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L'artista di
Dio
Considerazioni
e appunti sull'identità dell'artista
Testimonianza e trascendenza.
"In
tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del
bello, c'è realmente la presenza di Dio. C'è quasi una specie di
incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il
bello è la prova sperimentale che l'incarnazione è possibile.
Per questo ogni arte di prim'ordine è, per sua essenza,
religiosa. (Ecco quel che oggi non si sa più). Una melodia (…)
testimonia quanto la morte di un martire". (Simone Weil)
Immaginare
un artista "non credente" o "ateo" è
praticamente un assurdo! Eppure per tanti, anche fra gli stessi
artisti, ciò non è poi così tanto evidente.
L'uomo
di oggi è arrivato a "perdere" Dio, quasi a poterne
fare a meno, "liberandosi" da Colui dal quale ha voluto
rivendicare la propria "autonomia".
Se
ciò già stupisce quando si pensa a tutte quelle realtà umane
che meno direttamente hanno a che fare con la trascendenza di Dio,
ciò lascia ancor più increduli quando si pensa alla sfera
artistica ed agli artisti in maniera più specifica.
L'artista,
infatti, è qualcuno che in un modo del tutto particolare fa
esperienza del trascendente. Egli può capire Dio, per esperienza,
come nessun altro, eccetto i Santi.
Egli
"crea" come il Creatore.
Egli
"contempla" il Bello; quella realtà che coglie presente
dentro di se e, contemporaneamente, assolutamente distinta da se.
Egli
"genera" bellezza; come Dio, che è Bellezza, e che ha
generato ogni bellezza, riassumendo tutto nel suo Verbo, la Sua più
autentica "espressione".
"L'artista
è in qualche modo simile al Santo" (Chiara).
Ora,
in che maniera è conciliabile tutto ciò con la realtà di
assoluto disordine e di disarmonia che affligge l'umanità intera
e tutto il creato?
E'
impossibile resistere a questo forte contrasto armonia-male
presente nel cuore di ogni uomo, particolarmente per un artista.
Ciò potrebbe rappresentare una buona chiave di lettura per quella
diffusa debolezza che in genere si riflette nella personalità
degli artisti: Genio-sregolatezza (laddove per Genio si è spesso
intesa la facoltà di cogliere qualcosa di Assoluto e di
esprimerla nell'opera d'arte e per sregolatezza la difficoltà di
esprimere tale contemplazione nella propria vita e nei rapporti
sociali).
La
difficoltà più comune di un artista consiste, infatti, nel
constatare questo drammatico scollamento tra la vita di relazione
(priva di ogni criterio morale) e quell'ideale di armonia sempre
presente davanti ai suoi occhi.
Se
a questo mondo è infatti difficile restare immuni dal male e non
contaminarsi con esso (e per male può intendersi qualsivoglia
compromesso nel perseguire l'armonia nei rapporti sociali), ciò
diviene motivo di atroce sofferenza per tutti coloro che, come gli
artisti, possiedono un senso così assoluto e trascendente della
bellezza e dell'armonia, di cui sono testimoni con le loro stesse
"opere".
Queste,
difatti, esprimono la più bella delle creature di Dio: l'anima.
Comunicando l'anima dell'artista, esse testimoniano al mondo ciò
che non muore: quella realtà creata che, più di ogni altra, dice
"l'Eterno".
L'artista,
infatti, esprime nella propria opera qualcosa di se stesso. Questo
"qualcosa", inoltre, cessa di appartenergli proprio a
partire dal momento in cui, avendolo donato nella sua opera,
creandola, lo "perde"; se ne distacca, lasciando in essa
un po' del suo "aroma".
La
creazione artistica, pertanto, anche solamente da questo punto di
vista, è un dono: un atto d'amore. Come avviene per un padre ed
una madre che danno alla luce un figlio.
Essa,
riflesso dell'anima, rende partecipe tutto il creato della propria
eternità.
Una
dinamica trinitaria
Come
il Padre dà tutto se stesso al Figlio, essendo tutto intero nel
Figlio, e così Questi, completamente dimentico di Se, è solo
Pensiero o Parola del Padre; così l'opera d'arte, espressione
dell'artista, esprime ("dice") l'artista, la sua stessa
anima, il suo essere. Per questo motivo essa rimane eterna,
sopravvivendo alla sua stessa morte, permanendo alla sua assenza,
in quanto espressione di ciò che di questi non muore: della sua
anima.
