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LA
MUSICA
A cura di:
Giampaolo Mattei (giornalista)
Ho
molti amici che hanno scelto di scrivere canzoni perché credono
che sia un'arte nobile. Lo fanno con la passione che richiede un
mestiere artigianale, fatto più di sfumature che di grancasse
pubblicitarie e di eccessive illuminazioni. Un mestiere che
dovrebbe essere ancorato alla sostanza di scrivere canzoni e di
cantarle. Un mestiere che si dovrebbe abbracciare "per
vocazione", usiamo questa parola grossa, e non perché
costretti dal medico.
Molti
di questi amici hanno il "vezzo" di essere anche
cristiani, o almeno ci provano. E scrivono canzoni non liturgiche,
ma certamente pensate con fede. Raccontano storie con la
consapevolezza della fede, con una visione cristiana. Insomma, non
si dimenticano di essere cristiani quando lavorano.
Ebbene,
ripeto in questa sede - un corso di formazione sulla comunicazione
sociale pensato dal coordinamento di numerose e importanti
associazioni cattoliche - ciò che provocatoriamente dico sempre a
questi amici: avete sbagliato tutto, vi hanno sbattuto in
fuorigioco! L'ho detto a don Giosy Cento, stupendo parroco di
Grotte di Castro, nel Viterbese; ai musicisti del Gen Rosso,
espressione del Movimento dei Focolari; a Don Mario Migliarese,
Aurelio Pitino e Roberto Bignoli promotori dell'associazione
"Magnificat": ci sono i grandi nomi che ormai riempiono
il "mercato" anche con canzoni dai riferimenti
religiosi, vagamente spirituali, quasi mai cristiani. Ma vai a
spiegare al pubblico (che poi saremmo noi...) che salvo rare
eccezioni sono tutti prodotti finti. Questi nuovi
"spirituali" però hanno più voce in capitolo, più
soldi e più canali promozionali. La lotta è impari.
Una
premessa. E' bene chiarire immediatamente che, tranne le solite
benedette eccezioni, la realtà attuale della canzone italiana
(fermiamoci, per comodità e per ragioni di spazio, al nostro
Paese) è almeno inquietante ed irritante.
Le
sollecitazioni che muovono oggi la stragrande maggioranza degli
autori di canzoni "di successo" sono tutt'altro che
nobili ed economicamente disinteressate. L'arte, purtroppo, è una
prerogativa di pochi. In un periodo di grave crisi discografica,
tanto che vendere i "pezzi" (compact disc o
audiocassetta) è impresa eroica, prevalgono le strategie di
mercato sulla voglia di comunicare. Così anche le migliori
intenzioni ed intuizioni finiscono per affogare. Le eccezioni non
mancano, ma trattasi di eccezioni.
A
questa realtà bisogna aggiungere il sorprendente, almeno la
sorpresa credo sia d'obbligo, numero di canzoni che affrontano,
direttamente o meno, temi di carattere religioso. Questa
"ondata" di brani "religiosi" dovrebbe mettere
in guardia. Perché tutti insieme e tutti adesso, all'unisono,
quasi ci fosse stato un passaparola? La sorpresa, appunto, è
almeno doverosa. Anche se è molto difficile giudicare le
intenzioni degli autori o distinguere le espressioni sincere dalle
operazioni di marketing.
E'
bene tener conto dell'evidente logica "funzionale" - e
non "emozionale" - che governa il mondo della canzone.
Per l'industria discografica il vero problema è vendere il
prodotto, è convincere il pubblico, composto quasi esclusivamente
dai giovani, ad acquistarlo oppure ad andare al concerto.
Se
la canzone ha la pretesa di essere una forma artistica, culturale,
non dovrebbe far di tutto per piacere al maggior numero possibile
di persone, cioè di possibili acquirenti. Invece le canzoni
"di successo", quasi tutte, sono evidentemente composte
per toccare le corde più retoriche, care ai più giovani. Che le
prendono invece quasi come "confidenze" di un amico più
grande. Anche la moda di presunta spiritualità rientra in questa
categoria. Tra l'altro essere "provocatori" sulla
religione, tipo Zucchero, per fare un esempio ben noto, paga. Si
finisce in prima pagina sui giornali e si fa sapere a tanta gente
che nei negozi c'è il disco...
Forse
non è neppure giusto mettersi lì ad avvertire che probabilmente
c'è una bella presa in giro. E forse al cosiddetto
"pubblico" non interessa neppure fare discernimenti o ad
affrontare complicazioni "filosofiche" o
"morali". E' certo però che questa indiscutibile realtà
toglie alla canzone gran parte delle sue potenzialità di
espressione culturale. E crea grossi problemi educativi.
Ma
perché sempre agli stessi vengono date le possibilità
promozionali, le righe sui giornali? E sono quelli che hanno gli
agganci e le contiguità giuste, proprio per una questione di
potere. Certi cantanti non hanno mai abbandonato, neppure per un
secondo, le loro poltrone sul palcoscenico. Non le hanno cedute
neppure mezz'ora a qualche giovane autore che forse ha cose da
dire non meno belle delle loro, ma non dispone dello stesso budget
promozionale.
E
che non è solo questione di bravura lo sanno tutti. Quei cantanti
famosi sono sempre seduti sulle loro poltrone e lì, seduti, hanno
scritto canzoni contro i politici accusandoli proprio di essere
attaccati alle poltrone. Paradossale. Ma quasi nessuno che lo fa
notare.
Per
trovare spunti di valore, non solo artistico, bisogna - salvo le
solite eccezioni - ricorrere a canzoni di autori che non sono in
testa alle classifiche di vendita e spesso neppure negli scaffali
dei negozi. E non si può pretendere che per ascoltare certi
autori si organizzi ogni volta una caccia al tesoro o peggio si
debba sfoderare capacità d'indovino: leggere recensioni di dischi
non supportati da una costosa campagna pubblicitaria è rarissimo.
Credo
che sia anche una questione di libertà. Chi ascolta (o legge) ciò
che viene proposto dai mezzi di comunicazione riguardo alla musica
dovrebbe avere una maggiore coscienza critica. Il problema è che
tanti prodotti vengono reclamizzati anche con una buona dose di
aggressività e di insolenza, quindi riducono la libertà di
scelta: se un ragazzo sente alla radio e alla televisione dalla
mattina alla sera sempre lo stesso prodotto probabilmente è
indotto a ritenere che quello sia più bello ed intelligente.
