RISPOSTA
ARTICOLO DI MIMMO MUOLO AVVENIRE NOI
di
Stefano Varnavà
Avvenire
del 24 Dic. 2000 (Nr. 37 Anno IV)
Egregio
Signor Mimmo Muolo,
ho
letto il suo articolo su NOI-Avvenire del 24 Dic. 2000 (Nr. 37
Anno IV).
Sono
contento di apprendere che sono usciti altri 4 canti per la
celebrazione del Matrimonio Cristiano Romano Giubilare (canti
eseguiti davanti al Papa! quindi con tanto di imprimatur
ufficiale! Del resto Mons. Giuseppe Diliberto ha il grande merito,
e anche vantaggio, di essere il direttore del Coro della Cappella
Sistina).
Non
sono d’accordo con l’affermazione di don Antonio Parisi,
responsabile nazionale della musica, a proposito del Repertorio
nazionale di canti per la liturgia (ed. CEI): "Semplicemente
abbiamo dovuto prendere atto della mancanza di brani adatti"
– per il matrimonio s’intende.
Ma
don Antonio ha fatto qualche ricerca presso le Case editoriali che
non siano esclusivamente le Edizioni Paoline e la Carrara? Si
sarebbe accorto ad esempio che la SAT di Verona ha pubblicato, per
il rito del matrimonio, un fascicolo con diversi brani molto
validi (a mio parere) del M° Golin. O si sarebbe accorto ad
esempio che Rugginenti Editore, nel fascicolo "Trionferemo
Trionferemo" (già del 1978), oltre al canto "Passeranno
i cieli" (che sappiamo essere eseguito anche nelle chiese
romane), presenta ben 4 canti per il rito del Matrimonio:
precisamente 3 canti che non si possono affatto considerare
canzonette, e una trascrizione dell’Ave Maria di Schubert con un
testo e un accompagnamento organistico sicuramente consoni al
rito.
(N.B.
: il "melodico" non è necessariamente antitetico al
"sacro", e il sacro non è necessariamente
"antimelodico", come il "polifonico" non è
necessariamente antimelodico, perché la melodia è quasi sempre
del primo coro o, meno evidenziata, dell’insieme delle voci
stesse che portano avanti una melodia armonica.)
Altro
esempio la Casa Musicale ECO, presso la quale don Sequeri ha
pubblicato due bei canti per il giorno del matrimonio.
Per
non parlare degli autori: sono stati interpellati gli autori che
di solito producono musica sacra? O quelli che producono musica
sacra sono solo quelli che stanno a Roma?
Per
quel che ne so io, Gian Nicola Vessia (don Antonio lo conosce?) ha
scritto due pezzi molto belli (a tre voci) per il Matrimonio.
E
lo stesso vale per molti altri: Davide Tepasso, Guido Meregalli,
Edio Sarini, Duilio Preti, don Vincenzo di Mauro, Mons. Filippo
Strofaldi, Marina Valmaggi. Il lavoro dei compiplatori è fatto
anche di ricerca, e ricerca a tappeto per poter conoscere ogni
prodotto, fosse anche di un autore al momento sconosciuto.
Non
me ne abbia don Antonio, ma "quel che ce vo’ ce vo’",
dicono sempre a Roma.
Storicamente
parlando il rito del matrimonio una volta era a se stante, ossia
svincolato dalla S. Messa. Dopo il Concilio, tra le tante
innovazioni – più o meno indovinate –fu conglobato nella S.
Messa.
A
questo punto don Antonio Parisi giustamente mette in evidenza che
prevale la liturgia eucaristica, per cui i canti devono
sottolineare ed esprimere i singoli momenti del rito eucaristico.
Ora,
fortunatamente, si tende a tornare all’antico e cioè:
Matrimonio al di fuori della Santa Messa, motivo per cui il
discorso dei canti durante il Rito – che è un rito sacramentale
a se stante, quindi non necessariamente legato alla liturgia
eucaristica – dovrà essere considerato anche sotto questa
eventualità.
