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L'IMPORTANZA
DELLA MUSICA ED I SUOI SCRITTURALI
di
Giorgio Ruffa
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Il
Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo sulle
cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio
del Signore (Isaia 38,20).
Cantate al Signore un canto nuovo, lode a lui fino all’estremitá
della terra (Isaia 42, 10).
Il carattere oggettivo della musica ha il grande potere di
produrre nel soggetto delle reazioni particolari, che a suo
tempo andavano sotto il nome di Affetti, e che solo quest’arte
permette. Ma, parafrasando Hegel, il principio della
soggettività diventa momento della religione medesima. Come
sappiamo il protestantesimo si basa appunto su questo
principio. Conseguentemente questo scambio oggetto-soggetto
permette una sublime sintesi, la quale riesce ad avvicinare,
disciogliere direbbe Hegel, la coscienza soggettiva verso il
suo principio assoluto. La musica, in altre parole, è uno dei
mezzi forniteci da Dio per glorificare il suo nome e per
partecipare attivamente alla bellezza e all’armonia del
creato: infatti sta scritto che ogni vivente dia lode al
Signore (Salm. 150, 6).
Una prima descrizione della potenza della musica la possiamo
ricavare dal secondo libro delle Cronache (5, 13-14) dove
troviamo scritto: Avvenne che, quando i suonatori e i cantori
fecero udire all’unisono la voce per lodare e celebrare il
Signore e il suono delle trombe, dei cembali e degli altri
strumenti si levò per lodare il Signore perché è buono,
perché la sua grazia dura sempre, allora il tempio si riempì
di una nube, cioè della gloria del Signore. I sacerdoti non
riuscivano a rimanervi per il loro servizio a causa della
nube, perché la gloria del Signore aveva riempito il tempio
di Dio.
Dal passo appena letto appare un luogo tipico nelle Scritture:
il suono è spesso collegato alla potenza di Dio. Un simbolo
fra tutti, che non necessita commenti, è il suono marziale
della Tromba. I passi in cui questo strumento appare sono i
seguenti: Esodo 19:13 ; 19:16; 19:19; 20:18; Levitico 25:9;
Numeri 10:4; Giosuè 6:5; 6:20; Giudici 3:27; 6:34; 7:16;
7:18; 1 Samuele 13:3; 2 Samuele 2:28; 6:15; 15:10; 18:16;
20:1; 20:22; 1 Re 1:34; 1:39; 1:41; Neemia 4:18; 4:20; Giobbe
39:24; Salmi 47:5; 81:3; 150:3; Isaia 18:3; 27:13; 58:1;
Geremia 4:5; 4:19; 4:21; 6:1; 6:17; 42:14; 51:27; Ezechiele
7:14; 33:3-6; Osea 5:8; 8:1; Gioele 2:1; 2:15; Amos 2:2; 3:6;
Sofonia 1:16; Zaccaria 9:14; Matteo 6:2; 24:31; 1 Corinti
14:8; 15:52; Ebrei 12:19; Apocalisse 1:10; 4:1; 8:13; 9:14.
I passi che invece indicano il canto in onore di Dio sono
moltissimi, basti pensare al Salterio. La lista che segue non
pretende di essere completa, ma spero possa essere utile a chi
è interessato all’argomento: Esodo 15:1; 15:21; 32:18;
Numeri 21:17; Giudici 5:3; 1 Samuele 21:11; 2 Samuele 22:50; 1
Cronache 16:9; 16:23; 16:33; 2 Chronicles 20:22; 23:13; 29:30;
Giobbe 29:13; Salmi 7:17; 9:2; 9:11; 13:6; 18:49;21:13; 27:6;
30:4; 30:12; 33:2-3; 47:6-7; 51:14; 57:7; 57:9; 59:16-17;
61:8; 65:13; 66:2; 66:4; 67:4; 68:4; 68:32; 71:22-23; 75:9;
81:1; 89:1; 92:1; 95:1; 96:1,2; 98:1,4,5; 101:1; 104:12, 33;
105:2; 108:1, 3; 135:3; 137:3,4; 138:1,5; 144:9; 145:7; 146:2;
147:1,7; 149:1,3,5; Proverbi 29:6; Isaia 5:1; 12:5; 24:14;
26:19; 27:2; 35:6; 38:20; 42:10; 42:11; 44:23; 49:13; 52:8;
52:9; 65:14; 20:13; Geremia 31:7,12; 51:48; Ezechiele 27:25;
Osea 2:15; Sofonia 3:14; Zaccaria 2:10; Romani 15:9; 1 Corinti
14:15; Ebrei 2:12; Giacomo 5:13; Apocalisse 15:3.