Spesso e volentieri invece non è così. Non lo aiutano certo le
interviste compiacenti.
Per
quanto riguarda la libertà di chi fa musica ritengo che ci sia
qualche problemino in più. Sono convinto che c'è chi la musica
la fa perché è cosciente di praticare un lavoro estremamente
nobile e gratificante. C'è anche chi usa questo mezzo come un
lavoro normale e quindi con lo scopo del business. Ed è
legittimo. Non sto assolutamente polemizzando con nessuno, dico
soltanto che esistono queste due strade. Da una parte chi fa
musica per amore di quest'attività che sta a metà tra arte ed
artigianato e dall'altra chi la considera assai meno. E infatti
nel mondo della canzone ci sono un sacco di servi in circolazione.
E se ci stanno i servi evidentemente ci sono anche i padroni.
La
realtà della canzone, insomma, è tutt'altro che confortante. E'
comunque un grande privilegio avere il dono di saper mettere in
musica una storia o un'emozione. E vale la pena continuare a
farlo. Ed è una bellissima esperienza riuscire a vivere
l'emozione di una canzone.
Indubbiamente
i protagonisti dalla cosiddetta "musica leggera" sono i
giovani. Ma in che maniera le canzoni oggi parlano dei giovani?
Temo di dover deludere le aspettative di coloro che credono nelle
canzoni come reale "specchio" di una generazione, che la
ascoltano anche con l'idea di riconoscervi "fotografie"
della vita dei giovani. Non è così salvo eccezioni perlopiù
poco conosciute.
E'
infatti bene chiarire subito che non esistono solo le canzoni che
hanno accesso ad ogni possibile canale di comunicazione. Ce ne
sono tante altre alle quali non viene mai concesso spazio e che
invece meriterebbero più attenzione.
Nelle
canzoni "di successo" è quasi impossibile trovare
un'ispirazione artisticamente libera per impiantare una
riflessione seria sui giovani. Ciò che muove la "creatività"
di gran parte del mondo della canzone è quasi esclusivamente
l'interesse economico o l'affermazione. Quindi le canzoni "di
successo" sono "specchio" solo parzialissimo della
realtà giovanile.
I
giovani protagonisti delle canzoni non sono per forza reali. I
testi non sono composti per raccontare una storia, denunciare un
problema, suggerire un pensiero, interpretare il pensiero, i
gusti, le domande, le inquietudini di una generazione. Laddove si
arrogano il merito di farlo dietro ci sono sollecitazioni tutt'altro
che solidali con i giovani. I testi sono studiati a tavolino per
piacere al pubblico dei giovani. Questo rende magari i brani da
"hit parade" particolarmente "accattivanti",
ma il fatto che siano piacevoli non li rende meno falsi, meno
subdoli.
Davanti
a questa poco simpatica situazione, assume a volte contorni
grotteschi e comici l'affannoso seguire le penultime mode da parte
di molti operatori pastorali ecclesiali che hanno scoperto che con
le canzoni che piacciono ai giovani si possono anche animare le
discussioni nei gruppi di parrocchie o di associazioni, quando
addirittura non fare catechesi. In alcuni casi l'ignoranza oltre
ad essere esibita come un fiore all'occhiello diviene un grave
pericolo per la formazione dei ragazzi. E' almeno singolare che
operatori pastorali (cioè catechisti o insegnanti di religione o
animatori i gruppi ecclesiali) non trovino di meglio da fare che
proporre come esempio autori dichiaratamente anticristiani e che
esprimono valori che con la fede non hanno nulla a che fare. Così
facendo questi operatori pastorali si sentono "alla
moda", strappano l'applauso facile o la risata. Farebbero
meglio ad informarsi, a proporre idee e valori seri. A fare la
pubblicità a certi cantanti famosi già ci pensano i loro
discografici. E poi fargliela gratis è puro masochismo.
A
questo - parlando sempre nell'ottica dell'interesse concreto degli
operatori pastorali - bisogna aggiungere il sorprendente
entusiasmo di molti cattolici non appena sentono nominare Dio in
una canzone. E' buona regola non lasciarsi sopraffare da emotività
superficiali e non perdere il vezzo di far uso dell'intelligenza.
Un minimo di coscienza critica è almeno doverosa visto che alle
espressioni di "spiritualità" contenute nelle canzoni
quasi mai fanno compagnia dichiarazioni dignitose sulla fede da
parte di coloro che quelle canzoni le scrivono. Qui la casistica
è lunga ed esilarante.
Quando
si parla del rapporto tra giovani e canzoni credo che questa realtà
vada sempre tenuta presente. Altrimenti si rischiano superficiali
considerazioni. Certamente la canzone è un linguaggio che le
nuove generazioni conoscono ed usano in maniera evidente. E'
facile che i più giovani si identifichino nei loro cantanti
preferiti e ripetano mille volte la canzone che ritengono scritta
quasi apposta per loro. Il criterio fondamentale cui un cantante
deve attenersi per piacere ai giovani è quello di essere
"vero". La prima domanda che i ragazzi pongono a
qualcuno che ha conosciuto il loro cantante preferito è sulla sua
"autenticità". E guai a metterla in dubbio... tanto non
ti crederebbero.
Per
non far la figura del "vecchio brontolone", sempre
pronto a far polemiche, preferisco lasciare la parola ad alcuni
dei cantanti che, direbbe Mike Bongiorno, "vanno per la
maggiore". Quelli, insomma, in testa alle classifiche di
vendita, sempre bene in mostra sugli scaffali e nelle pagine dei
giornali, sempre in prima fila sugli schermi televisivi e nei
palinsesti radiofonici.
Diamo
loro la parola, stavolta però senza il filtro delle loro case
discografiche, dei loro addetti stampa e dei loro manager. E
ascoltandoli possiamo così provare a capire anche che cosa i
giovani vogliono sentirsi dire. Purtroppo spesso le cose
coincidono. Dico purtroppo perché non dovrebbe essere per forza
così.
Incontriamo
da vicino Max Pezzali (883), Marco Masini e Massimo Di Cataldo.
FACCIO
VOLONTARIATO, MA CANTO L'OPPOSTO
MAX
PEZZALI - 883
Hai
mai pensato come una tua frase buttata là in una canzone possa
essere recepita dai ragazzi che ascoltano? La stragrande
maggioranza di chi ti segue non ha la preparazione, neppure
culturale, per saper distinguere i messaggi costruttivi, positivi,
da quelli che certamente non lo sono.