Contemplando
le meraviglie del mistero trinitario ci appare come sia stato
attraverso Maria che il Padre si sia donato agli uomini nel
Figlio. Così come pure attraverso Maria il Figlio si è fatto
dono per noi, "perdendo" in nostro favore il rapporto
con il Padre e divenendone, così, l'espressione più pura;
mostrandoci in Se il Padre stesso, in uno slancio d'amore
infinito. E fu in quell'atto di espoliazione totale di se e di
perfetta immedesimazione con la volontà del Padre, di cui la
croce ed il grido di abbandono sono il culmine e la pienezza, che
Egli portò il Padre in dono all'umanità intera e a tutto il
creato; e ciò si rese possibile attraverso la desolazione di
Maria (l'umanità redenta) ed il suo sì d'amore incondizionato.
Da
questa "cesura" nel rapporto tra il Padre e il Figlio
(lo S. Santo), che si compì nell'intimo di Maria, maturò per
tutti noi il Dono di tale Realtà - fu in quel dolore che il
Figlio effuse lo Spirito Santo, attraverso Maria, su l'umanità
intera e su tutto il creato; fu in quell'attimo che Egli divenne
compiutamente l'Immagine stessa del Padre. Fu così che, per
amore, il Figlio si è scisso dal Padre e dallo Spirito, e
l'eterna Parola attraverso Maria prese le fattezze carnali e
spirituali della più bella fra le Sue creature, andando ramingo
per quell'esilio terreno che ebbe come culmine la più obbrobriosa
delle morti, sinchè non ebbe dato il frutto atteso da tutte le
genti: la Redenzione, che proprio nella Madre Desolata ebbe il suo
Fiore nel pieno compimento della sua parabola:
"La
fioritura avvenne nella pienezza dei tempi. E l'unico fiore era
Maria.
Il
frutto che ne seguì fu Gesù.
Anche
l'albero dell'umanità era stato creato ad immagine di Dio.
Nella
pienezza dei tempi, alla fioritura, avvenne l'unità fra cielo e
terra e lo Spirito Santo sposò Maria.
Abbiamo,
dunque, un solo fiore: Maria. Ed un solo frutto: Gesù. Ma Maria,
seppure una è la sintesi della creazione intera al culmine della
sua bellezza, quando si presenta come sposa al suo Creatore.
Gesù
invece è la creazione e l'Increato fatti uno: lo Sposalizio
consumato. Ed Egli contiene in Se Maria come il frutto contiene il
fiore. Quando il fiore ha fatto la sua parabola cade e matura il
frutto". (Chiara Lubich: Maria fiore dell'umanità)
Così,
analogamente, mediante la creazione artistica (- che raggiunge il
suo pieno compimento attraverso la "separazione"
dell'artista dalla propria "creatura" ed il vicendevole
distacco di essa dal suo autore, laddove questa, resa autonoma,
"distinta" dal suo creatore, diviene fedele immagine
della sua anima -) matura per tutto il creato il dono della stessa
"ispirazione" fecondatrice: e la Bellezza si fa dono,
attraverso l'artista (come Maria), per tutto il creato.
In
quest'ottica trinitaria, in questo processo di progressiva
distinzione che è la creazione, e che culmina nel
"distacco" - quando l'opera, dopo essere stata maturata
in seno all'anima dell'artista, diviene "compiuta" -
l'ispirazione gioca pertanto un ruolo fondamentale: è il Terzo
fra i due. Bellezza (Padre) e Opera d'arte (Figlio) con
l'Ispirazione (lo S. Santo - la Realtà di Bellezza che li fa Uno)
sono una triade di cui l'artista (Maria) è il capolavoro, nel suo
esserne Figlia, Madre e Sposa.
Si
capisce come sia l'amore per la Bellezza a "lavorare"
l'artista e far sì che questi colga, in tutta la sua compiutezza,
unicamente quella "forma" che possa esprimere il Bello
presente nella propria anima, trasfondendolo nella materia,
creando l'opera d'arte. E si comprende come tale Ispirazione, che
permette all'artista di cogliere la trascendenza dentro di se e di
esprimerla, non possa che essere eterna e trascendente Essa
stessa.
Alla
radice di ogni vera opera d'arte v'è sempre infatti una
Ispirazione che la fa essere tale. E' lo S. Santo. E' Lui che
feconda l'artista, è Lui l'Armonia cui attinge ogni artista. E'
attraverso questo Amore, che conosce la Bellezza "dal di
dentro", che il Bello prende forma in seno all'anima
dell'artista e diviene Opera d'arte.
Vocazione
mariana
Emerge
così il Disegno, la "vocazione" dell'artista. Questi,
come Maria, è il più grande "testimone" della
trascendente Bellezza di Dio; colui che la genera a questa vita,
per ogni uomo e per ogni altra realtà creata.
Egli
diviene, come Maria (la Madre), madre di Essa, per amore di Essa.
