QUALE  GREGORIANO?

 

IN RISPOSTA ALL' ARTICOLO ... Don Stefano Varnavà

Il Papa ha recentemente parlato di “musiche e di testi sciatti” nella celebrazione liturgica.
Un’osservazione. Tali musiche e testi sciatti sono scelti ed eseguiti da chi organizza la liturgia dal punto di vista musicale. Sono gli organizzatori quindi i primi responsabili di tale inconveniente.
Esistono veramente musiche e testi italiani sciatti. E il Papa, che celebra spesso in quel di Roma e dintorni, ne avrà sentiti, e in tante circostanze, perché una buona parte dei canti di produzione “romana” sono tali: a metà strada tra le tradizionali stornellate popolari “de Roma” e gli attuali stacchi melodici usati dai cantautori nostrani.
Ci dispiace che il Papa, e con lui il Card. Ratzinger, abbia avuto questa sgradevole impressione.
Però sia il Papa sia Ratzinger devono allargare le loro conoscenze al di là del Centro Italia, e si accorgeranno che esistono produzioni religiose e liturgiche degne di rispetto e valide dal punto di vista del testo e anche della melodia. Produzioni stampate e corredate di registrazione sonora, musicassetta e cd.
Le Case editrici S.A.T. di Verona e Rugginenti di Milano hanno edito in questi ultimi anni testi e musiche dignitosi in lingua italiana veramente superiori a certi testi latini triti e ritriti, poco accessibili ai nostri giorni.
L’inconveniente è che tanti parroci, per motivi pratici, sono costretti ad affidare l’organizzazione del servizio liturgico a quelle persone che si rendono veramente disponibili. Persone da lodare, ma che non sempre conoscono veramente la produzione religiosa e liturgica attuale e, quel che è peggio, non hanno la capacità di leggerla e di eseguirla, per cui, nella loro scelta, si rifugiano in canzoncine semplici e d’effetto, corredate di accompagnamento alla chitarra con i soliti tre accordi (tonica, sottodominante, dominante, senza alcuna modulazione) facilmente apprendibile da ogni apprendista chitarrista.
Questa è la situazione della maggioranza delle parrocchie.
Han voglia gli editori di pubblicare canti dignitosi e armoniosi a 1, 2, 3 voci: se la maggioranza degli operatori liturgici non si interessano di tali opere, si rimane sempre nel dejà-vu.
Ci sarebbero, oggi come oggi, due ipotetiche soluzioni:
1.      Preparare a livello diocesano un certo numero di organisti parrocchiali dando loro un minimo di istruzione strumentale (non necessariamente a livello professionale, ma anche solo amatoriale) così da poter accompagnare con l’organo almeno i canti più dignitosi dell’assemblea.
2.      Accrescere la cultura musicale dei Sacerdoti (a partire dall’ambito del Seminario) e spingerli a seguire personalmente la preparazione e le scelte musicali dei brani da far cantare alla Schola Cantorum e alle assemblee parrocchiali, così da non lasciarsi condizionare da quei ragazzi di buona volontà che si prestano per l’accompagnamento dei canti, ma cha quasi sempre operano le loro scelte secondo i propri gusti. Gusti che sono sicuramente giovanili ma non sempre liturgici e comunitari.
 Don Stefano Varnavà