La
risposta sta nelle cose che scrivo nelle mie canzoni. Le frasi che
canto, le storie che racconto, non presuppongono alcun tipo di
preparazione culturale né di formazione. Quindi il problema non
esiste. Non mi sono mai posto il problema di lanciare messaggi o
comunque di andare oltre la mia esperienza quotidiana. In pratica
parlo con il linguaggio corrente, lo stesso delle persone che
sentono la mia musica. Le possibilità di fraintendimenti, il
rischio cioè che le mie canzoni diano adito a conseguenze
negative, le ritengo molto remote. L'industria ce l'hanno dietro
tutti, ma non tutti arrivano al successo. Penso che il nostro
successo sia dovuto al fatto che in linea di massima noi
raccontiamo storie normali, vissute da ragazzi normali.
Hai
dichiarato di aver fatto l'obiettore di coscienza alla Croce Rossa
e di essere un sostenitore del volontariato però non hai mai
parlato di queste esperienze nelle canzoni, esperienze oltretutto
diffuse tra i giovani. Sarebbe un argomento più interessante di
quelli che affronti abitualmente che certo non sfiorano mai il
tema della solidarietà.
Ci
sto pensando, purtroppo quando fai una canzone devi pensare che
dev'essere fruibile. Ho pensato di chiamare una canzone come
l'ambulanza che ho sempre usato: la numero "009". La
pulivo 30 volte al giorno! Lì sopra si sono consumate più
tragedie e più atti di "piccolo eroismo quotidiano" che
non su un palcoscenico con accese sopra la luce e le telecamere
attorno. Ci sto pensando seriamente, è un'idea che sto curando da
tempo.
Tutto
bene, però se si ascoltano le tue canzoni sembra di stare su un
altro pianeta. Di questi tuoi discorsi impegnati non c'è neppure
un vago accenno perché l'unico problema dei protagonisti delle
tue canzoni è trovare "una ragazza che ci sta".
Sono
convinto, invece, che non c'è alcuna contraddizione anche se
capisco la tua domanda e dico subito che il discorso sarebbe
lunghissimo. La vita è un insieme di sensazioni, di emozioni e di
esperienze. Quello che, secondo me, ha fatto per tanto tempo
perdere di vista il messaggio nelle canzoni cosiddette impegnate
è stato proprio l'eccessivo manierismo. E' vergognoso fare una
canzone impegnata per forza. Non ci crede più nessuno: tu stai
tutto il giorno, tutta la vita, con le tue canzoni, a pensare a
cose tristissime? Davvero vivi così male? La categoria dei
cantautori è quella che vive peggio al mondo, che soffre di più?
Non è vero! La musica leggera, le canzonette, devono essere lo
specchio reale della vita che è un insieme di sensazioni: c'è
l'innamoramento, il piacere dell'amicizia, dello stare insieme,
tutti in giro a fare gli stupidi per il gusto di una serata tra
amici. Solo così si riesce a dare un quadro della vita. L'impegno
e il pensare agli altri non è assolutamente separato dall'andare
in discoteca, dal divertirsi, dallo stare bene insieme. Anzi,
proprio lo stare bene insieme fa capire come l'amicizia di gruppo
sia anche solidarietà. Magari c'è l'amico in difficoltà e
bisogna affrontare insieme i suoi problemi. Se questo vale nel
micro-nucleo dei luoghi di ritrovo tra amici, a scuola, allora
forse è possibile, uscendo dal proprio guscio, e farlo valere per
le forme di aggregazione sociale più ampie.
LE
PAROLACCE APPARTENGONO ALLA MIA GENERAZIONE
MARCO
MASINI
Sei
accusato di essere un pessimista e di far canzoni che creano
disperazione tra i tuoi giovanissimi ascoltatori...
Non
posso dare soluzioni ai problemi di nessuno perché non le ho.
Questa è una critica che mi fa arrabbiare: non dai soluzioni ai
temi che tratti. E' vero, ma sto ancora aspettando le soluzioni
degli altri. Ricevo anche 500-600 lettere al mese, ma non voglio e
non so interpretare i fenomeni giovanili. Non do risposte, riesco
solo a fare domande. Oggi noi giovani non capiamo cosa sta
succedendo e si va in paranoia, siamo tutti schizofrenici. E'
normale secondo te scandalizzarci di stragi e di guerre davanti
alla tv e poi correre in discoteca? Cerco di raccontare ciò che
vedo e mi arrabbio quando mi dicono che sono volgare.
Alcune
tue canzoni sono state definite volgari perché piene di
parolacce...
La
volgarità nasce da un disagio insoluto. Vaffanculo e Bella
stronza raccontano storie tipiche dei ragazzi e sono espressioni
che, comunque, appartengono alla mia generazione. Non posso farci
niente. Mi chiedo se davvero c'è uno che non dice nemmeno una
parolaccia al giorno. Se parlassi come il Manzoni non mi capirebbe
nessuno. Invece voglio farmi capire. E a proposito delle
parolacce, credo che nessuno sia tanto stupido da comprare un
disco perché ce n'è una. Ritengo di scrivere canzoni che
rispecchiano la vita di tutti noi. A me non interessa polemizzare
con i cattolici che mi hanno accusato di essere volgare e
disperato. So che ci sono molti ragazzi credenti tra i miei fan,
rispetto le loro idee ma io, non avendo la fede cristiana, parlo
da un altro punto di vista.
Qual
è il tuo punto di vista?
E'
il punto di vista di una persona che è ancora alla ricerca della
verità. Cerco una risposta vera alla morte di mia madre,
stroncata a 47 anni da un tumore. E' una morte che non so
accettare, che non ritengo giusta. I temi forti nelle mie canzoni
sono una mia scelta. Preti e gruppi cattolici sbagliano quando mi
accusano di essere un "prodotto costruito" da ottimi
professionisti.
Non
è così?
No.
Chiedo quindi ai cattolici almeno il rispetto morale. A chi mi
accusa, dopo Vaffanculo e Bella stronza, di volgarità io
rispondo: non la invento io, la raccolgo dalla vita, dalle
esperienze dei miei amici, quelli della strada, dello stadio. Noi
parliamo così in privato e non me ne vergogno. Questo è il
prodotto dei falsi valori del consumismo, dell'assenza della
famiglia, della scuola e della società. La Chiesa non l'ho mai
sentita vicina alla mia vita.
