LA MUSICA

 

A cura di: Giampaolo Mattei (giornalista)

 

Ho molti amici che hanno scelto di scrivere canzoni perché credono che sia un'arte nobile. Lo fanno con la passione che richiede un mestiere artigianale, fatto più di sfumature che di grancasse pubblicitarie e di eccessive illuminazioni. Un mestiere che dovrebbe essere ancorato alla sostanza di scrivere canzoni e di cantarle. Un mestiere che si dovrebbe abbracciare "per vocazione", usiamo questa parola grossa, e non perché costretti dal medico.

Molti di questi amici hanno il "vezzo" di essere anche cristiani, o almeno ci provano. E scrivono canzoni non liturgiche, ma certamente pensate con fede. Raccontano storie con la consapevolezza della fede, con una visione cristiana. Insomma, non si dimenticano di essere cristiani quando lavorano.

Ebbene, ripeto in questa sede - un corso di formazione sulla comunicazione sociale pensato dal coordinamento di numerose e importanti associazioni cattoliche - ciò che provocatoriamente dico sempre a questi amici: avete sbagliato tutto, vi hanno sbattuto in fuorigioco! L'ho detto a don Giosy Cento, stupendo parroco di Grotte di Castro, nel Viterbese; ai musicisti del Gen Rosso, espressione del Movimento dei Focolari; a Don Mario Migliarese, Aurelio Pitino e Roberto Bignoli promotori dell'associazione "Magnificat": ci sono i grandi nomi che ormai riempiono il "mercato" anche con canzoni dai riferimenti religiosi, vagamente spirituali, quasi mai cristiani. Ma vai a spiegare al pubblico (che poi saremmo noi...) che salvo rare eccezioni sono tutti prodotti finti. Questi nuovi "spirituali" però hanno più voce in capitolo, più soldi e più canali promozionali. La lotta è impari.

Una premessa. E' bene chiarire immediatamente che, tranne le solite benedette eccezioni, la realtà attuale della canzone italiana (fermiamoci, per comodità e per ragioni di spazio, al nostro Paese) è almeno inquietante ed irritante.

Le sollecitazioni che muovono oggi la stragrande maggioranza degli autori di canzoni "di successo" sono tutt'altro che nobili ed economicamente disinteressate. L'arte, purtroppo, è una prerogativa di pochi. In un periodo di grave crisi discografica, tanto che vendere i "pezzi" (compact disc o audiocassetta) è impresa eroica, prevalgono le strategie di mercato sulla voglia di comunicare. Così anche le migliori intenzioni ed intuizioni finiscono per affogare. Le eccezioni non mancano, ma trattasi di eccezioni.

A questa realtà bisogna aggiungere il sorprendente, almeno la sorpresa credo sia d'obbligo, numero di canzoni che affrontano, direttamente o meno, temi di carattere religioso. Questa "ondata" di brani "religiosi" dovrebbe mettere in guardia. Perché tutti insieme e tutti adesso, all'unisono, quasi ci fosse stato un passaparola? La sorpresa, appunto, è almeno doverosa. Anche se è molto difficile giudicare le intenzioni degli autori o distinguere le espressioni sincere dalle operazioni di marketing.

E' bene tener conto dell'evidente logica "funzionale" - e non "emozionale" - che governa il mondo della canzone. Per l'industria discografica il vero problema è vendere il prodotto, è convincere il pubblico, composto quasi esclusivamente dai giovani, ad acquistarlo oppure ad andare al concerto.

Se la canzone ha la pretesa di essere una forma artistica, culturale, non dovrebbe far di tutto per piacere al maggior numero possibile di persone, cioè di possibili acquirenti. Invece le canzoni "di successo", quasi tutte, sono evidentemente composte per toccare le corde più retoriche, care ai più giovani. Che le prendono invece quasi come "confidenze" di un amico più grande. Anche la moda di presunta spiritualità rientra in questa categoria. Tra l'altro essere "provocatori" sulla religione, tipo Zucchero, per fare un esempio ben noto, paga. Si finisce in prima pagina sui giornali e si fa sapere a tanta gente che nei negozi c'è il disco...

Forse non è neppure giusto mettersi lì ad avvertire che probabilmente c'è una bella presa in giro. E forse al cosiddetto "pubblico" non interessa neppure fare discernimenti o ad affrontare complicazioni "filosofiche" o "morali". E' certo però che questa indiscutibile realtà toglie alla canzone gran parte delle sue potenzialità di espressione culturale. E crea grossi problemi educativi.

Ma perché sempre agli stessi vengono date le possibilità promozionali, le righe sui giornali? E sono quelli che hanno gli agganci e le contiguità giuste, proprio per una questione di potere. Certi cantanti non hanno mai abbandonato, neppure per un secondo, le loro poltrone sul palcoscenico. Non le hanno cedute neppure mezz'ora a qualche giovane autore che forse ha cose da dire non meno belle delle loro, ma non dispone dello stesso budget promozionale.

E che non è solo questione di bravura lo sanno tutti. Quei cantanti famosi sono sempre seduti sulle loro poltrone e lì, seduti, hanno scritto canzoni contro i politici accusandoli proprio di essere attaccati alle poltrone. Paradossale. Ma quasi nessuno che lo fa notare.

Per trovare spunti di valore, non solo artistico, bisogna - salvo le solite eccezioni - ricorrere a canzoni di autori che non sono in testa alle classifiche di vendita e spesso neppure negli scaffali dei negozi. E non si può pretendere che per ascoltare certi autori si organizzi ogni volta una caccia al tesoro o peggio si debba sfoderare capacità d'indovino: leggere recensioni di dischi non supportati da una costosa campagna pubblicitaria è rarissimo.

Credo che sia anche una questione di libertà. Chi ascolta (o legge) ciò che viene proposto dai mezzi di comunicazione riguardo alla musica dovrebbe avere una maggiore coscienza critica. Il problema è che tanti prodotti vengono reclamizzati anche con una buona dose di aggressività e di insolenza, quindi riducono la libertà di scelta: se un ragazzo sente alla radio e alla televisione dalla mattina alla sera sempre lo stesso prodotto probabilmente è indotto a ritenere che quello sia più bello ed intelligente. Spesso e volentieri invece non è così. Non lo aiutano certo le interviste compiacenti.