Qualcuno potrà notare che in Daniele 3:10,15 la musica
diventa uno strumento di idolatria. Il pericolo di seduzione
della musica era stato avvertito da Agostino, Lutero, Calvino
ed altri. Ognuno reagì in modo diverso: celebre l’iniziale
avversione all’organo di Lutero, la proibizione della musica
di Calvino etc... Tutti, peró, dovettero arrendersi
all’evidenza: come tutti i mezzi della creazione la musica
non era pericolosa in se’, bensì nel modo in cui veniva
usata. Lutero affermava: I giovani abbiano di che sostituire i
loro canti licenziosi e possano in loro vece imparare canti
educativi e accostarsi al bene come a loro conviene. Il vero
problema, come già detto, non era la musica in quanto tale,
ma essendo quest’ultima dono divino essa doveva
accompagnarsi a dei testi consoni a questa prerogativa. Quindi
musica ad Soli Deo Gloria.
Nel campo della riforma Martin Lutero diede, successivamente,
un’enorme importanza dottrinale alla musica come forma di
espressione religiosa. Per il riformatore, come per Agostino
di Tagaste, il canto era una preghiera due volte detta. La
parola cantata permetteva alla riunione dei fedeli, che ai
suoi tempi erano per la maggioranza incolti, di imparare
facilmente i temi della fede cristiana, dal momento che i
testi dei Lieder erano in tedesco. Volendo fare un paragone
essi avevano la stessa funzione, ma con fini e concetti
teologici diversi, dei mosaici e dei dipinti all’interno
delle chiese cattoliche. Inoltre la musica, in quanto tale,
permetteva una profonda Koiné tra i fedeli.
Vediamo ora che cosa dice il riformatore sull’importanza
della musica: La musica è un po’ come una disciplina che
rende gli uomini più pazienti e più dolci, più modesti e più
ragionevoli. Chi la disprezza, come fanno tutti i fanatici,
non può concordare su questo punto. Essa è un dono di Dio e
non degli uomini; essa scaccia il maligno e rende felici.
Grazie alla musica si dimentica la collera e tutti i vizi.
Perciò, e sono pienamente convinto di ciò che dico e non ho
alcun timore di dirlo, dal punto di vista teologico nessun’arte
può stare alla pari della musica [...] È assolutamente
necessario conservare la musica nella scuola. [...] Bisogna
abituare i giovani a quest’arte. [...] Il canto è l’arte
più bella e il migliore esercizio. [...] Chi sa cantare non
si abbandona ne’ ai dispiaceri ne’ alla tristezza; è
allegro e scaccia gli affanni con le canzoni (Lettera del 1530
indirizzata al musicista Senfl).
Ma ancor prima di Lutero, che come è noto era agostiniano, il
canto veniva così lodato da Agostino: Sento che le anime
nostre assurgono nella fiamma della pietà con un ardore ed
una devozione maggiore per le sante parole, quando sono
accompagnate dal canto, e tutti i diversi sentimenti del
nostro spirito trovano nel canto una loro propria espressione
che li risveglia (Confessioni, lib. X, c. 33).
Lutero realizzò il suo progetto, Soli Deo Gloria, attraverso
il Corale: una semplice ma espressiva forma di canto. Il nome
“Corale” è un aggettivo sostantivato che deriva
dall’espressione «cantus choralis», ovvero una melodia,
normalmente omofona, eseguita, alle origini, a più voci
all’unisono senza accompagnamento.