Le
mie canzoni sono piene di speranza. Chi non la trova non ha capito
niente di me. Non sono un profeta, una guida. Forse sono un
portavoce di tanti giovani che la pensano come me, ma nessuno li
ascolta. Forse per questo mi accusano di essere uno che porta
"sfiga". Mi secca questa etichetta. Ho una voce
drammatica, sono uno normale, non sono un "bello", canto
cose semplici che vengono capite all'opposto.
Puoi
fare un esempio?
Il
niente è una canzone che è stata presa a pretesto per dire che
Masini non ha valori, è un disperato sfigato. Invece in quella
canzone invito a compiere un preciso salto di qualità. Non sono
un nichilista, ma uno che invita ad essere più consapevoli di se
stessi e della realtà. Lo ritieni un messaggio superficiale? Di
politica non m'interesso per nulla, la mia generazione non ha
bisogno di chiese, di "mamme", di padri o di santi
protettori. Siamo una generazione più realista, forse più cruda.
I drammi che ci circondano sono tanti. Penso alla droga, un vero
martirio di massa.
GESU'
CRISTO? UN "FICO"
MASSIMO
DI CATALDO
Tu
non scrivi canzoni sulla fede e non sei cristiano, però c'è chi
usa i tuoi brani per fare catechismo. Che cosa ne pensi?
E'
una notizia che mi ha sorpreso e colpito profondamente.
Evidentemente canto parole "buone", quelle che
appartengono a noi giovani. Del resto la musica è il canale di
comunicazione più diretto, immediato, quello più usato dai
giovani. E la Chiesa lo deve utilizzare altrimenti resta indietro
e non sa più parlare con i giovani. Conosco alcune persone di
Chiesa, anche frati, con cui ho tanti valori in comune. Quando
andavo a catechismo, invece, mi annoiavo terribilmente. Se la
Messa è una funzione per celebrare, che ne so, Dio, perché dev'essere
tutto così triste, grigio, spento, morto? Ma noi siamo vivi! Se
noi crediamo che la Messa è bella, facciamola bella! Senza però
tornare al barocco per far vedere solo il bello fuori. Il Signor
Gesù Cristo è un uomo "fico", uno a cui non gli puoi
dire nulla contro. Lui non ha mai detto: adesso invento il
cattolicesimo e faccio un sacco di soldi. Al di là di essere o
meno Figlio di Dio, può essere un'affermazione discutibile, come
uomo ha compiuto tante azioni semplicemente perché sentiva di
farle. Poi penso che noi siamo tutti Figli di Dio. Quando il
Signor Gesù diceva di essere il Figlio di Dio non pensava di
essere l'unico, secondo me. Il cristianesimo ha ormai duemila
anni. Se noi andiamo a vedere la storia di tutte le religioni,
intorno ai duemila anni cominciano a scricchiolare: si sciolgono e
ne escono altre. Questa è una cosa che ho studiato per l'esame di
storia delle religioni. (N.d.A.: infatti l'hanno bocciato)
Signori, se i giovani sono proprio come li descrivono le canzoni
di questi autori (se ne potrebbero aggiungere altri
particolarmente "vuoti", come Ramazzotti) nessuno si
sorprenda che lancino sassi da un cavalcavia sull'autostrada, si
accoltellino allo stadio o all'uscita di una discoteca. I
comunicati-stampa che accompagnano l'uscita dei lavori di questi
personaggi sono da incorniciare: accanto vanno messi i ritagli di
giornali con le "recensioni". L'ultimo disco, di
chiunque, è sempre bello, spesso "alternativo"
(rispetto a che cosa?), "trasgressivo" (oggi la vera
trasgressione è la "normalità") e si arriva fino al
punto di dire che "interpreta i segni dei tempi". In
pratica una citazione del Concilio Vaticano II...
Un
dispaccio promozionale degli 883 avverte che gli autori "si
sono divertiti a mettere in musica i discorsi che quotidianamente
fanno con gli amici, i sogni, le risate, le arrabbiature (N.d.A.:
parola più sfumata di quella realmente usata) e le delusioni di
un gruppo di ragazzi di provincia".
Riporto
alcuni versi famosi presi a caso (non sono neppure i peggiori) da
canzoni famosissime: "Sarà bello da guardare come un poster
di James Dean, sarà dolce la paura sganciandoci i blue jeans...
t'innamorerai di un bastardo che ti dirà bugie... un ritardo di
sei giorni che non sai se dirlo a lui" (Masini) - "Ti
pretendo è inutile che dici di no... io non ti voglio ti pretendo
sei l'unico diritto che ho" (Raf) - "In questo regno
dove tutto è permesso lasciati andare e vedrai che se anche non
cambia niente lo stesso tu ti divertirai" (883).
Credo
che gli operatori di pastorale giovanile possano avere un tassello
per un quadro un tantino più preciso della realtà della canzone
oggi. E' drammatico constatare che proprio queste canzoni vengano
usate nei gruppi giovanili.
Ognuno
penso possa trarre da quanto presentato fin qui alcuni elementi
per tirare conclusioni proprie e considerare se è il caso di
indicare questo genere di cantanti famosi come esempio o di
proporre le loro canzoni come argomenti di discussione. Visto che
i sono già i canali della promozione televisiva, radiofonica e
giornalistica a dare spazio sempre agli stessi, non sarebbe il
caso di aiutare i ragazzi a riflettere su se stessi, sulla loro
generazione, anche attraverso canzoni meno conosciute e forse
proprio per questo più vere e più belle?
Si
potrebbe parlare a lungo sulla canzone e sulla sua dignità, sulla
sua "utilità". Ma è grave che si pensino canzoni
apposta per i giovani. Soprattutto agli autori che anagraficamente
non rientrano nella categoria "ragazzi" dovrebbe
risultare piuttosto complicato parlare con il linguaggio dei
quattordicenni. Invece quanti splendidi quarantenni e cinquantenni
che sanno adeguarsi...
Da
parte mia, posso indicare in canzoni composte da autori che non
sempre sono ai vertici delle classifiche o in televisione alcune
splendide "provocazioni", idee, intuizioni che
certamente potrebbero essere utili alla creatività e a formulare
un pensiero in più. Non mancano autori che nelle loro canzoni
riescono a raccontare i chiaroscuri della condizione giovanile.
Potrebbe essere interessante l'ascolto di "vecchi leoni"
come il compianto Fabrizio De André e Paolo Conte e la riscoperta
di autori che non hanno avuto l'attenzione che meritano come Mario
Castelnuovo, Massimo Bubola e Mimmo Locasciulli.