Per quanto riguarda la libertà di chi fa musica ritengo che ci sia qualche problemino in più. Sono convinto che c'è chi la musica la fa perché è cosciente di praticare un lavoro estremamente nobile e gratificante. C'è anche chi usa questo mezzo come un lavoro normale e quindi con lo scopo del business. Ed è legittimo. Non sto assolutamente polemizzando con nessuno, dico soltanto che esistono queste due strade. Da una parte chi fa musica per amore di quest'attività che sta a metà tra arte ed artigianato e dall'altra chi la considera assai meno. E infatti nel mondo della canzone ci sono un sacco di servi in circolazione. E se ci stanno i servi evidentemente ci sono anche i padroni.

La realtà della canzone, insomma, è tutt'altro che confortante. E' comunque un grande privilegio avere il dono di saper mettere in musica una storia o un'emozione. E vale la pena continuare a farlo. Ed è una bellissima esperienza riuscire a vivere l'emozione di una canzone.

Indubbiamente i protagonisti dalla cosiddetta "musica leggera" sono i giovani. Ma in che maniera le canzoni oggi parlano dei giovani? Temo di dover deludere le aspettative di coloro che credono nelle canzoni come reale "specchio" di una generazione, che la ascoltano anche con l'idea di riconoscervi "fotografie" della vita dei giovani. Non è così salvo eccezioni perlopiù poco conosciute.

E' infatti bene chiarire subito che non esistono solo le canzoni che hanno accesso ad ogni possibile canale di comunicazione. Ce ne sono tante altre alle quali non viene mai concesso spazio e che invece meriterebbero più attenzione.

Nelle canzoni "di successo" è quasi impossibile trovare un'ispirazione artisticamente libera per impiantare una riflessione seria sui giovani. Ciò che muove la "creatività" di gran parte del mondo della canzone è quasi esclusivamente l'interesse economico o l'affermazione. Quindi le canzoni "di successo" sono "specchio" solo parzialissimo della realtà giovanile.

I giovani protagonisti delle canzoni non sono per forza reali. I testi non sono composti per raccontare una storia, denunciare un problema, suggerire un pensiero, interpretare il pensiero, i gusti, le domande, le inquietudini di una generazione. Laddove si arrogano il merito di farlo dietro ci sono sollecitazioni tutt'altro che solidali con i giovani. I testi sono studiati a tavolino per piacere al pubblico dei giovani. Questo rende magari i brani da "hit parade" particolarmente "accattivanti", ma il fatto che siano piacevoli non li rende meno falsi, meno subdoli.

Davanti a questa poco simpatica situazione, assume a volte contorni grotteschi e comici l'affannoso seguire le penultime mode da parte di molti operatori pastorali ecclesiali che hanno scoperto che con le canzoni che piacciono ai giovani si possono anche animare le discussioni nei gruppi di parrocchie o di associazioni, quando addirittura non fare catechesi. In alcuni casi l'ignoranza oltre ad essere esibita come un fiore all'occhiello diviene un grave pericolo per la formazione dei ragazzi. E' almeno singolare che operatori pastorali (cioè catechisti o insegnanti di religione o animatori i gruppi ecclesiali) non trovino di meglio da fare che proporre come esempio autori dichiaratamente anticristiani e che esprimono valori che con la fede non hanno nulla a che fare. Così facendo questi operatori pastorali si sentono "alla moda", strappano l'applauso facile o la risata. Farebbero meglio ad informarsi, a proporre idee e valori seri. A fare la pubblicità a certi cantanti famosi già ci pensano i loro discografici. E poi fargliela gratis è puro masochismo.

A questo - parlando sempre nell'ottica dell'interesse concreto degli operatori pastorali - bisogna aggiungere il sorprendente entusiasmo di molti cattolici non appena sentono nominare Dio in una canzone. E' buona regola non lasciarsi sopraffare da emotività superficiali e non perdere il vezzo di far uso dell'intelligenza. Un minimo di coscienza critica è almeno doverosa visto che alle espressioni di "spiritualità" contenute nelle canzoni quasi mai fanno compagnia dichiarazioni dignitose sulla fede da parte di coloro che quelle canzoni le scrivono. Qui la casistica è lunga ed esilarante.

Quando si parla del rapporto tra giovani e canzoni credo che questa realtà vada sempre tenuta presente. Altrimenti si rischiano superficiali considerazioni. Certamente la canzone è un linguaggio che le nuove generazioni conoscono ed usano in maniera evidente. E' facile che i più giovani si identifichino nei loro cantanti preferiti e ripetano mille volte la canzone che ritengono scritta quasi apposta per loro. Il criterio fondamentale cui un cantante deve attenersi per piacere ai giovani è quello di essere "vero". La prima domanda che i ragazzi pongono a qualcuno che ha conosciuto il loro cantante preferito è sulla sua "autenticità". E guai a metterla in dubbio... tanto non ti crederebbero.

Per non far la figura del "vecchio brontolone", sempre pronto a far polemiche, preferisco lasciare la parola ad alcuni dei cantanti che, direbbe Mike Bongiorno, "vanno per la maggiore". Quelli, insomma, in testa alle classifiche di vendita, sempre bene in mostra sugli scaffali e nelle pagine dei giornali, sempre in prima fila sugli schermi televisivi e nei palinsesti radiofonici.

Diamo loro la parola, stavolta però senza il filtro delle loro case discografiche, dei loro addetti stampa e dei loro manager. E ascoltandoli possiamo così provare a capire anche che cosa i giovani vogliono sentirsi dire. Purtroppo spesso le cose coincidono. Dico purtroppo perché non dovrebbe essere per forza così.

Incontriamo da vicino Max Pezzali (883), Marco Masini e Massimo Di Cataldo.

 

FACCIO VOLONTARIATO, MA CANTO L'OPPOSTO

MAX PEZZALI - 883

Hai mai pensato come una tua frase buttata là in una canzone possa essere recepita dai ragazzi che ascoltano? La stragrande maggioranza di chi ti segue non ha la preparazione, neppure culturale, per saper distinguere i messaggi costruttivi, positivi, da quelli che certamente non lo sono.

