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LA
TRADUZIONE CHE EDIFICA
di
Paolo Jugovac
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: 
Le
traduzioni sono uno tra i punti dolenti della musica cristiana in
Italia. Ho già avuto modo di accennare all’argomento in un mia
precedente riflessione ("La musica cristiana in Italia - una
nuova sfida per i musicisti evangelici" - 1998), e volevo
tornare ora più diffusamente sull’argomento per fare il punto
della situazione e tentare di dare qualche indicazione a chi opera
nel settore.
LE
MILLE VERSIONI
E’
incredibile quante versioni possano esistere dello stesso inno, e
quante traduzioni inaccettabili vengano prodotte. Sono fermamente
dell’avviso che se qualcuno non sa tradurre, non è obbligato a
farlo; ma se lo fa, deve rispettare alcune semplici regole di
base. Possono sembrare raccomandazioni scontate, ma considerate
molti testi del repertorio evangelico italiano odierno, e poi
rispondete sinceramente: vi sembrano ancora consigli così banali?
1.
conoscere perfettamente la lingua italiana (ovviamente quando si
traduce in italiano): solo chi ha un’ottima conoscenza della
lingua può rendere bene il senso di una frase;
2.
rispettare la metrica originale: nella traduzione, non bisogna
"sforare", o infarcire ogni riga di parole, o ancora
lasciare la metrica claudicante: non c’è cosa peggiore del
sentire un inno la cui cadenza è instabile;
3.
riproporre, quando possibile, le rime anche nella versione
italiana. Certo, è più facile mettere insieme quattro righe
spaiate, ma tradurre una lirica è diverso da tradurre prosa, e
richiede una certa "specializzazione";
4.
mantenere una congruenza con il testo originale. In questo sono
esemplari gli inni dell’Ottocento e del primo Novecento, che
risultano tradotti addirittura linea per linea, con una congruenza
ammirevole.
5.
mai porsi "sopra" il testo da tradurre, ma piuttosto
"sotto" di esso, con la giusta umiltà e la giusta
reverenza: dobbiamo rendere qualcosa che altri hanno scritto, non
creare un’opera nuova.
So
di non essere popolare, ma non intendo aggiungermi al
maggioritario coro cristiano-buonista che dice «Fallo come
riesci, tanto il Signore apprezza lo stesso»: chi ha un talento
non deve trascurare di utilizzarlo (e, precisazione non del tutto
scontata, di utilizzarlo al servizio del Signore); allo stesso
modo, però, per una questione di umiltà e nella consapevolezza
dei propri limiti, non deve spingersi oltre a quanto ha ricevuto.
Cosa diremmo se un pastore, durante la predica, aggiungesse del
suo a ciò che lo Spirito gli dà? E allora, perché dobbiamo
essere più permissivi sulla musica, un così importante momento
di comunione con il Signore?
Come
accennavo sopra, nessuno è obbligato a tradurre se non è in
grado di farlo. Ciò che va evitato è di fare un lavoro mediocre,
perché andrà a discapito dell’edificazione.
Ah,
andrebbe aggiunto anche un sesto punto: prima di tradurre un inno,
informatevi se per caso qualcuno l’ha già tradotto prima di
voi. Di doppioni, in Italia, ne abbiamo fin troppi, e sarebbe il
momento di cominciare a prendere coscienza di questo.
QUANDO
C’E’ (ma non va)
E
qui si pone un altro annoso problema, ossia quando si scontrano il
rispetto per il lavoro altrui e la necessità di disporre di un
inno tradotto con criterio. Non sono pessimista se dico che una
buona parte del repertorio contemporaneo derivato dai paesi
anglosassoni è disponibile in versioni non troppo valide per vari
motivi, tra cui:
-
problemi tecnici: molte sono le traduzioni che non rispettano i
canoni di cui sopra
-
incongruenze dottrinali: una traduzione che usa vocaboli,
espressioni o concetti di dubbia ortodossia o addirittura non
corretti dal punto di vista della fede.