Una
maggiore coscienza critica impedirebbe l'uso almeno singolare
delle canzoni più basse (artisticamente parlando, non entro nel
contenuto) per occasioni che meriterebbero più attenzioni. E' il
caso di accennare all'utilizzo di canzoni "famose" nelle
liturgie (tra le altre Si può dare di più e Gli altri siamo noi,
oltre l'ormai storica Dio è morto). Insomma, è ignobile sentir
cantare alla comunione: "Allah come Gesù in chiesa e dentro
una moschea" (da Gli altri siamo noi). Non sarebbe male anche
un'educazione al bello, all'arte vista per quello che dovrebbe
essere.
E
allora incontriamo tre artisti che hanno "qualcosa" da
dire, ma che spesso sono sopraffatti dal rumore.
PADRE
MIO
MIMMO
LOCASCIULLI
La
canzone "Padre mio" è una vera e propria preghiera...
E'
una vera preghiera! Io sono un laico, più agnostico che ateo, però
ho la certezza che momenti di spiritualità s'incontrano per forza
nella vita. Spirituale, non religiosa, era, ad esempio, un'altra
mia vecchia canzone Natalina. Padre mio invece è certamente una
canzone religiosa, con un'ispirazione profondamente religiosa.
L'idea è venuta fuori ascoltando un disco di Gavin Bryars che mi
ha veramente steso per terra dalla commozione. In pratica Bryars
ha registrato la voce di un barbone che canta all'infinito: "Jesus'
blood never failed me yet", cioè "Il sangue di Cristo
non mi ha abbandonato". Questo barbone che prega il Signore
mi ha fatto pensare che molte preghiere sono collettive, il
"Padre nostro", per esempio. E quando le cose
appartengono a tutti alla fine non sono di nessuno, per cui in
cinque minuti ho scritto una preghiera pensando proprio ad una
persona in difficoltà, che non riesce a trovare la solidarietà
di nessuno. Questa persona rivolge a Dio una preghiera per sé,
ecco allora il "Padre mio", e non il "Padre
nostro".
Insomma,
"Padre mio" è una canzone-preghiera nata
all'improvviso, quasi una folgorazione...
Secondo
me ci si casca nella "trappola" del contatto spirituale,
ritengo che sia inevitabile anche per chi non crede.
La
canzone è stata una concatenazione di pensieri non guidati. Sono
molto ispirato dalla vita quotidiana così ho visto la solitudine
di quella persona, di quel barbone che canta sempre la stessa
preghiera. Non so per quale improvvisa ragione mi sono fermato a
pensare all'assurdità di una vita senza preghiera, senza esame di
coscienza.
Trovo,
in definitiva, che la mia canzone sia una preghiera molto
profonda, ognuno di noi poi ha delle chiavi di interpretazione.
Alcuni critici superficiali hanno addirittura scritto che è una
canzone dedicata a mio padre.
Qual
è il suo rapporto con la fede?
Il
mio rapporto con la fede cattolica è molto conflittuale perché
da ragazzo sono stato subito indirizzato all'Azione Cattolica che
era quasi un luogo di raccolta per tutti i giovani. Parlo di oltre
trent'anni fa e mi riferisco al mio paese, Penne in Abruzzo.
Ci
si vedeva all'Azione Cattolica per giocare a biliardino, a
ping-pong, e certo anche per le funzioni. Ho avuto la fortuna di
avere un approccio veramente spirituale, bello, con la religione
anche perché spesso suonavo l'organo in chiesa. Ho avuto sempre
un'attrazione molto intensa verso i canti veri della chiesa, non
le canzoncine moderne. Mi riferisco al gregoriano, un canto
estremamente commovente.
Da
ragazzo andare a Messa era un fatto meccanico, automatico, non
capivo veramente cosa accadeva, però i momenti di sensazione
profonda, di emozione, erano legati a fatti musicali.
Poi
in età adulta è facile che si entri in conflitto con il mondo
intero e nel mio caso c'è stata la ribellione verso i dogmi. Ho
letto con molta ostinazione tutto quello che potevo, la Bibbia
innanzitutto, per trovare una giustificazione a quella che mi
sembra un'imposizione religiosa. Così sono diventato quello che
sono adesso, un laico.
Tuttavia
se c'è una ragione per spiegare perché le persone si affidano
spesso al credere in Dio evidentemente o io non la conosco, ed è
un mio limite, oppure è una realtà che fa parte
dell'organizzazione meccanicistica della vita dell'uomo.
E'
un discorso che vale per tutti i tipi di fede, anche se non
conosco le altre religioni. Per quanto riguarda il cristianesimo,
l'impostazione della fede la considero credibile, quello che poi
invece mi lascia indubbiamente perplesso e mi provoca tuttora
rifiuti è tutta l'organizzazione ecclesiastica.
Credo
però che dal punto di vista umano, e non del credente, la
funzione dei preti, dei frati e delle suore, sia fondamentale.
Penso a quelle suore, per esempio, che svolgono la loro missione
negli ospedali. Da medico affermo che gli ospedali non possono
diventare completamente laici, non devono perdere la componente
preziosa costituita dal personale religioso. Rimpiango le suore,
insostituibili, di quando l'ospedale romano "Santo
Spirito" era ancora un "Pio Istituto" e i malati
non erano solo schede da archiviare. Però l'organizzazione
clericale mi lascia un po' sconcertato.
Cosa
significa per il cantautore Locasciulli l'esperienza che ogni
giorno fa in ospedale il chirurgo Locasciulli?
Faccio
questi due mestieri da vent'anni precisi. Mi dà molto. Essere
medico in un grande ospedale di Roma è un continuo confronto con
me stesso, con il benessere, con il mio privilegio di non essere né
malato né sofferente. Se fossi credente ringrazierei Dio di tutto
questo. Essere medico insomma per me è un continuo confronto, un
continuo rimettere in discussione questo tipo di privilegio. Perché
sono privilegiato e come mi devo comportare con chi non è stato
fortunato? Certamente non riesco ad abituarmi al dolore, alla
morte, ma non smetto neppure di abituarmi alla gioia della vita.
Umanamente
i pazienti hanno sempre qualcosa da insegnarti e se qualcosa ti
viene insegnato umanamente stai tranquillo che anche dal punto di
vista artistico c'è un riscontro.
Con
la canzone "Il suono delle campane" si è schierato
apertamente dalla parte dei più deboli.