La risposta sta nelle cose che scrivo nelle mie canzoni. Le frasi che canto, le storie che racconto, non presuppongono alcun tipo di preparazione culturale né di formazione. Quindi il problema non esiste. Non mi sono mai posto il problema di lanciare messaggi o comunque di andare oltre la mia esperienza quotidiana. In pratica parlo con il linguaggio corrente, lo stesso delle persone che sentono la mia musica. Le possibilità di fraintendimenti, il rischio cioè che le mie canzoni diano adito a conseguenze negative, le ritengo molto remote. L'industria ce l'hanno dietro tutti, ma non tutti arrivano al successo. Penso che il nostro successo sia dovuto al fatto che in linea di massima noi raccontiamo storie normali, vissute da ragazzi normali.

Hai dichiarato di aver fatto l'obiettore di coscienza alla Croce Rossa e di essere un sostenitore del volontariato però non hai mai parlato di queste esperienze nelle canzoni, esperienze oltretutto diffuse tra i giovani. Sarebbe un argomento più interessante di quelli che affronti abitualmente che certo non sfiorano mai il tema della solidarietà.

Ci sto pensando, purtroppo quando fai una canzone devi pensare che dev'essere fruibile. Ho pensato di chiamare una canzone come l'ambulanza che ho sempre usato: la numero "009". La pulivo 30 volte al giorno! Lì sopra si sono consumate più tragedie e più atti di "piccolo eroismo quotidiano" che non su un palcoscenico con accese sopra la luce e le telecamere attorno. Ci sto pensando seriamente, è un'idea che sto curando da tempo.

Tutto bene, però se si ascoltano le tue canzoni sembra di stare su un altro pianeta. Di questi tuoi discorsi impegnati non c'è neppure un vago accenno perché l'unico problema dei protagonisti delle tue canzoni è trovare "una ragazza che ci sta".

Sono convinto, invece, che non c'è alcuna contraddizione anche se capisco la tua domanda e dico subito che il discorso sarebbe lunghissimo. La vita è un insieme di sensazioni, di emozioni e di esperienze. Quello che, secondo me, ha fatto per tanto tempo perdere di vista il messaggio nelle canzoni cosiddette impegnate è stato proprio l'eccessivo manierismo. E' vergognoso fare una canzone impegnata per forza. Non ci crede più nessuno: tu stai tutto il giorno, tutta la vita, con le tue canzoni, a pensare a cose tristissime? Davvero vivi così male? La categoria dei cantautori è quella che vive peggio al mondo, che soffre di più? Non è vero! La musica leggera, le canzonette, devono essere lo specchio reale della vita che è un insieme di sensazioni: c'è l'innamoramento, il piacere dell'amicizia, dello stare insieme, tutti in giro a fare gli stupidi per il gusto di una serata tra amici. Solo così si riesce a dare un quadro della vita. L'impegno e il pensare agli altri non è assolutamente separato dall'andare in discoteca, dal divertirsi, dallo stare bene insieme. Anzi, proprio lo stare bene insieme fa capire come l'amicizia di gruppo sia anche solidarietà. Magari c'è l'amico in difficoltà e bisogna affrontare insieme i suoi problemi. Se questo vale nel micro-nucleo dei luoghi di ritrovo tra amici, a scuola, allora forse è possibile, uscendo dal proprio guscio, e farlo valere per le forme di aggregazione sociale più ampie.

 

LE PAROLACCE APPARTENGONO ALLA MIA GENERAZIONE

MARCO MASINI

Sei accusato di essere un pessimista e di far canzoni che creano disperazione tra i tuoi giovanissimi ascoltatori...

Non posso dare soluzioni ai problemi di nessuno perché non le ho. Questa è una critica che mi fa arrabbiare: non dai soluzioni ai temi che tratti. E' vero, ma sto ancora aspettando le soluzioni degli altri. Ricevo anche 500-600 lettere al mese, ma non voglio e non so interpretare i fenomeni giovanili. Non do risposte, riesco solo a fare domande. Oggi noi giovani non capiamo cosa sta succedendo e si va in paranoia, siamo tutti schizofrenici. E' normale secondo te scandalizzarci di stragi e di guerre davanti alla tv e poi correre in discoteca? Cerco di raccontare ciò che vedo e mi arrabbio quando mi dicono che sono volgare.

Alcune tue canzoni sono state definite volgari perché piene di parolacce...

La volgarità nasce da un disagio insoluto. Vaffanculo e Bella stronza raccontano storie tipiche dei ragazzi e sono espressioni che, comunque, appartengono alla mia generazione. Non posso farci niente. Mi chiedo se davvero c'è uno che non dice nemmeno una parolaccia al giorno. Se parlassi come il Manzoni non mi capirebbe nessuno. Invece voglio farmi capire. E a proposito delle parolacce, credo che nessuno sia tanto stupido da comprare un disco perché ce n'è una. Ritengo di scrivere canzoni che rispecchiano la vita di tutti noi. A me non interessa polemizzare con i cattolici che mi hanno accusato di essere volgare e disperato. So che ci sono molti ragazzi credenti tra i miei fan, rispetto le loro idee ma io, non avendo la fede cristiana, parlo da un altro punto di vista.

Qual è il tuo punto di vista?

E' il punto di vista di una persona che è ancora alla ricerca della verità. Cerco una risposta vera alla morte di mia madre, stroncata a 47 anni da un tumore. E' una morte che non so accettare, che non ritengo giusta. I temi forti nelle mie canzoni sono una mia scelta. Preti e gruppi cattolici sbagliano quando mi accusano di essere un "prodotto costruito" da ottimi professionisti.

Non è così?

No. Chiedo quindi ai cattolici almeno il rispetto morale. A chi mi accusa, dopo Vaffanculo e Bella stronza, di volgarità io rispondo: non la invento io, la raccolgo dalla vita, dalle esperienze dei miei amici, quelli della strada, dello stadio. Noi parliamo così in privato e non me ne vergogno. Questo è il prodotto dei falsi valori del consumismo, dell'assenza della famiglia, della scuola e della società. La Chiesa non l'ho mai sentita vicina alla mia vita.