ALTRE CONSIDERAZIONI
 
A – Agli inizi
   
Gli antichi per esprimere la varietà dei loro sentimenti usavano scale diverse.
La scala è una successione sempre ricorrente di determinate note distanziate l’una dall’altra da un semitono, un tono, o anche un tono e mezzo.
Gli antichi usavano scale diverse per esprimere sentimenti diversi. Si pensi che nell’India ci sono più di cento scale, una diversa dall’altra, proprio per poter esprimere anche le sfumature di uno stesso sentimento.
In Grecia c’erano quattro o cinque scale: la scala caratteristica della Frigia, ad esempio, per esprimere sentimenti di affetto, oppure la scala Dorica per esprimere sentimenti di decisione, di forza. C’erano poi altre scale come la Lidia, la  Eloica, la Ionica, ecc.
Anche presso il popolo ebraico c’era l’uso di scale o di modi.  Scale diverse dalle scale greche.
La musica ebraica è sempre stata molto apprezzata nell’ambiente greco e anche romano perché di tradizione antichissima, e poi, non è un canto monodico, cioè a una voce sola, ma è un canto armonico, accompagnato con l’armonia di diverse voci: questa è la ricchezza che viene dal mondo ebraico fin dal tempo di Davide.
Noi, oggi, abbiamo delle documentazioni sonore dei Salmi come erano cantati nel 1oo a.C. E’ stato scoperto un manoscritto con la notazione musicale dei Salmi in una biblioteca sotterranea ritrovata durante la guerra dei 6 giorni. La Professoressa Ventura di Gerusalemme ha letto e realizzato musicalmente questi Salmi, con tutte le voci e gli strumenti annotati sul manoscritto, e si è avuto un risultato molto interessante per chi lo voglia conoscere.
Teniamo presente che la celebrazione liturgica del Tempio, era una celebrazione che coinvolgeva migliaia di persone: c’erano coloro che dovevano suonare, altri che dovevano cantare: era proprio la lode a Dio fatta di sabato e in ogni giorno festivo: Pasqua, Pentecoste, festa delle capanne, ecc.
La ricchezza della musica ebraica si trasfondeva anche nelle melodie ebraiche, tanto è vero che quando San Paolo e compagni, vengono messi in prigione, i loro canti ebraici, cantati verso mezzanotte, stupiscono tutti i reclusi della prigione che li stanno ad ascoltare perché, per loro, erano melodie nuove, migliori di quelle greche. Risulta evidente la serietà e la ricchezza della musica ebraica, quando Paolo insieme agli altri canta queste melodie, o quando la comunità dei primi cristiani si raccoglie per seguirle. Queste melodie, Paolo, le ha cantate verso il 50 d.C., prima che il Tempio fosse abbattuto e distrutto dai Romani nel 79 d.C.
Tutto ciò è molto significativo e ci deve far comprendere che il canto che noi oggi cantiamo, il Gregoriano, ha radici e provenienze diversissime. L’uso delle scale da parte di ciascun popolo, ha prodotto delle melodie particolari, oltre che caratteristiche. Queste melodie sono state poi codificate: diverse comunità di monaci di buona volontà ha preso tali melodie, che generalmente venivano trasmesse oralmente, e le ha fissate sulla carta, all’inizio con segni piuttosto elementari, e poi, quando Guido d’Arezzo ha costruito il suo cosiddetto pentagramma (in realtà le righe erano quattro), le melodie sono state trasmesse in maniera più veloce, sì da prenderle come punto di riferimento.
Il Gregoriano ha una derivazione storica. Noi gli abbiamo dato un nome generico, ma queste caratteristiche che si sviluppano in zone completamente diverse, creano anche caratteristiche diverse, salvo poi le relative interpretazioni: quelle fatte dai monaci di Solesmes sono in modo, quelle invece dei canti di Santa Ildegarda di Binden, sono in altro modo. Questa diversa maniera di interpretare quello che era stato scritto, dà origine a scuole diverse e a modi di cantare diversi. Per questo motivo, con la parola “Gregoriano” non si può fare di tutt’erba un fascio, anche perché tutto ciò che è stato scritto, non è che sia altrettanto valido e in sintonia con il nostro modo attuale di esprimerci.
Ambrogio ha introdotto delle musiche e delle forme nuove tipo l’Inno, composto da una certo numero di strofe cantate sempre con la stessa melodia.
Le melodie di Ambrogio hanno avuto una partenza popolare, ma poi sono state codificate anch’esse dai monaci, che ovviamente hanno imposto la loro caratteristica monastica a melodie che originariamente erano fatte per il popolo, e dal medesimo, nel tempo, trasmesse in modo più vivace e con più ritmica.
Il primo RAP è di S. Ambrogio (330-370 d.C.). Ambrogio, introducendo i suoi Inni aveva messo l’accento, non tanto sulla ritmica, quanto sulla metrica (distinzione tra vocali lunghe e vocali corte con accentuazione delle vocali lunghe). A questo proposito occorre sempre stare attenti a non confondere la ritmica con la metrica: nelle composizioni in canto sono due cose ben diverse.
In conclusione: il termine Gregoriano è usato per realtà musicali storicamente ben diverse tra loro.
Oltre al Gregoriano storico, c’è stata, e c’è ancora, l’imitazione del Gregoriano che si basa anch’essa, non tanto sulla ritmica quanto sulla metrica, ed è entrata con la denominazione di “Gregoriano”. Pensiamo alla diffusa “Missa de Angelis” che non è un prodotto dei secoli antichi: è del secolo scorso. Ma anche quest’imitazione delle scale e dei moduli cosiddetti “Gregoriani” può avere il suo valore, oltre ad avere un pubblico di estimatori affezionati.
 