Ponendo
sempre e comunque come premessa la buona fede di chi traduce, va
comunque detto che non è facile accettare versioni che risultino
completamente diverse dal significato dell’inno originale, la
cui metrica cade in maniera impronunciabile, il cui testo sembra
spinto a forza nella strofa, pur di farlo stare tutto.
Parlando
di questo problema con i responsabili di un’opera impegnata nel
settore della musica cristiana in Italia, mi era stata data
un’indicazione quantomai salomonica: «Se esiste un inno, se
proprio non fa pena, usatelo così com’è, e non impegnatevi in
una nuova traduzione».
Un
consiglio che potrebbe anche risultare prezioso, se non fosse che
le versioni, normalmente, al giorno d’oggi sono già più
d’una: nessuno sa dire esattamente quanti testi dello stesso
inno girino per l’Italia, e il numero di questi aumenta in
misura esponenziale a seconda dell’importanza del canto in
questione. E’ il caso, per esempio, di "Splendi Gesù",
di "C’è un Redentore" (altro inno molto bistrattato),
e di "Vieni acqua viva" (alias "Lascia che il tuo
fiume").
Curiosamente,
poi, va notato un effetto geografico: normalmente le versioni dei
canti si sviluppano da due ceppi principali che, nella loro
diversità, nascono uno al nord e uno al sud. Vedere, a titolo di
esempio "Più amor, più forza" (alias "Col tuo
amor, col tuo poter").
LA
VIA DI MEZZO
C’è
poi una via di mezzo, spesso usata dalle chiese e da chi opera sul
campo: non potendo ritradurre gli inni (spesso mancano gli
originali - l’ambiente, si sa, non brilla per comunicatività) e
volendo comunque smussare qualche scabrosità tecnica o qualche
tentennamento dottrinale, adottano l’inno con qualche variazione
marginale. Caso, questo, di frasi tipo "vieni santo spirito,
controllami" (in "Vieni acqua viva"), corretto da
qualche comunità in un più biblico "conducimi", o la
versione "Geova Giaira", tradotta a volte "Jahweh
Giaira" e in un’altra versione, ancora più correttamente,
nello "Jahweh Jireh" di Genesi 22:14.
E
LA MELODIA?
Più
o meno lo stesso discorso vale anche per le differenze più
prettamente musicali, quali l’aggiunta o l’eliminazione di
sincopati, la semplificazione dei giri armonici, la variazione del
ritmo base (tesa, questa, il più delle volte a
"rianimare" il canto), spesso dovute a un apprendimento
non corretto dell’inno in questione. E’ così che, nella sua
versione italiana, il "Salmo 51" di Keith Green diventa,
specie nella sua parte centrale, un insipido e banale motivetto
che nulla ha a che fare con la maestosità e la spiritualità
dell’originale.
«Consigliamo,
per esperienza, di affidare il compito di insegnare correttamente
i canti a persone dotate di talento musicale, affinché ci sia una
sola versione del canto, in Italia. Noi, da parte nostra, ci
impegniamo onestamente di attenerci al testo e alla melodia
originali nelle nostre traduzioni», scrive l‘introduzione
all’innario Cantate all’Eterno, stampato dalla tenda Cristo è
la Risposta nell’ormai lontano 1985. Che sia stato letto da
troppo pochi?