Le mie canzoni sono piene di speranza. Chi non la trova non ha capito niente di me. Non sono un profeta, una guida. Forse sono un portavoce di tanti giovani che la pensano come me, ma nessuno li ascolta. Forse per questo mi accusano di essere uno che porta "sfiga". Mi secca questa etichetta. Ho una voce drammatica, sono uno normale, non sono un "bello", canto cose semplici che vengono capite all'opposto.

Puoi fare un esempio?

Il niente è una canzone che è stata presa a pretesto per dire che Masini non ha valori, è un disperato sfigato. Invece in quella canzone invito a compiere un preciso salto di qualità. Non sono un nichilista, ma uno che invita ad essere più consapevoli di se stessi e della realtà. Lo ritieni un messaggio superficiale? Di politica non m'interesso per nulla, la mia generazione non ha bisogno di chiese, di "mamme", di padri o di santi protettori. Siamo una generazione più realista, forse più cruda. I drammi che ci circondano sono tanti. Penso alla droga, un vero martirio di massa.

 

GESU' CRISTO? UN "FICO"

MASSIMO DI CATALDO

Tu non scrivi canzoni sulla fede e non sei cristiano, però c'è chi usa i tuoi brani per fare catechismo. Che cosa ne pensi?

E' una notizia che mi ha sorpreso e colpito profondamente. Evidentemente canto parole "buone", quelle che appartengono a noi giovani. Del resto la musica è il canale di comunicazione più diretto, immediato, quello più usato dai giovani. E la Chiesa lo deve utilizzare altrimenti resta indietro e non sa più parlare con i giovani. Conosco alcune persone di Chiesa, anche frati, con cui ho tanti valori in comune. Quando andavo a catechismo, invece, mi annoiavo terribilmente. Se la Messa è una funzione per celebrare, che ne so, Dio, perché dev'essere tutto così triste, grigio, spento, morto? Ma noi siamo vivi! Se noi crediamo che la Messa è bella, facciamola bella! Senza però tornare al barocco per far vedere solo il bello fuori. Il Signor Gesù Cristo è un uomo "fico", uno a cui non gli puoi dire nulla contro. Lui non ha mai detto: adesso invento il cattolicesimo e faccio un sacco di soldi. Al di là di essere o meno Figlio di Dio, può essere un'affermazione discutibile, come uomo ha compiuto tante azioni semplicemente perché sentiva di farle. Poi penso che noi siamo tutti Figli di Dio. Quando il Signor Gesù diceva di essere il Figlio di Dio non pensava di essere l'unico, secondo me. Il cristianesimo ha ormai duemila anni. Se noi andiamo a vedere la storia di tutte le religioni, intorno ai duemila anni cominciano a scricchiolare: si sciolgono e ne escono altre. Questa è una cosa che ho studiato per l'esame di storia delle religioni. (N.d.A.: infatti l'hanno bocciato) Signori, se i giovani sono proprio come li descrivono le canzoni di questi autori (se ne potrebbero aggiungere altri particolarmente "vuoti", come Ramazzotti) nessuno si sorprenda che lancino sassi da un cavalcavia sull'autostrada, si accoltellino allo stadio o all'uscita di una discoteca.  I comunicati-stampa che accompagnano l'uscita dei lavori di questi personaggi sono da incorniciare: accanto vanno messi i ritagli di giornali con le "recensioni". L'ultimo disco, di chiunque, è sempre bello, spesso "alternativo" (rispetto a che cosa?), "trasgressivo" (oggi la vera trasgressione è la "normalità") e si arriva fino al punto di dire che "interpreta i segni dei tempi". In pratica una citazione del Concilio Vaticano II...

Un dispaccio promozionale degli 883 avverte che gli autori "si sono divertiti a mettere in musica i discorsi che quotidianamente fanno con gli amici, i sogni, le risate, le arrabbiature (N.d.A.: parola più sfumata di quella realmente usata) e le delusioni di un gruppo di ragazzi di provincia".

Riporto alcuni versi famosi presi a caso (non sono neppure i peggiori) da canzoni famosissime: "Sarà bello da guardare come un poster di James Dean, sarà dolce la paura sganciandoci i blue jeans... t'innamorerai di un bastardo che ti dirà bugie... un ritardo di sei giorni che non sai se dirlo a lui" (Masini) - "Ti pretendo è inutile che dici di no... io non ti voglio ti pretendo sei l'unico diritto che ho" (Raf) - "In questo regno dove tutto è permesso lasciati andare e vedrai che se anche non cambia niente lo stesso tu ti divertirai" (883).

Credo che gli operatori di pastorale giovanile possano avere un tassello per un quadro un tantino più preciso della realtà della canzone oggi. E' drammatico constatare che proprio queste canzoni vengano usate nei gruppi giovanili.

Ognuno penso possa trarre da quanto presentato fin qui alcuni elementi per tirare conclusioni proprie e considerare se è il caso di indicare questo genere di cantanti famosi come esempio o di proporre le loro canzoni come argomenti di discussione. Visto che i sono già i canali della promozione televisiva, radiofonica e giornalistica a dare spazio sempre agli stessi, non sarebbe il caso di aiutare i ragazzi a riflettere su se stessi, sulla loro generazione, anche attraverso canzoni meno conosciute e forse proprio per questo più vere e più belle?

Si potrebbe parlare a lungo sulla canzone e sulla sua dignità, sulla sua "utilità". Ma è grave che si pensino canzoni apposta per i giovani. Soprattutto agli autori che anagraficamente non rientrano nella categoria "ragazzi" dovrebbe risultare piuttosto complicato parlare con il linguaggio dei quattordicenni. Invece quanti splendidi quarantenni e cinquantenni che sanno adeguarsi...

Da parte mia, posso indicare in canzoni composte da autori che non sempre sono ai vertici delle classifiche o in televisione alcune splendide "provocazioni", idee, intuizioni che certamente potrebbero essere utili alla creatività e a formulare un pensiero in più. Non mancano autori che nelle loro canzoni riescono a raccontare i chiaroscuri della condizione giovanile. Potrebbe essere interessante l'ascolto di "vecchi leoni" come il compianto Fabrizio De André e Paolo Conte e la riscoperta di autori che non hanno avuto l'attenzione che meritano come Mario Castelnuovo, Massimo Bubola e Mimmo Locasciulli.