A
mio parere sarebbe giusto che ogni Sacramento – Battesimo o
Matrimonio – abbia una sua propria configurazione e
collocazione. Lo stesso vale per i funerali e le novene. Che cosa
vuol dire conglobare nel rito eucaristico la tradizionale Novena
dell’Immacolata, del Natale, alla Madonna nel mese di maggio e
ottobre? In realtà perdono la loro fisionomia e catechesi molto
importante, che è decisamente diversa dalla devozione e memoria
eucaristica.
Quindi
per ogni tipologia di liturgia o paraliturgia canti appropriati, e
non canti multiuso.
Continuando
con le osservazioni doverose, vorrei mettere qualche puntino sulle
i:
A.
- Il
brano Dolce sentire, che faceva parte della colonna del
film di F. Zeffirelli Fratello Sole, Sorella Luna, non
proviene direttamente dalla musica leggera, bensì è un canto
tratto dal Laudario di Cortona (1300), preso di sana pianta dal M°
Ortolani che se lo è attribuito. In un contenzioso con la RCA
infatti, Ortolani non ha vinto la causa perché gli esperti
musicali hanno dimostrato che la melodia non era sua ma che
proveniva per l’appunto dal Laudario di Cortona. Dolce
sentire come testo poi, è l’ultima strofa aggiunta da
Claudio Baglioni che si è così attribuite le altre due strofe,
che sono invece notoriomente parole di S. Francesco (un paroliere
di musica leggera anche lui?…)
Ma
torniamo al testo dell’articolo.
B.
- Con
buona pace, o buona fede, di noi cristiani, il Cantico dei
Cantici, "il libro nuziale per eccellenza" (a detta sua,
Sig. Muolo), è in realtà tutto un intreccio di testi bellissimi
composto con lo scopo di indurre una giovane fanciulla a diventare
una delle tante "concubine" di Salomone.
Bella
situazione, vero? E questi testi, purtroppo, vengono anche usati
per parlare nientemeno che della Madonna, che San Luca definisce
"Vergine e sposa" (non concubina) di un uomo chiamato
Giuseppe. Un bel pasticcio!
C.
- Procediamo
con l’esame del suo articolo: il testo di S. Paolo (inserito nel
ritornello dell’Offertorio). Perché il paroliere – già che
c’era – non ha messo anche la prosecuzione del testo della
lettera agli Efesini, qui di seguito riportata: "Le donne
siano sottomesse ai loro mariti come al Signore, perché il marito
è capo della donna come Cristo è capo della Chiesa, Egli,
salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottoposta a Cristo,
così le donne devono stare sottoposte in tutto ai loro mariti (Efes.
5,22 et eg.)".
N.B.
A questo proposito va a ruba il manuale best seller di Lausa Doyle
dal titolo "The Surrendered Wife", che insegna alle
donne come diventare sottomesse. Può servire al caso.
D.
- A
proposito poi di musica religiosa, penso che la religiosità di un
canto debba emergere dal suo contenuto letterario e musicale, a
prescindere dal contesto in cui è stato posto, sia esso
un’opera teatrale, una sinfonia, o addirittura un musical. Il
fatto di essere cantato in chiesa o in teatro non costituisce di
per sé la religiosità o meno di un brano. Trovo molta più
religiosità ad esempio nell’Ave Maria dell’Otello
di Verdi (testo e accompagnamento) che nello stesso Panis
Angeliccus di Franck. Vorrei riportare perciò un episodio
della vita di G. Verdi, estremamente significativo al riguardo,
tratto da "L’umorismo di Giuseppe Verdi" (a cura di
Stefano Varnavà)
Una
mattina, nell’inverno del 1888, Verdi si trovava nella Chiesa
dell’Annunziata, a Genova, per assistere alle nozze di una
nipote del suo caro amico ingegnere De Amicis, suo amministratore
e inseparabile amico. Durante il rito nuziale fu eseguita della
musica molto dolce con accompagnamento di violini. Ad un certo
momento una soprano iniziò un’Ave Maria dolcissima.