 
B – Il Vangelo cantato
 
Le melodie di quegli antichi canti, che noi chiamiamo di stile Gregoriano, in certi ambienti religiosi, o comunità, venivano create al momento da colui che era il lettore o il capo della comunità. Questo personaggio diventava un “cantore” in senso classico: era lui che inventava le melodie che, secondo lui, erano più consone ad esprimere quel determinato testo liturgico.
Il popolo interveniva ripetendo ogni tanto, a memoria, il brano più significativo del testo cantato dal Sacerdote o Pope. A questo proposito, non ci si deve meravigliare se nella storia della chiesa Ortodossa troviamo il fatto che se un individuo non sapeva cantare, non veniva ordinato Sacerdote.
Il testo liturgico, Vangelo compreso, non era letto, ma cantato. Tale sistema lo ritroviamo nei Copti etiopi (africani), ed è stato trasportato in America dagli schiavi africani continuando, nell’ottocento americano, in quella particolare forma di canto del Vangelo (Gospel) e di canto intimo spirituale (Blues).
Sarà opportuno tenere presente che la chiesa Copta è stata la prima chiesa organizzata nel cristianesimo, ad Alessandria d’Egitto, dove il Vescovo era San Marco. La sua liturgia, insieme a quella di Antiochia (S. Pietro) è stata quindi tra le prime nel 60 d.C.
La liturgia di S. Giovanni Crisostomo (che si diffonderà in Russia) è del III secolo, e quella Ambrosiana è del IV secolo.
San Gregorio Magno farà una raccolta di canti nel 600 d.C. ad uso della chiesa di Roma (Gregoriano). Carlo Magno la imporrà a tutta l’Europa del suo Sacro Romano Impero.
Fortunatamente alcune chiese nazionali non gli hanno obbedito e così, la liturgia e il canto Mozarabico della Spagna, quella Gallicana della Francia e quella Ambrosiana dell’Italia, sono sopravissute fino ad oggi con i loro modi o scale erroneamente chiamate: il GREGORIANO.
Ecco perché all’inizio mi sono chiesto: QUALE GREGORIANO?
 
 
Don Stefano Varnavà


 
QUALE POLIFONIA OGGI?
 
Insieme al Gregoriano, già presente nella liturgia, si è sviluppato anche il polifonico, soprattutto a partire dal 1500.
Si dice che la polifonia sia entrata nell’ambiente italiano con l’Ars Nova prima del Rinascimento, ma non dimentichiamo che la troviamo ancora prima di Cristo nella musica ebraica.
Polifonia che si è sviluppata dapprima con una nota fissa che faceva “Bordone” alla melodia che veniva cantata, e poi, a questa nota fissa si aggiungeva un’altra nota, e un’altra ancora, muovendole col sistema del contrappunto (nota contro nota). In seguito questa forma di melodia simultanea assume una caratteristica fugata (un tema che viene poi ripreso in modi diversi con uno schema fisso) e così abbiamo una Polifonia che è caratterizzata da una struttura matematicamente precisa.
La Polifonia è servita anch’essa ad accompagnare l’azione liturgica
Inizialmente la Polifonia non fu ben vista dall’Autorità ecclesiastica. Pensiamo alla diatriba tra Palestrina e Papa Marcello, il quale sosteneva che bisognava tenere solo il Gregoriano per le azioni liturgiche, perché la Polifonia, usata nelle Corti e nei palazzi nobili, aveva una caratteristica spiccatamente profana. Invece Palestrina insisteva: “Provi ad ascoltare questi testi liturgici della Santa Messa cantati in modo polifonico!”.
Finalmente Palestrina riuscì a far ascoltare a Papa Marcello la Messa che aveva costruito in modo polifonico. Il Papa ascoltando con attenzione disse: “Però, è bella anche questa forma d’espressione musicale del testo liturgico”. Quella Messa, poi, il Palestrina l’ha dedicata a Papa Marcello, così come viene denominata anche oggi.
Da quei giorni, la Polifonia comincia ad entrare e ad espandersi nelle funzioni liturgiche, Teniamo presente che in quell’epoca, il popolo non doveva partecipare col canto, ma doveva solo assistere e ascoltare. Non c’era nell’Autorità ecclesiastica il desiderio che oggi invece c’+è: istruire e far conoscere il senso dei testi sacri. Rimaneva tutto in lingua latina: non si poteva usare, anche nella Polifonia, la lingua italiana. Il popolo non doveva capire ma solo assistere.
 