L'anima dell'artista appare così "disegnata" dal
Creatore: Tota Pulcra, Madre del Bell'Amore. Innamorata di Dio,
della Sua Bellezza, del Suo disegno, ne coglie (per quest'Amore)
il Bello, che vede compiersi nel suo cuore verginale, tutto di
Dio, tutto Bello. Così, quell'Amore Ispiratore che la unisce al
Creatore (alla Bellezza) depone in essa l'Ispirazione, il Seme di
Bellezza che assumerà le sue stesse bellezze, le sue stesse
fattezze fisiche e spirituali, incarnandosi nell'opera d'arte. Così,
l'anima dell'artista, baciata dalla Bellezza, concepirà la sua
opera, che sarà la perfetta espressione del suo Ideale di
Bellezza, della sua "contemplazione" - e per la
redenzione operata dal Figlio su tutto il cosmo e sulla materia,
l'opera d'arte diviene l'impronta di Dio Bellezza sulla terra.
Si
comprende, quindi, quanto tale "realtà" non possa
essere intesa in altro modo che nell'ottica soprannaturale,
attraverso la Sapienza. Solo mediante essa l'artista può giungere
a tale consapevolezza di se e ciò presuppone che Dio sia il suo
"Tutto" e che questi sia "tutto intero" di
Dio. Si comprende come diventi altrimenti inevitabile fraintendere
una realtà così grande, correndo il rischio di idolatrarla e di
perdere contatto con la reale dignità di tale disegno di Dio.
Solo la Sapienza permette all'artista di entrare con tutto se
stesso in quella Bellezza che tanto lo affascina, fino a farsi
possedere da essa. Per questo motivo egli deve essere vergine,
deve essere amore, deve lasciarsi assumere completamente in questo
rapporto con la Bellezza, se non vuole "rimanerne
fuori".
"La
contemplazione provoca un "restare"… Il contemplativo
è accolto dalle cose come uno che torna tra loro riconciliato;
l'esteta non domanda di essere accolto, non è uno di loro… è
conquistatore. Crede di vedere la bellezza, ma non la vede, perché
non la possiede, non entra in lei. La vede con gli occhi ma non la
vede con tutto l'essere. Per entrare dentro, per possedere bisogna
essere disarmati, essere dei pacifici… Per essere accolti
bisogna cominciare col riconoscere di aver perduto il diritto di
stare a casa…
Il
contemplativo è uno che si scopre contemplato… Possiede la
bellezza chi scopre la sua vita personale dolorosamente carica di
senso".
Il
"brutto" e la Misericordia
Ci
si può chiedere come mai le opere d'arte non necessariamente
portino sempre con sé gli attributi della Bellezza di Dio. Ci si
può peraltro domandare come mai per la maggior parte dei casi le
opere d'arte non esprimano qualcosa di "positivo" in
senso assoluto.
E'
vero, si conoscono esempi di talune opere che, esprimendo le
meraviglie di un anima totalmente persa in quell'amplesso estetico
che la unisce al creatore, sovrabbondano di tutti quegli attributi
estetici caratteristici dei doni dello Spirito Santo (pace, gioia,
festa, ecc.); esse sono eminenti testimonianze (palesi) della
Bellezza di Dio.
Si
conoscono invero altri esempi di opere d'arte che invece sono
espressioni di anime "sospese", irrisolte, prive di
quella luce soprannaturale che sa riconoscere l'Amore di Dio
dietro ogni esperienza, addirittura spesso prive di quello stesso
rapporto con Dio da cui solo può derivare ogni
"soluzione". Sono espressioni dell'anima (abbandonata)
dell'artista, che pur esprimendo questa sospensione, questa
sensibilità cieca al soprannaturale, non possono non venire alla
luce; non possono rimanere nel seno di colui che le ha viste
concepire e svilupparsi in se e che "per sua natura" non
può che "partorirle".
Il
"brutto", pertanto, diviene arte. Nel nostro tempo (è
questa la convinzione degli artisti contemporanei) non si riesce
addirittura a concepire un arte che escluda il brutto ed è
singolare che ciò sia emerso con tale evidenza proprio in un
secolo come quello attuale che ha decretato e vissuto la
"morte" di Dio. Orfani di tale Padre gli artisti hanno
prodotto un arte "povera", "afflitta",
"martoriata", "vittima innocente",
"perseguitata", "offesa", e via di seguito con
quanti altri attributi possano descrivere l'umanità della nostra
epoca.
Senza
per forza dover cercare tra gli esempi di arte contemporanea,
possiamo peraltro trovare altri esempi di arte
"irrisolta" in qualunque epoca. I limiti fisici
dell'artista e della materia trattata hanno spesso fornito
parecchi esempi di "debolezza" nelle opere d'arte di
tutti i tempi. Il brutto non è solamente una prerogativa
"moderna".
Qual
è il punto di vista di Dio su tutto ciò?