Una maggiore coscienza critica impedirebbe l'uso almeno singolare delle canzoni più basse (artisticamente parlando, non entro nel contenuto) per occasioni che meriterebbero più attenzioni. E' il caso di accennare all'utilizzo di canzoni "famose" nelle liturgie (tra le altre Si può dare di più e Gli altri siamo noi, oltre l'ormai storica Dio è morto). Insomma, è ignobile sentir cantare alla comunione: "Allah come Gesù in chiesa e dentro una moschea" (da Gli altri siamo noi). Non sarebbe male anche un'educazione al bello, all'arte vista per quello che dovrebbe essere.

E allora incontriamo tre artisti che hanno "qualcosa" da dire, ma che spesso sono sopraffatti dal rumore.

 

PADRE MIO

MIMMO LOCASCIULLI

La canzone "Padre mio" è una vera e propria preghiera...

E' una vera preghiera! Io sono un laico, più agnostico che ateo, però ho la certezza che momenti di spiritualità s'incontrano per forza nella vita. Spirituale, non religiosa, era, ad esempio, un'altra mia vecchia canzone Natalina. Padre mio invece è certamente una canzone religiosa, con un'ispirazione profondamente religiosa. L'idea è venuta fuori ascoltando un disco di Gavin Bryars che mi ha veramente steso per terra dalla commozione. In pratica Bryars ha registrato la voce di un barbone che canta all'infinito: "Jesus' blood never failed me yet", cioè "Il sangue di Cristo non mi ha abbandonato". Questo barbone che prega il Signore mi ha fatto pensare che molte preghiere sono collettive, il "Padre nostro", per esempio. E quando le cose appartengono a tutti alla fine non sono di nessuno, per cui in cinque minuti ho scritto una preghiera pensando proprio ad una persona in difficoltà, che non riesce a trovare la solidarietà di nessuno. Questa persona rivolge a Dio una preghiera per sé, ecco allora il "Padre mio", e non il "Padre nostro".

Insomma, "Padre mio" è una canzone-preghiera nata all'improvviso, quasi una folgorazione...

Secondo me ci si casca nella "trappola" del contatto spirituale, ritengo che sia inevitabile anche per chi non crede.

La canzone è stata una concatenazione di pensieri non guidati. Sono molto ispirato dalla vita quotidiana così ho visto la solitudine di quella persona, di quel barbone che canta sempre la stessa preghiera. Non so per quale improvvisa ragione mi sono fermato a pensare all'assurdità di una vita senza preghiera, senza esame di coscienza.

Trovo, in definitiva, che la mia canzone sia una preghiera molto profonda, ognuno di noi poi ha delle chiavi di interpretazione. Alcuni critici superficiali hanno addirittura scritto che è una canzone dedicata a mio padre.

Qual è il suo rapporto con la fede?

Il mio rapporto con la fede cattolica è molto conflittuale perché da ragazzo sono stato subito indirizzato all'Azione Cattolica che era quasi un luogo di raccolta per tutti i giovani. Parlo di oltre trent'anni fa e mi riferisco al mio paese, Penne in Abruzzo.

Ci si vedeva all'Azione Cattolica per giocare a biliardino, a ping-pong, e certo anche per le funzioni. Ho avuto la fortuna di avere un approccio veramente spirituale, bello, con la religione anche perché spesso suonavo l'organo in chiesa. Ho avuto sempre un'attrazione molto intensa verso i canti veri della chiesa, non le canzoncine moderne. Mi riferisco al gregoriano, un canto estremamente commovente.

Da ragazzo andare a Messa era un fatto meccanico, automatico, non capivo veramente cosa accadeva, però i momenti di sensazione profonda, di emozione, erano legati a fatti musicali.

Poi in età adulta è facile che si entri in conflitto con il mondo intero e nel mio caso c'è stata la ribellione verso i dogmi. Ho letto con molta ostinazione tutto quello che potevo, la Bibbia innanzitutto, per trovare una giustificazione a quella che mi sembra un'imposizione religiosa. Così sono diventato quello che sono adesso, un laico.

Tuttavia se c'è una ragione per spiegare perché le persone si affidano spesso al credere in Dio evidentemente o io non la conosco, ed è un mio limite, oppure è una realtà che fa parte dell'organizzazione meccanicistica della vita dell'uomo.

E' un discorso che vale per tutti i tipi di fede, anche se non conosco le altre religioni. Per quanto riguarda il cristianesimo, l'impostazione della fede la considero credibile, quello che poi invece mi lascia indubbiamente perplesso e mi provoca tuttora rifiuti è tutta l'organizzazione ecclesiastica.

Credo però che dal punto di vista umano, e non del credente, la funzione dei preti, dei frati e delle suore, sia fondamentale. Penso a quelle suore, per esempio, che svolgono la loro missione negli ospedali. Da medico affermo che gli ospedali non possono diventare completamente laici, non devono perdere la componente preziosa costituita dal personale religioso. Rimpiango le suore, insostituibili, di quando l'ospedale romano "Santo Spirito" era ancora un "Pio Istituto" e i malati non erano solo schede da archiviare. Però l'organizzazione clericale mi lascia un po' sconcertato.

Cosa significa per il cantautore Locasciulli l'esperienza che ogni giorno fa in ospedale il chirurgo Locasciulli?

Faccio questi due mestieri da vent'anni precisi. Mi dà molto. Essere medico in un grande ospedale di Roma è un continuo confronto con me stesso, con il benessere, con il mio privilegio di non essere né malato né sofferente. Se fossi credente ringrazierei Dio di tutto questo. Essere medico insomma per me è un continuo confronto, un continuo rimettere in discussione questo tipo di privilegio. Perché sono privilegiato e come mi devo comportare con chi non è stato fortunato? Certamente non riesco ad abituarmi al dolore, alla morte, ma non smetto neppure di abituarmi alla gioia della vita.

Umanamente i pazienti hanno sempre qualcosa da insegnarti e se qualcosa ti viene insegnato umanamente stai tranquillo che anche dal punto di vista artistico c'è un riscontro.

Con la canzone "Il suono delle campane" si è schierato apertamente dalla parte dei più deboli.

