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Muti-Ravasi:
aspettando il Natale della musica
Una
conversazione incastonata tra la «prima» scaligera del Trovatore
e il tradizionale concerto di Natale (in programma sabato 23
dicembre, con musiche di Salieri, Haydn, Fux e Schubert), alla
quale hanno preso parte, per Avvenire, i giornalisti Gigio
Rancilio e Alessandro Zaccuri. Sullo sfondo, il centenario della
morte di Giuseppe Verdi (27 gennaio 1901), a partire dal quale
Muti e Ravasi tracciano un inedito profilo musicale del Novecento,
indagando le possibilità inespresse dal secolo appena trascorso,
in particolare per quanto riguarda il rapporto tra musica e
liturgia. Con qualche piccola rivelazione personale, carpita tra
un'analisi del Requiem di Verdi e una rievocazione dell'Ave Verum
di Mozart: «Mi considero un uomo "prestato" alla musica
- ha confessato Muti -. Il mio desiderio più grande è quello di
passare più tempo possibile a casa, con la mia famiglia, e
invece vivo tra un albergo e l'altro. Forse è per questo che,
senza volere, mi sono fatto la fama di arrogante».
Muti: «Anche al di fuori della musica, il Novecento è stato un
secolo travagliato, tragico, pieno di orrori. L'arte spesso
ha la capacità di precedere e prevedere la Storia, di mostrare in
anticipo, in modo talvolta sconcertante, ciò che sta per
accadere. Nel Novecento musicale questa funzione viene assolta
dalla seconda Scuola di Vienna, che con le sue composizioni dà
l'impressione di distruggere ogni legame con la tradizione. E
questo mentre nella società il Male cerca di prevalere sul Bene.
Ora, per secoli la musica ci ha accompagnato, ci ha reso felici,
ci ha permesso, per così dire, di tornare a casa. Mi spiego
meglio: quando si ascolta una composizione tradizionale, dopo aver
riconosciuto il tema fondamentale (la "casa", appunto)
è possibile allontanarsi da esso, come si fa con una passeggiata
in campagna, ma con la certezza che, alla fine, è lì che
torneremo: a casa, al tema che il compositore ci ha fatto intuire
e amare. Ma nella musica contemporanea questo ritorno non è più
possibile. Quando la ascolta, l'uomo semplice si sente insicuro,
privo di protezione».
Ravasi: «Lo sa che cosa mi torna in mente? Una frase di
Cassiodoro che suona così: "Se commetterete ingiustizia, Dio
vi lascerà senza musica". E in parte è quello che sta
accadendo, quando la musica degenera in rumore o addirittura in
narcosi, come capita nelle discoteche. Ma non si tratta di un dato
del tutto nuovo: già per la tradizione dionisiaca dei greci,
infatti, la musica è prossima alla manìa, cioè alla vacuità e
al chiasso
della follia. La caratteristica del Novecento, dal mio punto di
vista, sta nel tentativo di costruire un linguaggio di
comunicazione nuovo, che nel suo essere asciutto e spoglio riesca
a cogliere ed esprimere un'essenzialità profonda. E questo
proprio a partire dalle esperienze della Scuola di Vienna. Il Mosè
e Aronne di Schönberg, per esempio, rappresenta
un'interpretazione geniale del testo biblico, con la
contrapposizione tra il recitativo di Mosè (la parola del
deserto, essenziale, che salva) e il canto disteso di Aronne
(l'armonia che rischia di restare fine a se stessa)» ... «Non
dimentichiamo, a questo proposito, che per secoli i musicisti
hanno espresso in modo pressoché naturale una profondissima
religiosità. Più ancora di quanto riescano fare le altre arti,
infatti, la
musica ha l'ambizione di esprimere l'ineffabile. L'armonia ha una
forza di evocazione superiore alla stessa parola e questo
costringe il musicista a stare, per così dire, sulla frontiera, a
percepire meglio la possibilità di uno sguardo che vada verso
l'oltre. Un autore come Bach, per esempio, ha vissuto la sua arte
come un'autentica esperienza mistica, ma questo vale anche per
molti altri compositori. Per tutti i compositori, sarei tentato di
dire».
Muti: «Di sicuro vale per Verdi. Vede, io non sono un praticante,
ma sono convinto che Dio c'è e ci deve essere. E me ne convinco
ancora di più quando mi capita, per esempio, di dirigere il
Requiem di Verdi, con quel Libera me, Domine, tre volte ripetuto.