Il
testo della canzone l'ha scritto al 100 per 100 Francesco de
Gregori. Quello che c'è di predestinato e di strano è che io
avevo pensato qualcosa di simile per il testo leggendo proprio un
articolo profondo di Francesco intitolato Il nuovo medioevo. Anche
Francesco, come me, è un laico ma a volte può dar punti anche
agli esperti di religione.
Avevo
pensato ad una canzone intitolata Se un sogno non ti basta: mi
riferivo ad un sogno molto utopistico, ideale, senza guerra,
violenza, sopraffazione. Con una combinazione clamorosa, Francesco
ha scritto un testo bellissimo che andava esattamente nella stessa
direzione. Ci sono riferimenti al dramma del Rwanda e della ex
Jugoslavia.
A
me interessa il confronto con l'uomo più che un'analisi della
realtà. M'interessa lo stare insieme con l'uomo, la solidarietà,
la tolleranza, addirittura la complicità.
La
canzone "Povero me", anch'essa scritta con De Gregori,
esprime la stessa solidarietà verso le persone meno fortunate.
Esattamente.
Preferisco schierarmi dalla parte di coloro che nella vita non
vincono mai. E' chiaro che sto dalla parte di chi non vince. Non
sono un uomo di lotta, ma lotterei volentieri per chi viene
sopraffatto, per chi subisce, per "gli uomini sconfitti con
un cartello al collo", quelli che poi pagano per tutto e
addirittura vengono derisi. Viviamo ancora sulla bruttissima eco
degli anni '80, il tempo dell'arrivismo e dell'edonismo. Sono per
la concretezza, per i valori essenziali dell'uomo.
Lo
sconfitto comunque non è un perdente, è uno che ha perduto in
una prova di forza. L'animo di uno sconfitto può essere più
grande e più nobile di quello di un vincente.
Nelle
canzoni ha sempre raccontato stati d'animo. C'è un messaggio che
vorrebbe aver comunicato?
A
volte qualcuno mi scrive dicendomi che le mie "belle
parole" sono state d'aiuto. Nella legge dei grandi numeri le
mie sono cifre piccole. La funzione di una canzone è tener
compagnia, aiutandoti a stare un po' con te stesso, con il tuo
pensiero. Se mai dovessi desiderare che ci sia stato un messaggio
nelle mie canzoni, rischio di essere obsoleto, quasi un
"figlio dei fiori", nell'affermare che vorrei tanto aver
comunicato pace, amore e libertà.
La
gente oggi ascolta e vuole altre cose, in questo mi sento di
un'altra generazione che non significa essere peggiore ma, scusate
la presunzione, essere migliore! A volte mi dicono che sono
l'ultimo gentiluomo di campagna. Sono cortese, cedo il posto
sull'autobus... Non mi ritrovo molto nelle consuetudini della
quotidianità di oggi. Mi sento a disagio perché rischio di far
la parte del burino che viene dalla campagna. Però mi piace
essere così e non cambiare.
Oggi
la maggior parte dei giovani hanno interessi, e non solo musicali,
molto superficiali. Quale pubblico ascolta il genere di canzoni
che propone?
Ho
uno "zoccolo duro" che mi accompagna dai tempi di
Intorno a trent'anni, cioè dall'inizio degli anni '80. E' un
pubblico adulto, al di sopra dei 25 anni, però mi stupisco molte
volte nel vedere ai miei concerti ragazzi giovanissimi. Mi
stupisco perché il mio modo di essere cantante è poco
illuminato. Non mi metto in mostra, avrei i numeri per essere un
puro e semplice cantante di "culto" per quelli che
coltivano l'interesse e l'amore per la canzone d'autore, come
vent'anni fa.
Con
molto stupore e gioia vedo che mi seguono anche i più giovani:
sono certamente quelli più impegnati nell'area del volontariato,
che hanno qualcosa da pensare, da fare e da dire. Quelli che
vivono molto banalmente la loro gioventù, in maniera più
spensierata, e non intendo condannarli, non credo che ascoltino la
mia musica.
E'
più probabile che mi ascoltino quelli che come me sono delusi
della corsa del mondo e soffrono per la mancanza di serietà
generale.
A
UN PASSO DAL MIO CUORE
MARIO
CASTELNUOVO
"Il
Padreterno è come te... eppure lui è più grande, ed è cosi...
E' ingenuo proprio come te... Lui si nasconde e poi, poi non lo
cerca più nessuno... c'hai pensato mai?...". E' un verso
della canzone "Cercami", in cui lei "usa" il
gioco del nascondino di due bambini per parlare di Dio. Un Dio che
si nasconde, anche perché se si mostrasse in tutta la sua
onnipotenza l'uomo non avrebbe più la libertà di credere o no...
La
storia è esattamente questa. Ho sempre creduto che, soprattutto
da un punto di vista di dialogo spirituale, ci debba essere per
forza una ricerca. Dio non se ne sta seduto impassibile da una
parte ad aspettare che gli uomini vadano da Lui. La fede cristiana
ci dice che ha addirittura mandato suo Figlio sulla terra. Dio, e
non solo nelle mie canzoni, l'ho sempre umanizzato e ho cercato di
avere con Lui un dialogo, anche muto, però portato avanti nella
continua ricerca. Da sempre mi accompagna un atteggiamento
infantile nella vita e spero che mi rimanga. Il fatto della
continua ricerca, anche spirituale, mi riporta indietro al gioco
del nascondino e questo viene detto chiaramente all'interno della
canzone Cercami, che peraltro è tratta da un apologo ebraico. Non
ho fatto altro che rispolverare una vecchia cosa per cercare di
farla conoscere. Credo nella ricerca a tutti i livelli. Credo che
non ci sia mai un momento di arrivo, la vera eccitazione della
vita consiste e risiede proprio nel fatto della continua ricerca.
"Poi
non lo cerca più nessuno... c'hai pensato mai?". E' un verso
che racchiude la triste constatazione della scristianizzazione a
cui stiamo assistendo.
Viviamo
in un tempo in cui mi sembrava giusto aggiungere questo aspetto.