Il testo della canzone l'ha scritto al 100 per 100 Francesco de Gregori. Quello che c'è di predestinato e di strano è che io avevo pensato qualcosa di simile per il testo leggendo proprio un articolo profondo di Francesco intitolato Il nuovo medioevo. Anche Francesco, come me, è un laico ma a volte può dar punti anche agli esperti di religione.

Avevo pensato ad una canzone intitolata Se un sogno non ti basta: mi riferivo ad un sogno molto utopistico, ideale, senza guerra, violenza, sopraffazione. Con una combinazione clamorosa, Francesco ha scritto un testo bellissimo che andava esattamente nella stessa direzione. Ci sono riferimenti al dramma del Rwanda e della ex Jugoslavia.

A me interessa il confronto con l'uomo più che un'analisi della realtà. M'interessa lo stare insieme con l'uomo, la solidarietà, la tolleranza, addirittura la complicità.

La canzone "Povero me", anch'essa scritta con De Gregori, esprime la stessa solidarietà verso le persone meno fortunate.

Esattamente. Preferisco schierarmi dalla parte di coloro che nella vita non vincono mai. E' chiaro che sto dalla parte di chi non vince. Non sono un uomo di lotta, ma lotterei volentieri per chi viene sopraffatto, per chi subisce, per "gli uomini sconfitti con un cartello al collo", quelli che poi pagano per tutto e addirittura vengono derisi. Viviamo ancora sulla bruttissima eco degli anni '80, il tempo dell'arrivismo e dell'edonismo. Sono per la concretezza, per i valori essenziali dell'uomo.

Lo sconfitto comunque non è un perdente, è uno che ha perduto in una prova di forza. L'animo di uno sconfitto può essere più grande e più nobile di quello di un vincente.

Nelle canzoni ha sempre raccontato stati d'animo. C'è un messaggio che vorrebbe aver comunicato?

A volte qualcuno mi scrive dicendomi che le mie "belle parole" sono state d'aiuto. Nella legge dei grandi numeri le mie sono cifre piccole. La funzione di una canzone è tener compagnia, aiutandoti a stare un po' con te stesso, con il tuo pensiero. Se mai dovessi desiderare che ci sia stato un messaggio nelle mie canzoni, rischio di essere obsoleto, quasi un "figlio dei fiori", nell'affermare che vorrei tanto aver comunicato pace, amore e libertà.

La gente oggi ascolta e vuole altre cose, in questo mi sento di un'altra generazione che non significa essere peggiore ma, scusate la presunzione, essere migliore! A volte mi dicono che sono l'ultimo gentiluomo di campagna. Sono cortese, cedo il posto sull'autobus... Non mi ritrovo molto nelle consuetudini della quotidianità di oggi. Mi sento a disagio perché rischio di far la parte del burino che viene dalla campagna. Però mi piace essere così e non cambiare.

Oggi la maggior parte dei giovani hanno interessi, e non solo musicali, molto superficiali. Quale pubblico ascolta il genere di canzoni che propone?

Ho uno "zoccolo duro" che mi accompagna dai tempi di Intorno a trent'anni, cioè dall'inizio degli anni '80. E' un pubblico adulto, al di sopra dei 25 anni, però mi stupisco molte volte nel vedere ai miei concerti ragazzi giovanissimi. Mi stupisco perché il mio modo di essere cantante è poco illuminato. Non mi metto in mostra, avrei i numeri per essere un puro e semplice cantante di "culto" per quelli che coltivano l'interesse e l'amore per la canzone d'autore, come vent'anni fa.

Con molto stupore e gioia vedo che mi seguono anche i più giovani: sono certamente quelli più impegnati nell'area del volontariato, che hanno qualcosa da pensare, da fare e da dire. Quelli che vivono molto banalmente la loro gioventù, in maniera più spensierata, e non intendo condannarli, non credo che ascoltino la mia musica.

E' più probabile che mi ascoltino quelli che come me sono delusi della corsa del mondo e soffrono per la mancanza di serietà generale.

 

A UN PASSO DAL MIO CUORE

MARIO CASTELNUOVO

"Il Padreterno è come te... eppure lui è più grande, ed è cosi... E' ingenuo proprio come te... Lui si nasconde e poi, poi non lo cerca più nessuno... c'hai pensato mai?...". E' un verso della canzone "Cercami", in cui lei "usa" il gioco del nascondino di due bambini per parlare di Dio. Un Dio che si nasconde, anche perché se si mostrasse in tutta la sua onnipotenza l'uomo non avrebbe più la libertà di credere o no...

La storia è esattamente questa. Ho sempre creduto che, soprattutto da un punto di vista di dialogo spirituale, ci debba essere per forza una ricerca. Dio non se ne sta seduto impassibile da una parte ad aspettare che gli uomini vadano da Lui. La fede cristiana ci dice che ha addirittura mandato suo Figlio sulla terra. Dio, e non solo nelle mie canzoni, l'ho sempre umanizzato e ho cercato di avere con Lui un dialogo, anche muto, però portato avanti nella continua ricerca. Da sempre mi accompagna un atteggiamento infantile nella vita e spero che mi rimanga. Il fatto della continua ricerca, anche spirituale, mi riporta indietro al gioco del nascondino e questo viene detto chiaramente all'interno della canzone Cercami, che peraltro è tratta da un apologo ebraico. Non ho fatto altro che rispolverare una vecchia cosa per cercare di farla conoscere. Credo nella ricerca a tutti i livelli. Credo che non ci sia mai un momento di arrivo, la vera eccitazione della vita consiste e risiede proprio nel fatto della continua ricerca.

"Poi non lo cerca più nessuno... c'hai pensato mai?". E' un verso che racchiude la triste constatazione della scristianizzazione a cui stiamo assistendo.