Sappiamo tutti che Verdi era un laicista, addirittura un
mangiapreti, eppure in quella ripetizione si avverte una
progressione evidentissima: la prima volta il Libera me, Domine
assomiglia a un'imprecazione, la seconda è un grido, la terza è
una voce quasi senza speranza. Ma è in quel quasi che sta la
potenza della composizione, la sua capacità di evocare un dramma
che è di tutti gli uomini e che, in quel momento, è di Cristo
sulla Croce: il dubbio o, meglio, la paura di essere stati
abbandonati da Dio».
Ravasi: «È proprio così: fare musica diventa una sorta di
celebrazione. Favorita, anche in questo, dal fatto di essere
l'espressione artistica meno bisognosa di inquadramento culturale.
La musica non va tradotta, come la poesia, e non richiede
cognizioni storiche, come spesso accade con le arti figurative.
Riusciamo a percepirla e apprezzarla anche nelle sue forme più
elementari e più lontane dalle nostre tradizioni».
Muti: «Sono arrivato a pensare che ci sia una connessione
profonda tra il ritmo musicale e le pulsazioni cardiache. Il canto
stesso, inoltre, nasce quando l'uomo si accorge della vastità
della natura e cerca di avvicinarsi ad essa: alzando la voce,
appunto, e cioè elevando l'anima. Molta musica contemporanea,
invece, ha paura del canto, lo evita, si nasconde in formule
ritmiche di estrema complessità. In una parola, non riesce più a
comunicare, si è staccata dall'uomo».
Ravasi: «Forse perché il nostro mondo ha perso il senso dello
stupore, che da sempre accompagna l'esperienza musicale. Penso al
quarto degli Inni omerici, che descrive in modo molto nitido la
nascita della musica dal contatto con la natura. Anche nella
tradizione biblica, poi, è fortissima l'idea che "i cieli
narrano la gloria di Dio" e che lo stesso atto della
creazione avviene mentre Dio è circondato da stelle e angeli che
cantano.
Sono convinto che la musica abbia sempre in sé la possibilità di
filtrare un'armonia che ci precede e che le consente di diventare
un segno del trascendente, di instaurare un contatto con il sacro
attraverso le voci delle sfere celesti».
Muti: «Per me la musica ha sempre rappresentato una delle
miracolose energie dell'universo che noi uomini siamo riusciti a
carpire. Mi piace pensare che ogni tanto nasca un compositore
capace non di inventare qualcosa di nuovo, ma di percepire almeno
in minima parte l'armonia delle sfere celesti che il grande
orecchio di Dio ascolta nell'eternità. Potrà sembrare
un'affermazione retorica, ma resto convinto che il compito
dell'arte sia quello di riempire l'animo dell'uomo. .....
Ravasi: «Trovo molto suggestiva questa idea dell'attesa di un
grande compositore. Lo immagino con un volto misterioso, del quale
però si riescono a scorgere alcuni lineamenti. Il primo è la
possibilità di presentare un profilo di uomo che abbia finalmente
raggiunto l'essenzialità assoluta. Un secondo aspetto, poi, è
quello della ricerca di un modello
musicale ....
Muti: In questo momento è come se ci trovassimo in una curva: non
riusciamo a vedere davanti a noi, ma guardare indietro non ci
serve più. Dobbiamo sperare, nella certezza che la grande musica
non viene mai soltanto dalla mente dell'uomo. L'adagio del secondo
movimento della Quinta di Ciaicovskij, per esempio: è semplice,
ma tutt'altro che banale. Anzi, ha in sé qualcosa che a me pare
addirittura divino. Tutta la vita di Mozart, poi,
è attraversata da queste folgorazioni di assoluta bellezza. La
musica contemporanea, invece, con tutto il suo dispendio di
complessità e di mezzi, è come un fiume che finisce nella sabbia».
Ravasi: «La lacerazione tra compositori e pubblico trova un
corrispettivo anche nel divorzio tra il mondo della musica da una
parte e quello della fede, della religione e della liturgia
dall'altra. È un problema che riguarda tutta l'arte del
Novecento. Anche alla Bibbia, che fino al XIX secolo era stata il
"grande codice" dell'Occidente, negli ultimi cento anni
non è più stata riconosciuta la stessa funzione centrale».
............( A Cura di Alessandro Zaccuri)
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