 
 
Sviluppi
Nella Polifonia si sono evidenziati due tipologie:
A – una, cosiddetta classica, che comportava un muoversi delle parti abbastanza tranquilla,
        con armonie semplici.
B -    Un’altra, più movimentata, con delle parti piuttosto velocizzate. La polifonia di questo
        tipo ha dato origine a diversi movimenti e accentuazioni ritmiche che poi sono diventate
        anche profane.
        Un esempio: un Magnificat scritto dal Durante è la forma ritmica del nostro “Boogie
         Woogie”: 8 tempi tutti marcati, suddivisi in due battute di quattro quarti (E siamo nel
         1700!).
 
 
Sviluppi armonici

Nei primi del Novecento c’è stato l’influsso di Shoenberg con la Dodecafonia e la musica seriale. Questa tipologia, in un certo qual modo, ha allontanato la Polifonia dal popolo comune e dalle stesse cantorie ecclesiastiche, mettendo in ombra, verso il 1920-30-40, produzioni dignitose e melodiche che si trovarono così escluse dalla musica cosiddetta dotta e d’avanguardia di allora, che preferiva, anche per motivi politici, armonie dure e dissonanti.
In questi ultimi anni, questa tendenza d’avanguardia (seriale) è un po’ decaduta e di conseguenza c’è una rivalutazione di quelle produzioni che non hanno potuto emergere dal 20 al 40, pur essendo valide ed espressive.: cito l’Ave Maria di Bonaventura Somma, il Canto di Gloria di Nino Rota, e diverse composizioni di Giuseppe Ramella, Santo Spinelli e Federico Caudana.
 
Inconveniente  n°1
Nella Polifonia si è però creato un problema. Partendo sempre dal 1700, non sempre la musica è stata espressione e potenziamento del testo religioso. E non sempre la linea melodica o la linea contrappuntistica si è adeguata al testo liturgico (mottetti, Gloria, Credo, Sanctus delle Messe); è stato preso a pretesto per imbastire, organizzare e produrre un pezzo musicale, mentre nelle composizioni dei primi autori polifonici (come da Vittoria a Palestrina stesso) la musica era espressione sentita del testo liturgico.
Troppi autori polifonici, specie dopo il 1700, hanno preso il pretesto dei testi liturgici, sviluppandoli in vario modo, come semplici cantate, o come semplici sonate.
Noi, accostando questi autori, li apprezziamo per il lato musicale, ma non per l’aspetto liturgico. Diciamo: “E’ un bel pezzo di musica, però le parole non c’entrano per niente. Non sono espressioni liturgiche!”.
Tanta musica polifonica cosiddetta classica ha questo difetto.
 
 
 
Inconveniente  n°2

Tante grandi opere di pur grandi autori, sono talvolta sviluppi musicali troppo lunghi per poterli inserire in un’azione liturgica.: ci vorrebbe una Messa pontificale di almeno due ore di durata!
Anche questo è un inconveniente! La lunghezza è tale che la parte musicale prende il sopravvento addirittura su tutto il rito. Lo stesso Perosi non è sfuggito a questo inconveniente.
Certi brani polifonici presi in se stessi, per proprio conto, e non inseriti in una liturgia, possono benissimo essere motivo di godimento e riflessione religiosa, ma devono essere svincolati dall’azione liturgica.
 
 
 
Risveglio della Polifonia odierna
Oggigiorno ci sono, fortunatamente, anche delle forme di espressioni musicali che partono da testi religiosi nuovi, con un contenuto approfondito e un suo rivestimento canoro e musicale molto valido. Pensiamo ai Concerti Sacri di Duke Ellington, ai Salmi musicati da Leonard Bernstein, alla Messa Jazz del maestro Intra e al Te Deum Jazz di Giorgio Gaslini. Sono produzioni belle e interessanti, che dal punto di vista religioso sono apprezzabilissime, anche perché indicano quello che dovrebbe essere il linguaggio religioso-musicale moderno, adeguato al nostro tempo.
 

Don Stefano Varnavà

varnava@tin.it


 

   

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