Verdi
l’ascoltò ammirato e poi disse all’amico:
-
Mi pare di conoscere quella musica!
Altro
che conoscerla, esclamò De Amicis, l’hai fatta tu ed è l’Ave
Maria dell’Otello!.
E
ancora, perché altrettanto significativo, anche questo episodio,
tratto dalla stessa raccolta :
Il
Maestro Luigi Mancinelli fu il più fervido sostenitore della
musica di Wagner. Nell’agosto del 1880 Wagner, venendo da Napoli
per ritornare in Baviera, si era fermato a Perugia per salutare il
Maestro Mancinelli. Questi, che stava concertando la Messa da
Requiem di Verdi, invitò Wagner ad assistere alle prove. Ma
questi si schernì dicendo:
-
Ma la Messa da Requiem non è musica religiosa!
Il
Maestro Mancinelli lo riferì un giorno a Verdi che sorrise e poi
con tono deciso disse:
-
Non è musica religiosa!! Ma che cosa si intende per tale musica?
Quella noiosa e piatta dei tedeschi?
Intervenne
la Signora Mancinelli:
-
Maestro, perché quegli stranieri non trovano religiosa la Sua
musica?
-
Perché, rispose tranquillo Verdi, si confonde il genere noioso
con quello religioso. Quale soggetto più passionale, nella Messa,
del Credo, dove in poche righe ci descrivono la nascita, la vita,
l’agonia, la morte e la resurrezione di un Dio? E secondo voi ci
vorrebbe una musica mite? O peggio... noiosa?
Per
chiudere, mi sembra interessante riportare anche questo articolo
sulla musica cosiddetta "sacra", nel quale E. Berlioz dà
un suo tagliente giudizio sul "mito" di Palestrina:

"Berlioz
trova modo di inanellare qualche considerazione a proposito dello
stato dell’arte vocale in Italia, e della musica sacra in
genere. La pointe dell’ironia è dedicata al mito palestriniano
e all’aura di perfezione musicale e mistica in cui è avvolta la
vocalità sacra coltivata dalla celebre Cappella Sistina. Dice
dunque Berlioz:"… quell‘armonia pura e calma immerge
certamente in un fantasticare non privo di fascino. Ma questo
fascino è insito nello stile, è proprio all’armonia stessa,
non ne è causa certo il preteso genio dei compositori, se poi si
possa mai dare il nome di compositori a dei musicisti che passan
la vita a compilare delle successioni di accordi del genere di
questa che fa parte degli Improperia di Palestrina (vedi
illustrazione). In queste salmodie a quattro parti, ove melodia e
ritmo non sono impiegati affatto, e delle quali l‘armonia
si limita all'impiego degli accordi perfetti inframmezzati da
qualche ritardo, si può pure ammettere che il gusto e una certa
qual scienza abbiano guidato il musicista che le scrisse; ma il
Genio! Via, stiamo scherzando! Inoltre, coloro che credono
ancora sinceramente che Palestrina componesse a questo modo di
proposito sui testi sacri, mosso solo dall’intenzione di
avvicinarsi il più possibile a una pia idealità, s’ingannano
stranamente. Senza dubbio essi non conoscono i suoi madrigali, le
cui frivole e galanti parole sono da lui congiunte a un genere di
musica del tutto simile a quella con la quale rivestiva le
parole sacre (… ). Non sapeva fare altra musica, ecco la verità:
ed era tanto lontano dall’inseguire un celeste ideale, che nei
suoi scritti si ritrovano una montagna di quelle specie di
logogrifi che i contrappuntisti che lo precedettero avevan messo
in voga e di cui egli passa per essere stato l’ispirato
antagonista (…) Ora, in che cosa queste difficoltà di
contrappunto, per quanto abilmente superate le si supponga,
contribuiscono all’espressione del sentimento religioso? In cosa
questa prova di pazienza del tessitore di accordi annuncia in lui
una semplice preoccupazione per il vero oggetto del suo lavoro? (H.
Berlioz, Memorie, cit., pp. 449-450).
A
risentirci
don
Stefano Varnavà
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