Dio oggi è messo da parte. Purtroppo non mi sembra che questa sia
l'epoca "giusta" per Lui, lo era di più il Medioevo, un
periodo in cui le passioni avevano il sopravvento. Non sempre
quelle positive. La vera voglia dell'uomo in quel tempo era
ricercare Dio. L'esatto contrario di quello che si fa oggi. Questa
perdita assoluta di contenuti spirituali fa pensare che forse il
tempo più vero per l'uomo era appunto il Medioevo: lì l'uomo era
più scoperto, più nudo, più a contatto con il Cielo. Non erano
secoli migliori, ma certo si era più attori di se stessi, magari
in modo anche miserabile. Certo che in quel periodo si viveva in
funzione di Dio, anche se spesso lo si faceva attraverso la paura
di compiere un'azione che non coincidesse con i disegni divini. E
non è giusto neppure l'atteggiamento della paura. Credo che
dovrebbe essere giusto un equilibrio tra se stessi e la propria
spiritualità. E' il grande mistero dell'uomo: chi possiede questo
equilibrio è fortunato.
Nelle
sue canzoni lei - quasi con la tecnica del ritrattista, infatti è
anche disegnatore - ha spesso guardato con attenzione alla
spiritualità più profonda dell'uomo, al suo mistero...
Non
ho mai smesso di "spiare" la gente che mi passa accanto
e, se possibile, di spiare anche me stesso. Questo però è
l'unico ritratto che non sono riuscito a fare mai in modo
soddisfacente. Ho un grande amore per l'essere umano: so che c'è
da stare attenti essenzialmente a lui, le altre cose della natura
sono perfette. L'unico apparentemente perfetto ma con gravi
disservizi è proprio l'uomo. In questo senso mi andrebbe di
analizzarlo e di discuterlo ancora.
"Cristo
si è fermato a un passo dal mio cuore... dimmi, che ci voleva,
dimmi, ancora un altro passo..." ha scritto in una canzone.
Qui
il problema è un pochino più privato, nel senso che ognuno di
noi, per via di quella ricerca di cui abbiamo parlato, si sforza
di riportare tutte le sue eventuali conoscenze o le eventuali
ignoranze a se stesso. Ho sempre creduto a quest'affermazione a
cui lei ha fatto riferimento: molto spesso mi sono accorto che
Cristo si è fermato a un passo dal mio cuore. Se dovessi metterla
un po' più sul prosaico, ho sempre asserito che non sono un uomo
fortunato, ma sono un uomo che ha la buona stella. Fortunato è
colui a cui non capita assolutamente niente di sgradevole nella
vita, ma soltanto cose positive. La persona che invece ritiene di
avere la buona stella è una a cui certe cose sgradite e
sgradevoli possono capitare, però alla fine trova sempre il
sistema per uscire fuori da sott'acqua. In questo senso ritengo di
avere Dio "a un passo dal mio cuore". Non è proprio
centrata l'appartenenza del mio cuore a Dio, però è lì nella
periferia.
Nelle
canzoni si è spesso rivolto a Dio come unica speranza per le
persone emarginate, che non hanno "voce". "Vinci
Dio delle povertà, vinci, perduto ai margini del cielo..."
ha scritto. Nel brano "La casa dell'imperatore" canta la
preghiera di un immigrato extracomunitario: "Signore
salvaci... Dio della vita... dacci la forza di starcene qui... Dio
della salita, questo é l'inferno lo vedi anche tu....".
Nella
canzone La casa dell'imperatore il protagonista, proprio per
tentare un colloquio e un dialogo con gli altri e quindi un
avvicinamento, domanda come si dice Dio nella lingua di quello che
gli sta parlando. Con gli immigrati che troviamo sulle nostre
strade cerchiamo di capirci almeno su questa che è la prima
parola, la più importante. Poi parleremo di altro.
Qual
è il suo rapporto con la fede? Lei ha detto, ne abbiamo discusso
a proposito del Medioevo, che questo non sembra essere il secolo
giusto per la fede...
Paradossalmente,
visto che siamo a una manciata di anni dal 2000, è giusto per
tutti parlarne. Il cambio del millennio ha sempre portato
particolari apprensioni. Non le nascondo che se penso a quello che
sta succedendo nel mondo forse è vero pure questa volta. Ho
sempre ritenuto di essere uno che non ha mai saputo fare a meno
della propria spiritualità e anche della spiritualità degli
altri, forse anche in modo esagerato. Cosi come ritengo di non
essere un uomo di fede, nel senso cattolico del termine. Negli
anni il termine cattolico si è svuotato ed è divenuto solo un
aggettivo che oggi molti usano addirittura in modo negativo. Credo
che ci siano troppe persone che si definiscono cattoliche, ma non
ci siano altrettante persone realmente cattoliche, che si sforzano
di vivere in prima persona l'insegnamento di Cristo, il Vangelo.
Molti rispettano alcune "regole" del cattolicesimo
soltanto per abitudine e poi se ne fregano di tutto.
Vuole
dire che c'è un distacco tra la fede proclamata e la fede vissuta
ogni giorno?
La
maggior parte degli italiani dovrebbe essere cattolica, ma la
realtà del nostro paese non sembra lo specchio dell'operato di
persone che vivono profondamente la fede in Cristo. Sono un uomo
che fa dello spirito la propria esistenza, alle volte anche non
volendolo, però non voglio essere cattolico nel senso di seguire
le regole che non sono neppure quelle della Chiesa, ma unicamente
di comodo. Bisogna capire bene l'insegnamento della Chiesa, ho
l'impressione che ci sia invece molta ignoranza. Questa è l'epoca
in cui, parlando del cristianesimo, sembrerebbero prevalere
soltanto due fazioni: i menefreghisti e i fondamentalisti. Ci sono
le due esagerazioni, ma né gli uni né gli altri sono, secondo
me, buoni cristiani. Al di là della nostra religione, in
qualunque campo le esasperazioni non sono positive. Certe
ostentazioni sono destinate ad avvitarsi su se stesse.
Prima
ha parlato della sua passione per il Medioevo. In questo studio si
è trovato a contatto con una società profondamente cristiana.
Da
studioso ho un rapporto molto bello con il cristianesimo perché
ha una storia straordinaria. Senza andare a tirare fuori la grande
vicenda del Papato, tutto quello che è stato sinonimo di
cristianesimo è affascinante. Dal punto di vista personale, mi
ritengo uno che ha fatto della propria spiritualità un modo di
vita stando bene attento a separare l'aspetto del menefreghismo e
dell'integralismo, come ho detto prima. Ci sono questi due canali
e sembra che in mezzo non ci possa essere nient'altro. Lo trovo
pericoloso.
Come
si pone davanti alle domande esistenziali?