Viviamo in un tempo in cui mi sembrava giusto aggiungere questo aspetto. Dio oggi è messo da parte. Purtroppo non mi sembra che questa sia l'epoca "giusta" per Lui, lo era di più il Medioevo, un periodo in cui le passioni avevano il sopravvento. Non sempre quelle positive. La vera voglia dell'uomo in quel tempo era ricercare Dio. L'esatto contrario di quello che si fa oggi. Questa perdita assoluta di contenuti spirituali fa pensare che forse il tempo più vero per l'uomo era appunto il Medioevo: lì l'uomo era più scoperto, più nudo, più a contatto con il Cielo. Non erano secoli migliori, ma certo si era più attori di se stessi, magari in modo anche miserabile. Certo che in quel periodo si viveva in funzione di Dio, anche se spesso lo si faceva attraverso la paura di compiere un'azione che non coincidesse con i disegni divini. E non è giusto neppure l'atteggiamento della paura. Credo che dovrebbe essere giusto un equilibrio tra se stessi e la propria spiritualità. E' il grande mistero dell'uomo: chi possiede questo equilibrio è fortunato.

Nelle sue canzoni lei - quasi con la tecnica del ritrattista, infatti è anche disegnatore - ha spesso guardato con attenzione alla spiritualità più profonda dell'uomo, al suo mistero...

Non ho mai smesso di "spiare" la gente che mi passa accanto e, se possibile, di spiare anche me stesso. Questo però è l'unico ritratto che non sono riuscito a fare mai in modo soddisfacente. Ho un grande amore per l'essere umano: so che c'è da stare attenti essenzialmente a lui, le altre cose della natura sono perfette. L'unico apparentemente perfetto ma con gravi disservizi è proprio l'uomo. In questo senso mi andrebbe di analizzarlo e di discuterlo ancora.

"Cristo si è fermato a un passo dal mio cuore... dimmi, che ci voleva, dimmi, ancora un altro passo..." ha scritto in una canzone.

Qui il problema è un pochino più privato, nel senso che ognuno di noi, per via di quella ricerca di cui abbiamo parlato, si sforza di riportare tutte le sue eventuali conoscenze o le eventuali ignoranze a se stesso. Ho sempre creduto a quest'affermazione a cui lei ha fatto riferimento: molto spesso mi sono accorto che Cristo si è fermato a un passo dal mio cuore. Se dovessi metterla un po' più sul prosaico, ho sempre asserito che non sono un uomo fortunato, ma sono un uomo che ha la buona stella. Fortunato è colui a cui non capita assolutamente niente di sgradevole nella vita, ma soltanto cose positive. La persona che invece ritiene di avere la buona stella è una a cui certe cose sgradite e sgradevoli possono capitare, però alla fine trova sempre il sistema per uscire fuori da sott'acqua. In questo senso ritengo di avere Dio "a un passo dal mio cuore". Non è proprio centrata l'appartenenza del mio cuore a Dio, però è lì nella periferia.

Nelle canzoni si è spesso rivolto a Dio come unica speranza per le persone emarginate, che non hanno "voce". "Vinci Dio delle povertà, vinci, perduto ai margini del cielo..." ha scritto. Nel brano "La casa dell'imperatore" canta la preghiera di un immigrato extracomunitario: "Signore salvaci... Dio della vita... dacci la forza di starcene qui... Dio della salita, questo é l'inferno lo vedi anche tu....".

Nella canzone La casa dell'imperatore il protagonista, proprio per tentare un colloquio e un dialogo con gli altri e quindi un avvicinamento, domanda come si dice Dio nella lingua di quello che gli sta parlando. Con gli immigrati che troviamo sulle nostre strade cerchiamo di capirci almeno su questa che è la prima parola, la più importante. Poi parleremo di altro.

Qual è il suo rapporto con la fede? Lei ha detto, ne abbiamo discusso a proposito del Medioevo, che questo non sembra essere il secolo giusto per la fede...

Paradossalmente, visto che siamo a una manciata di anni dal 2000, è giusto per tutti parlarne. Il cambio del millennio ha sempre portato particolari apprensioni. Non le nascondo che se penso a quello che sta succedendo nel mondo forse è vero pure questa volta. Ho sempre ritenuto di essere uno che non ha mai saputo fare a meno della propria spiritualità e anche della spiritualità degli altri, forse anche in modo esagerato. Cosi come ritengo di non essere un uomo di fede, nel senso cattolico del termine. Negli anni il termine cattolico si è svuotato ed è divenuto solo un aggettivo che oggi molti usano addirittura in modo negativo. Credo che ci siano troppe persone che si definiscono cattoliche, ma non ci siano altrettante persone realmente cattoliche, che si sforzano di vivere in prima persona l'insegnamento di Cristo, il Vangelo. Molti rispettano alcune "regole" del cattolicesimo soltanto per abitudine e poi se ne fregano di tutto.

Vuole dire che c'è un distacco tra la fede proclamata e la fede vissuta ogni giorno?

La maggior parte degli italiani dovrebbe essere cattolica, ma la realtà del nostro paese non sembra lo specchio dell'operato di persone che vivono profondamente la fede in Cristo. Sono un uomo che fa dello spirito la propria esistenza, alle volte anche non volendolo, però non voglio essere cattolico nel senso di seguire le regole che non sono neppure quelle della Chiesa, ma unicamente di comodo. Bisogna capire bene l'insegnamento della Chiesa, ho l'impressione che ci sia invece molta ignoranza. Questa è l'epoca in cui, parlando del cristianesimo, sembrerebbero prevalere soltanto due fazioni: i menefreghisti e i fondamentalisti. Ci sono le due esagerazioni, ma né gli uni né gli altri sono, secondo me, buoni cristiani. Al di là della nostra religione, in qualunque campo le esasperazioni non sono positive. Certe ostentazioni sono destinate ad avvitarsi su se stesse.

Prima ha parlato della sua passione per il Medioevo. In questo studio si è trovato a contatto con una società profondamente cristiana.

Da studioso ho un rapporto molto bello con il cristianesimo perché ha una storia straordinaria. Senza andare a tirare fuori la grande vicenda del Papato, tutto quello che è stato sinonimo di cristianesimo è affascinante. Dal punto di vista personale, mi ritengo uno che ha fatto della propria spiritualità un modo di vita stando bene attento a separare l'aspetto del menefreghismo e dell'integralismo, come ho detto prima. Ci sono questi due canali e sembra che in mezzo non ci possa essere nient'altro. Lo trovo pericoloso.

Come si pone davanti alle domande esistenziali?