Vediamo, a titolo di cronaca, di tracciare, brevemente, le
origini ed il significato del corale nella liturgia
protestante. I corali, differentemente dai canti cattolici,
non erano scritti in latino, questo per favorire la massima
partecipazione dei fedeli. Lodovico II (Imperatore
d’Occidente 855-875) lamentava la scarsa partecipazione
dell’assemblea durante la messa; nei “Capitula
Ecclesiastica” (anno 856) affermò: Tertium intimandum, ut
ad salutationes sacerdotales congrue responsiones discantur,
ubi non solum clerici et Deo dicatae sacerdoti responsionem
offerant, sed omnis plebes devota consona voce respondere
debet.
Dal punto di vista musicale questo canto liturgico era
inizialmente monofonico, sebbene eseguito da più voci: al
massimo si contrapponeva una vox organalis, in moto parallelo,
distante una 4a o una 5a. Esso deriva dalla liturgia
“secundum uso romanum” cantato nel modo melodizzante
ovvero in Concentus, il contrario dell’Accentus che era il
modo declamatorio,
vicino al recitativo. Il corale si sviluppò, seguendo il
progresso della tecnica musicale, in svariate forme:
monofonico, polifonico di tipo mottettistico e polifonico di
tipo armonizzato. Molti canti in lingua volgare, da quelli dei
Minnesänger a quelli penitenziali ed anche quelli militari,
divennero, poi, corali. Le origini sono quindi di molto
anteriori alla riforma. In forma compiuta troviamo dei Lied a
partire dal XI secolo. Il fiorente sviluppo di questi canti
religiosi, nel periodo in questione, è testimoniato, in modo
indiretto, dai vari divieti ecclesiastici emanati dai concili
di Basilea (1435) e Eichstatt (1446), dai sinodi di Praga
(1406) e Schwerin (1492). Difatti, formalmente, l’unico
canto liturgico consentito era quello latino-gregoriano.
Lutero quindi, senza nulla, o quasi, inventare,
nell’organizzare la nuova liturgia, poteva basarsi su di una
tradizione gia’ consolidata nell’ambiente popolare; era
forse la strada più diretta visto, poi, che non era neppure
pensabile che il popolo fosse in grado d’intonare il
difficile canto gregoriano. Parlare ora delle elaborazioni, da
parte di Lutero o della chiesa luterana in generale, di corali
e di Gesangbücher esula dalle intenzioni di questo articolo.
Aggiungiamo solo che la forma corale fu portata al suo massimo
splendore da uno dei più grandi artisti di tutti i tempi:
Johann Sebastian Bach (1685- 1750).
Per concludere vorremmo riassumere, anche se assolutamente non
appartenente al nostro contesto, il pensiero di Tommaso d’Aquino
sull’argomento, solo perché segue da vicino Agostino. L’aquinate
in una quaestio della Summa Theologica (IIa IIae, q.91, a.2 )
si chiede se per innalzare lodi a Dio sia necessario il canto.
La risposta, partendo dal presupposto che il fine dell’uomo
è amare Dio, dice che è giusto servirci di tutto ciò che ci
possa aiutare a rinforzare questo amore. Il canto, ovvero la
musica, è lo strumento più adatto in quanto risulta essere,
nella sfera del sensibile, la creazione divina che più tende
allo spirituale; inoltre tutto ciò che è creato da Dio è
disposto per la sua gloria, in virtù del fatto che tutto è
creato non per necessita’ ma per se stesso propter
semetipsum. E aggiungerei, come chiusura, il Salmo 150: Lodate
Iddio nel suo santuario,/ lodatelo nella distesa della sua
gloria./ Lodatelo per i suoi prodigi,/ lodatelo secondo la sua
somma grandezza./ Lodatelo col suon della tromba,/ lodatelo
col saltero e con la cetra;/ lodatelo col tamburo e col
flauto,/ lodatelo coll’arpicodo e con l’organo./ Lodatelo
con cembali sonanti,/ lodatelo con cembali squillanti;/ ogni
cosa che ha fiato lodi il Signore./
Alleluja.
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