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Agorà - Domenica 28 Aprile 2002
INTERVISTA Parla l'ex prima ballerina della Scala diventata
focolarina e insegnante
Cosi: «Danzando ci si avvicina a Dio»
vvenire da Catholica -
di Quinto Cappelli
«La danza
classica è una via per cercare e seguire Dio, la sua infinita
bellezza. La danza è qualcosa che costa molta fatica e
disciplina, però io la vivo come una grande purificazione e
immolazione, attraverso la quale mi avvicino alla perfezione,
donando agli altri lo spettacolo della bellezza. Questo per me è
un modo di portare Dio nel mondo».
La milanese Liliana Cosi, già prima ballerina alla Scala, poi
consacratasi focolarina, continua la sua duplice missione:
artistica (proprio ieri sullo stato di salute e sulla competitività
della danza italiana è stato lanciato, da Gubbio, un Sos durante
il 21° Festival nazionale delle scuole di danza classica) e
vocazionale (nei giorni scorsi ha incontrato 1500 giovani durante
un meeting religioso a Faenza). Proveniente da una famiglia non
praticante, a nove anni Liliana Cosi iniziò la sua carriera alla
Scala di Milano. «All'inizio - ricorda - avvertivo però un
profondo disagio nei confronti di quell'ambiente, nel quale per
fare carriera era difficile mantenere l'onestà. Ricordo che ero
felice solo quando ballavo».
Quando ha scoperto Dio? «Intorno ai
vent'anni, leggendo Dialogo della Divina Provvidenza di S.
Caterina da Siena. Fui invasa da un grande desiderio di
approfondire quello che avevo intuito. Allora lessi anche la vita
di S. Caterina. Pensavo di dover abbandonare il mondo, la famiglia
presente e futura, la carriera e dare tutto a Dio, quando nel 1965
incontrai una persona eccezionale.
Chi era? «Chiara Lubich, fondatrice
del Movimento dei Focolari. Avevo 23 anni. Ero già nel corpo di
ballo della Scala e acclamata al Bolscioi».
Cosa le consigliò Chiara Lubich? «Di
non entrare in convento, ma di vivere la mia vocazione di
ballerina sul palcoscenico. Allora iniziai a sorridere con la vera
gioia nel cuore, tanto che i miei amici e compagni della Scala
notarono che di colpo ero diventata simpatica e allegra. Nello
stesso anno debuttai al Bolscioi di Mosca, ritrovandomi di colpo
su tutti i giornali e invitata da tutte le televisioni».
Come ha vissuto il successo? «Senza
mai cambiare ottica, secondo la volontà di Dio. Poi ho incontrato
un grande della danza: il ballerino romeno Marinel Stefanescu, col
quale condivido la concezione dell'arte non come consumismo e
business, ma come bellezza. Così ho lasciato la Scala nel 1977,
per aprire a Reggio Emilia la Scuola internazionale Compagnia
balletto classico «Cosi-Stefanescu». Qui i giovani studiano nove
anni e incontrano varie difficoltà, perché il mondo della danza
e del teatro rema contro i valori che noi insegniamo: dare agli
altri il meglio di sé, fare tutto per gli altri, cercare l'arte
come bellezza. Sono cose che nessuno insegna più».
Perché il numero degli allievi è passato
da 130 agli attuali 40? «Sono più di dieci anni che non
si vede danza classica in tv, la quale presenta invece solo
ballerini da varietà e cabaret. Si mostra il corpo spogliandolo
della parte più nobile, il contrario della danza classica.
La vera bellezza è il risultato di studio, fatica e disciplina,
che elevano il corpo come mezzo per esprimere lo spirito. Questa
è la bellezza, la purezza».
La colpa è della televisione? «La
tv crede che la danza classica faccia calare l'audience. Invece ci
vuole coraggio. E i miei spettacoli, sempre seguitissimi,
dimostrano che i giovani sono felici d'incontrare la bellezza. I
giovani sono affamati di ideali e di Dio».
Ma danza classica, così come la presenta
lei, non è forse un po' troppo ascetica? «È una
disciplina nascosta e non spettacolare, come può essere invece
per esempio la ginnastica olimpica. Nella danza non emergono la
fatica e la concentrazione, ma il sorriso e l'interpretazione
della musica, per esaltare lo spirito».
Teme per il futuro della danza classica?
«No, perché i giovani che la conoscono ne sono innamorati, in
quanto intuiscono che eleva a Dio».
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