Mi pongo ancora con gli occhi del bambino e quindi provando a scavare intorno a queste domande per cercare una spiegazione che dia ancora contributo all'avventura. Non cerco risposte definitive su tutto perché so che non le troverei. Cerco di vivere queste domande, che poi fanno parte del quotidiano di ognuno di noi, davvero con un minimo di stupore infantile. Uno stupore che non solo ci aiuta a sopravvivere, ma anche a vivere tali quesiti in un modo curioso. Non sto cercando una risposta, ma ancora la possibilità di altre domande. Lo scibile è una cosa che m'interessa e andare a scavare dietro qualche tipo di conoscenza è la mia filosofia di vita. Spero di restare cosi e di non essere un giorno tanto spocchioso da potermi ritenere soddisfatto.

Quale posto occupa Dio in questa sua continua ricerca?

Dio entra sempre, da protagonista, nella mia vita e nelle mie canzoni. Non lo dico retoricamente. Dio per me è da ogni parte, veramente. E' un dialogo che c'è sempre. Sostengo sempre che la vera ricerca è dentro di noi. Credo che anche con i fatti privati dovremmo cercare di trovare Dio.

Nelle mie canzoni ne parlo a volte in modo apparentemente iconoclasta. Credo che Dio sia ovunque. Magari un giorno pure Lui si ricorderà meglio di me, per il momento io mi ricordo molto spesso di Lui!

C'è una canzone che esprime la sua spiritualità?

Dovrei rispondere che ogni mia canzone cerca di comunicare spiritualità. Orfani d'amore racconta questa esigenza di fede. Nudo amore è invece un "gioco" tra un angelo e un diavolo, questa luce e questa ombra che ci sono sempre nella vita. Soprattutto penso alla canzone L'oro di Santa Maria. L'ho scritta dopo aver vissuto un'esperienza personale particolarmente drammatica. La canzone è infatti un ringraziamento alla vita: "Ti ringrazio mia vita, tutta quel che sarà, quella che c'è già stata ed è scappata di là". Se non c'è Dio qui... Le canzoni possono, in qualche maniera, raccontare questi sentimenti sinceri. Ad esempio la solidarietà fatta con le telecamere addosso prende piuttosto il nome di pubblicità. Se invece ti ritrovi negli ospedali romani, senza battere la grancassa della promozione, ti senti anche un pochettino più vicino a Dio. Che poi è quello che conta.

La sua è una posizione rigorosa.

Credo veramente che oggi la Chiesa cattolica abbia le potenzialità di ridare un'anima ad una società che ha ormai bandito il pensiero. Se i cattolici comprenderanno la missione che li attende davvero tutti gli uomini torneranno a considerare la Chiesa come loro madre. Se mi guardo attorno, non vedo da chi se non dalla Chiesa possa partire una riscossa morale, umana, civile, spirituale. Ho vissuto una particolare esperienza al termine di un concerto nel carcere di Terni. Ho visto che in prima fila c'era il Vescovo, un uomo anziano ma estremamente vitale. Avevo in scaletta una canzone, Il mago, che ha un testo molto forte. Nel presentarla, con un po' di imbarazzo ho cercato di giustificarla, molto. Alla fine il Vescovo mi ha confidato di aver capito il mio sforzo di attutire la canzone. Mi ha detto: spesso bisogna usare termini bruschi per una giusta causa, la lealtà è più importante delle apparenze. E ha concluso: "Benedico lo stato d'animo che le ha fatto scrivere quella canzone". L'ho abbracciato.

 

NON FACCIO PARTE DEL CLAN DELLA CANZONE

MASSIMO BUBOLA

Lei non ha mai frequentato i piani alti delle hit parade, eppure è autore di canzoni che hanno fatto la storia della canzone italiana: penso alla sua intensissima collaborazione con Fabrizio De Andrè con il quale ha composto brani eccezionali...

La musica è solo una parte di ciò che ho imparato da De Andrè. Lui mi ha fatto conoscere Jacques Brel e George Brassens, mi ha insegnato a cucinare, a coltivare i fiori. E' stato un maestro per molti aspetti della mia vita. La nostra collaborazione è nata nel 1976. Io ero un esordiente e lui era De Andrè. Ho imparato da lui che cosa significa essere autore di canzoni. Credo che fare il cantastorie sia il modo più umile e antico di interpretare il mestiere di musicista. Non dimentichiamo che proprio la funzione sociale della canzone è la vena ideale che collega la tradizione maremmana e siciliana alle ballate celtiche e alle folk songs americane di Woody Guthrie.

Il mercato però pretende altri prodotti...

Sì, è vero. Credo che le tante declamate tendenze non abbiamo però la possibilità di rimanere nel futuro. Bob Dylan resterà nel tempo come, e mi si passi il paragone solo apparentemente irriverente, Shakespeare. Non penso invece che gli U2 possano lasciare un segno altrettanto indelebile perché dietro le canzoni di Dylan o di Leonard Cohen c'è il mondo intero mentre dietro quelle degli ultimi dischi degli U2 c'è solo una grande progettualità industriale. Le canzoni non sono elettrodomestici. Ci sono cantanti di moda che però non lasciano alcun segno. Possono guadagnare miliardi e essere sempre sulle copertine. Ma è Dylan, sono quelli che come, a lasciare il segno.

E in Italia?

Una volta c'erano i cantautori... Credo che il disco Alice non lo sa di De Gregori abbia segnato un momento importante riuscendo a raccontare storie diverse nella stessa canzone. Oggi comunque il cantautore non esiste più. E' stata una forma importante negli anni '60 e '70. Diceva cose importanti. Oggi non esiste più una cosa del genere. Forse manca anche la ricerca. Si discute se la canzone sia poesia, ma ci si dimentica che la canzone è storicamente un genere letterario. Petrarca ha scritto il canzoniere e Garcia Lorca ha raggiunto il successo con una raccolta di canzoni. Secondo me, poi, ogni forma di arte popolare fonde insieme segnali artistici differenti.

Lei ha scritto canzoni anche per Fiorella Mannoia ("Il cielo d'Irlanda), ma non ha mai raggiunto il grande successo. Perché?

Non faccio parte del clan, quello che conta nella canzone italiana, quello che ha peso nella gestione dei fatti giornalistici e televisivi. Mi manca un buon ufficio stampa. E non frequento i salotti giusti. Meno male.

 
   

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