagna queste notti passate all’aperto. Ho raccolto la
nostalgia di centinaia di persone sfollate in altre città, ospiti di
fortuna di parenti e di alberghi stracarichi di famiglie che non hanno
più nulla. Ma mentre accade tutto questo, un’ondata di solidarietà
ci raggiunge da ogni dove. Sono le preghiere, i pensieri, gli aiuti,
il denaro di tanti che si sentono vicini alla nostra sofferenza. Non
è vero che il mondo è pieno solo di gente egoista. Il mondo è pieno
anche di tanta gente di buona volontà, che senza proclami e senza far
rumore si è piantonata sotto le pendici del nostro calvario.
E
poi la sofferenza è una grande maestra anche di questi tempi. Ci
costringe a tenere i piedi ben saldi sulle cose essenziali, senza
perdere tempo su cose per cui non vale la pena vivere. Oggi, e forse
solo oggi, ci rendiamo conto che solo l’amore rimane in piedi al di
là di ogni sciagura. I terremoti possono tirare giù le case, fare
delle vittime, mettere in ginocchio un intero popolo ma non possono
far crollare l’amore. L’amore è più grande delle pietre delle
nostre case, persino degli archi delle nostre chiese. L’amore è più
grande anche della morte. E le persone che ci sono state tolte non le
abbiamo perse veramente. L’amore travalica il guado di questa
vita terrena che comunque finisce anche senza l’aiuto dei terremoti.
Non possiamo permetterci di sprecare quest’occasione. Non
possiamo lasciare che tutto questo ci pesi semplicemente addosso. In
realtà questa atrocità deve renderci migliori, deve farci tornare a
vivere, non a sopravvivere. È questo il segno del Risorto
dentro la nostra vita: portare le piaghe di questa passione ma
rimanere in piedi davanti ad essa. Crocifissi ma non sconfitti.
Ed
anche a noi è rivolto l’invito dell’angelo della risurrezione:
“non cercate tra i morti Colui che è vivo”. Cioè non dobbiamo
ripiegarci su noi stessi, ma dobbiamo andare avanti. Non è
salmodiando il nostro dolore che lo risolveremo ma solo affrontandolo
a viso scoperto con la certezza che accanto al nostro possibile c’è
tutto l’impossibile di Dio.
Questa
è l’ora della fede. È l’ora in cui nel buio di ciò che stiamo
vivendo solo la fede in Cristo rischiara il cammino e rende
sopportabile la fatica di questa salita. Ma lì in fondo è già
l’alba. Si, è Pasqua anche per noi.
RAI
RADIO 2 CATERPILLAR
Interviste
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L'Aquila:
Collegamento con Don Luigi Epicoco della parrocchia universitaria
15/04/09 (dal minuto 0:06:18 al 0:16:18)
Venerdì
santo 10/04/2009 (dal minuto 0:09:00 al 0:17:20)
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