LE
VERSIONI UFFICIALI
Il
più delle volte, il problema della traduzione non è solamente un
fatto di uniformità, ma anche una questione di copyright. E’
giusto che l’autore dell’inno sia al corrente e, per quanto
possibile, consenziente alle traduzioni della sua opera: il
Signore si è servito di lui per ispirare quel canto, e quindi a
lui spetta il "diritto di primogenitura" (che non deve
comunque diventare un "diritto di esclusività": guai se
l’autore impedisse di cantare qualche inno in chiesa in ossequio
a una malintesa ricerca di riservatezza); per questo sarebbe
corretto che chi traduce inviasse all’autore (o alla casa
discografica, o a chi per loro) copia della sua versione. Allo
stesso tempo questo uso potrebbe essere un buon sistema di
controllo per evitare il moltiplicarsi delle versioni e, forse,
potrebbe anche fungere da garanzia di qualità. Di fatto però, a
tutt’oggi, anche quando quest’uso viene posto in essere, la
qualità non viene tutelata: spesso autore e relativa discografica
accettano supinamente qualsiasi traduzione venga loro proposta, a
prescindere da contenuti e da tutti i discorsi fatti fino a questo
punto. Per delicatezza non proporrò esempi, ma la documentazione
anche qui non manca.
UNA
RISPOSTA
Abbiamo
posto molte domande e fatto diverse osservazioni, ma non abbiamo
ancora dato ancora una risposta. Adottare una versione già
esistente ma poco convincente, sopportando le sue imperfezioni
formali e sostanziali pur di non crearne un’altra e
"rompere" così una supposta uniformità nazionale?
Accettarla ma smussandola, per quanto possibile, nei suoi punti più
critici? Rifiutarla e prepararne un’altra ex novo, ignorando gli
accorati appelli all’unità?
La
soluzione non è scientificamente univoca. Non credo si possa
applicare un’unica regola a tutti i casi in questione, come
qualcuno invece vorrebbe. Potrà capitare di trovare un inno di
cui sarà possibile sopportare l’asimmetria metrica o la
precarietà testuale; altri inni verranno agevolmente adattati con
cambiamenti marginali; per altre situazioni ancora si dovrà
invece riprendere lo spartito, sedersi allo strumento, pregare e
procedere quindi alla preparazione di una nuova versione. In ogni
caso, la scelta non sta a noi, ma al Signore.
Nel
concreto, esiste una soluzione pratica che personalmente ho
trovato utile per capire come comportarmi. A mio avviso, la
domanda primaria che un musicista si dovrebbe porre quando si
trova di fronte alla versione tradotta di un inno è: «così
com’è, l’inno edifica? Mi dà comunione con il Signore?»
Perché
è questo lo scopo principale di ogni brano di musica cristiana.
Se la traduzione in questione edifica, non toccare nulla. Se il
Signore ci permette di trovare comunione ed edificazione in una
versione anche tecnicamente imprecisa (o, direi quasi, nonostante
questa), vuol dire che non occorre provvedere. Altrimenti, sarà
il Signore a far risaltare le parti incompatibili, a farci capire
la necessità di cambiare, e a guidarci nelle variazioni. Oppure,
sarà sempre il Signore a darci luce e guida per la preparazione
di una nuova traduzione.
«Io
sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel
quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non
potete far nulla» (Giovanni 15:5). E’ un pensiero che deve
accompagnarci sempre.
…
E UNA PROPOSTA
Ultimo
punto, una modesta proposta programmatica per il futuro.
Chi
tutela questi inni stranieri? Purtroppo non esiste una authority,
e anche il controllo da parte dei fiduciari nazionali può ben
poco (possono infatti muoversi solamente in sede giudiziaria e, si
sa, portare un fratello davanti al giudice non è molto cristiano
né particolarmente piacevole).
Qualcosa,
d’altronde, bisogna pur fare. E’ per questo che, nel mio
piccolo, solleciterei un incontro nazionale tra traduttori di
inni, che si concludesse con la definizione di un forum permanente
o di un aggiornamento periodico regolare. Solo così si potrebbero
evitare tutta una serie di problemi e di difficoltà provocati
dalla mancanza di coordinamento e di informazione sulla reciproca
attività.
D’altronde,
più si va avanti in questa condizione, più aumenterà la
confusione. E sappiamo tutti che il Dio che serviamo «… non è
un Dio di confusione, ma di pace» (I Corinzi 14:33)
Paolo
Jugovac
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