Mi
pongo ancora con gli occhi del bambino e quindi provando a scavare
intorno a queste domande per cercare una spiegazione che dia
ancora contributo all'avventura. Non cerco risposte definitive su
tutto perché so che non le troverei. Cerco di vivere queste
domande, che poi fanno parte del quotidiano di ognuno di noi,
davvero con un minimo di stupore infantile. Uno stupore che non
solo ci aiuta a sopravvivere, ma anche a vivere tali quesiti in un
modo curioso. Non sto cercando una risposta, ma ancora la
possibilità di altre domande. Lo scibile è una cosa che
m'interessa e andare a scavare dietro qualche tipo di conoscenza
è la mia filosofia di vita. Spero di restare cosi e di non essere
un giorno tanto spocchioso da potermi ritenere soddisfatto.
Quale
posto occupa Dio in questa sua continua ricerca?
Dio
entra sempre, da protagonista, nella mia vita e nelle mie canzoni.
Non lo dico retoricamente. Dio per me è da ogni parte, veramente.
E' un dialogo che c'è sempre. Sostengo sempre che la vera ricerca
è dentro di noi. Credo che anche con i fatti privati dovremmo
cercare di trovare Dio.
Nelle
mie canzoni ne parlo a volte in modo apparentemente iconoclasta.
Credo che Dio sia ovunque. Magari un giorno pure Lui si ricorderà
meglio di me, per il momento io mi ricordo molto spesso di Lui!
C'è
una canzone che esprime la sua spiritualità?
Dovrei
rispondere che ogni mia canzone cerca di comunicare spiritualità.
Orfani d'amore racconta questa esigenza di fede. Nudo amore è
invece un "gioco" tra un angelo e un diavolo, questa
luce e questa ombra che ci sono sempre nella vita. Soprattutto
penso alla canzone L'oro di Santa Maria. L'ho scritta dopo aver
vissuto un'esperienza personale particolarmente drammatica. La
canzone è infatti un ringraziamento alla vita: "Ti ringrazio
mia vita, tutta quel che sarà, quella che c'è già stata ed è
scappata di là". Se non c'è Dio qui... Le canzoni possono,
in qualche maniera, raccontare questi sentimenti sinceri. Ad
esempio la solidarietà fatta con le telecamere addosso prende
piuttosto il nome di pubblicità. Se invece ti ritrovi negli
ospedali romani, senza battere la grancassa della promozione, ti
senti anche un pochettino più vicino a Dio. Che poi è quello che
conta.
La
sua è una posizione rigorosa.
Credo
veramente che oggi la Chiesa cattolica abbia le potenzialità di
ridare un'anima ad una società che ha ormai bandito il pensiero.
Se i cattolici comprenderanno la missione che li attende davvero
tutti gli uomini torneranno a considerare la Chiesa come loro
madre. Se mi guardo attorno, non vedo da chi se non dalla Chiesa
possa partire una riscossa morale, umana, civile, spirituale. Ho
vissuto una particolare esperienza al termine di un concerto nel
carcere di Terni. Ho visto che in prima fila c'era il Vescovo, un
uomo anziano ma estremamente vitale. Avevo in scaletta una
canzone, Il mago, che ha un testo molto forte. Nel presentarla,
con un po' di imbarazzo ho cercato di giustificarla, molto. Alla
fine il Vescovo mi ha confidato di aver capito il mio sforzo di
attutire la canzone. Mi ha detto: spesso bisogna usare termini
bruschi per una giusta causa, la lealtà è più importante delle
apparenze. E ha concluso: "Benedico lo stato d'animo che le
ha fatto scrivere quella canzone". L'ho abbracciato.
NON
FACCIO PARTE DEL CLAN DELLA CANZONE
MASSIMO
BUBOLA
Lei
non ha mai frequentato i piani alti delle hit parade, eppure è
autore di canzoni che hanno fatto la storia della canzone
italiana: penso alla sua intensissima collaborazione con Fabrizio
De Andrè con il quale ha composto brani eccezionali...
La
musica è solo una parte di ciò che ho imparato da De Andrè. Lui
mi ha fatto conoscere Jacques Brel e George Brassens, mi ha
insegnato a cucinare, a coltivare i fiori. E' stato un maestro per
molti aspetti della mia vita. La nostra collaborazione è nata nel
1976. Io ero un esordiente e lui era De Andrè. Ho imparato da lui
che cosa significa essere autore di canzoni. Credo che fare il
cantastorie sia il modo più umile e antico di interpretare il
mestiere di musicista. Non dimentichiamo che proprio la funzione
sociale della canzone è la vena ideale che collega la tradizione
maremmana e siciliana alle ballate celtiche e alle folk songs
americane di Woody Guthrie.
Il
mercato però pretende altri prodotti...
Sì,
è vero. Credo che le tante declamate tendenze non abbiamo però
la possibilità di rimanere nel futuro. Bob Dylan resterà nel
tempo come, e mi si passi il paragone solo apparentemente
irriverente, Shakespeare. Non penso invece che gli U2 possano
lasciare un segno altrettanto indelebile perché dietro le canzoni
di Dylan o di Leonard Cohen c'è il mondo intero mentre dietro
quelle degli ultimi dischi degli U2 c'è solo una grande
progettualità industriale. Le canzoni non sono elettrodomestici.
Ci sono cantanti di moda che però non lasciano alcun segno.
Possono guadagnare miliardi e essere sempre sulle copertine. Ma è
Dylan, sono quelli che come, a lasciare il segno.
E
in Italia?
Una
volta c'erano i cantautori... Credo che il disco Alice non lo sa
di De Gregori abbia segnato un momento importante riuscendo a
raccontare storie diverse nella stessa canzone. Oggi comunque il
cantautore non esiste più. E' stata una forma importante negli
anni '60 e '70. Diceva cose importanti. Oggi non esiste più una
cosa del genere. Forse manca anche la ricerca. Si discute se la
canzone sia poesia, ma ci si dimentica che la canzone è
storicamente un genere letterario. Petrarca ha scritto il
canzoniere e Garcia Lorca ha raggiunto il successo con una
raccolta di canzoni. Secondo me, poi, ogni forma di arte popolare
fonde insieme segnali artistici differenti.
Lei
ha scritto canzoni anche per Fiorella Mannoia ("Il cielo
d'Irlanda), ma non ha mai raggiunto il grande successo. Perché?
Non
faccio parte del clan, quello che conta nella canzone italiana,
quello che ha peso nella gestione dei fatti giornalistici e
televisivi. Mi manca un buon ufficio stampa. E non frequento i
salotti giusti. Meno male.
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