FAMIGLIA CRISTIANA n. 31 del 4 agosto 2002
 
MUSICA
SOLOMON BURKE, 66 ANNI E UN RITORNO DA SUPERSTAR

IL REVERENDO
RUGGISCE ANCORA

«Le mie canzoni sono sempre d’amore», dice il grande vecchio del soul per il quale scrivono i grandi, l’unico che il sabato tiene concerti e la domenica canta in chiesa.

Lo chiamano "il reverendo", ma è anche conosciuto come "il re del rock’n’soul ": Solomon Burke, 66 anni e quasi altrettanti nipoti, grazie alle famiglie generate dai suoi quattro matrimoni, è soprattutto l’ultimo grande padre della tradizione musicale americana del rhythm & blues.

Il suo nome, spesso accostato a quelli di Otis Redding, James Brown e Al Green, con gli anni si è trasformato in leggenda grazie a una carriera iniziata quasi mezzo secolo fa nel coro gospel della chiesa battista di Filadelfia.

Alternando soul e gospel, rock e funk, Burke ha saputo attraversare da protagonista le migliori stagioni della musica nera, con una voce che il presidente dell’Atlantic Records, la casa discografica che lo lanciò negli anni Sessanta, definì «strumento di estrema sensibilità». Il carismatico cantante ha recentemente interrotto un silenzio discografico che durava da cinque anni con un cd, Don’t give up on me, che raccoglie le sue interpretazioni di undici canzoni scritte appositamente per lui da personaggi di grande rilievo della musica pop e rock contemporanea. Da Bob Dylan a Tom Waits, Elvis Costello e Van Morrison.

«Sono entrato in studio con un entusiasmo incredibile», ci ha raccontato in proposito, «alcuni dei più grandi autori al mondo hanno voluto scrivere canzoni per me e questo è il più bel regalo che potessi avere da Dio».

  • Come è nata l’idea di questo disco?

«Qualche tempo fa il presidente della mia casa discografica mi parlò di questo progetto, ma credevo ci sarebbe voluto almeno un anno per realizzarlo. Invece, dopo appena due mesi, mi sono ritrovato con un mucchio di canzoni: Elvis Costello ha addirittura voluto raggiungermi in studio per farmi ascoltare personalmente i versi che aveva scritto per me insieme con la moglie».


Solomon Burke durante un concerto (foto AP).

  • Quanto è stata importante la fede nella sua carriera di cantante?

«Da parecchi anni sono vescovo della Church of God for all the People (la "Chiesa di Dio per tutti", una comunità vicina alla Chiesa battista, ndr): canto per Dio e per la mia gente ogni domenica mattina. Credo di essere l’unico artista che può fare un concerto soul al sabato sera e uno gospel il giorno successivo. Ma la fede è stata per me fondamentale sempre, in tutta la mia vita».

  • Ci sono artisti che apprezza nella scena musicale attuale?

«Sì, in particolare adoro le voci di artisti giovani come Erykah Badu e Usher, così come la musica e i testi di The Roots, gruppo hip-hop di Filadelfia. Ma continuo ad ammirare Aretha Franklin e Patti LaBelle, perché sono state, e sono tuttora, le autentiche regine della musica soul».

  • Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera?

«Senza dubbio quando, nel 2000, fui invitato al concerto del Giubileo, a Roma. Incontrai papa Giovanni Paolo II e questo fu un onore incredibile per me, non dimenticherò mai le parole che ci scambiammo e la mia fortissima emozione al suo cospetto».

  • Dopo la pubblicazione di questo disco ha intenzione di tornare a esibirsi anche in concerto?

«Certo. Voglio continuare a cantare per la gente, perché questa è la mia missione: ciò che conta davvero è diffondere un messaggio d’amore. Tutte le mie canzoni parlano d’amore».

  • A quasi un anno di distanza dalla tragedia dell’11 settembre, qual è il pensiero di un artista americano e religioso come lei?

«Non amo la politica e personalmente preferisco pensare sempre in termini positivi. Invito anche gli altri ad assumere questo atteggiamento, perché ci stiamo avvicinando a un momento di grande cambiamento per l’umanità. L’unica risposta alla guerra deve infatti essere la pace ed è compito di ogni singolo essere umano fare questa scelta».

  • In passato però lei fu molto vicino a Richard Nixon, uno dei più discussi e controversi presidenti della storia americana: ha cambiato opinione rispetto a quel periodo?

«No, eravamo amici, e non me ne vergogno. Quando Nixon fu costretto a dimettersi, attraversai un momento molto difficile, lo ammetto. Era un uomo brillante e chi l’ha conosciuto da vicino come me lo sa bene: Nixon aveva delle idee in cui credeva e non era certo peggiore di tanti altri venuti prima e dopo di lui. Forse ha sbagliato. Ma chi, a parte Dio, non commette mai errori?».

Marco Mathieu

 

 

   

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