Guardando
a Gesù crocifisso ed abbandonato viene immediata una luce: la
"materia" assiste alla proclamazione del Vangelo della
Beatitudini (Beati i poveri, gli afflitti, i martoriati, le
vittime innocenti, i perseguitati, gli offesi… ), che annuncia
ad essa la gloria dei figli di Dio e la libertà dal potere della
corruzione, la redenzione di tutto il Creato. Emerge il disegno di
Misericordia di Dio, in cui l'Amore ha trovato una misura infinita
per sovrabbondare con ogni Grazia, qualsiasi sia lo stato di Male
di cui si è prigionieri. E "la Bellezza (in Gesù
Abbandonato) si è fatta brutta per abbellirci" (Chiara,
'49).
E'
Maria, ancora, la Madre di tale Misericordia; è lei, la Desolata,
che ci svela come ricapitolare nell'Amore ogni cosa e riportare
alla Bellezza ciò che le appartiene, per aver pagato ogni
bruttezza a tale prezzo.
Nella
pienezza della sua vocazione, l'artista non ha più paura del
brutto. Egli, come la Desolata, contempla in esso il volto del
Figlio, in tutti gli orrori dell'umanità egli vede la bellezza
del disegno di redenzione operato da Gesù Abbandonato.
"Dobbiamo
renderci conto che il nostro sguardo deve essere quello di Dio e
dobbiamo perciò vedere le cose come sono in Paradiso.
Il
nostro sguardo deve essere la Misericordia,
Noi
dobbiamo vedere in ogni cosa il suo "disegno" e dovremmo
vederlo in un certo senso già realizzato, come lo vede Dio.
Il
disegno di Dio sul mondo e su tutto è bellezza. E' la
Misericordia che vede la bellezza; è per la Misericordia che ciò
che non è bellezza diventa bellezza.
Gesù
Abbandonato ha fatto Dio ciò che non è Dio.
Come
noi crediamo che un giorno vedremo tutto il nostro negativo
ricamato dalla Misericordia di Dio e trasformato in Bellezza, così
noi dobbiamo vedere tutto il negativo, il "brutto" che
ci circonda, con questi occhi e credere che il nostro stesso
sguardo potrà donare a questo la sua bellezza.
Dobbiamo
perciò accogliere tutto col cuore di "madre" e vedere
in tutto quanto c'è di inconcluso, deviato, disilluso un "figliol
prodigo" e guardarlo con gli occhi del Padre che in quel
volto sfigurato riconosce il Figlio e, accogliendolo, gli ridona
la dignità e la bellezza.
E'
la Misericordia lo "sguardo" che salverà il brutto, e
forse anche per questo il brutto salverà il mondo". (E.
Pompili)
Così,
pienamente consapevole del proprio ruolo nell'economia di Unità
di tale disegno, l'artista diviene servo dell'umanità, fontana di
bellezza per tutto il Creato. "O voi tutti assetati venite
all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente, comprate e bevete
vino e latte senza denaro e senza spesa". (Is. 55,1)
Egli
guarda ad ogni bruttezza con profonda gratitudine, per avergli
donato l'occasione di essere "Madre della Bellezza",
portando così la Redenzione su tutta la materia, restituendole
gratuitamente la bellezza perduta.
"Tutta
l'umanità fiorisce in Maria. Maria è il fiore dell'umanità.
Ella, l'Immacolata, è il fiore della Maculata.
L'umanità
peccatrice è fiorita in Maria, la tutta bella!
E
come il fiore rosso è grato alla piantina verde, con le radici ed
il concime che la fece fiorire, così Maria è, perché vi fummo
noi peccatori, che costringemmo Dio a pensare a Maria.
Noi
dobbiamo a Lei la salvezza, Ella la sua vita a noi.
Che
bella, Maria! E' la creazione che va in fiore, la creazione che va
in bellezza. Tutta la creazione fiorita, come la chioma di un
albero è Maria. Dal Cielo Dio s'innamora di questo fiore dei
fiori, l'impollina di Spirito Santo e Maria dà al cielo ed alla
terra il Frutto dei frutti: Gesù.
Per
scendere Iddio dal Cielo doveva trovar Maria; Egli non poteva
scendere nel peccato ed allora "inventa" Maria, che
riassumendo in se la bellezza tutta del creato,
"inganna" Dio e Lo attira sulla terra.
Ma
Ella è Fiore dell'umanità e, chiamato Dio a sé, lo chiama per
l'umanità, perché Ella è grata all'umanità di averle dato la
vita". (Chiara Lubich: Maria fiore dell'umanità)
Così,
la bellezza di Maria, nel sedurre Dio, seduce anche tutto il
creato che anela ad essa, portandolo a Lui: "La bellezza
seduce la carne per ottenere il permesso di passare fino
all'anima". (Simone Weil)
Bellezza
e Santità
Come
per il sacerdote non è la santità di questi che determina quella
del Sacramento che amministra (la cui santità è oggettiva); e
così come è vero, però, che solo un sacerdote santo (santità
soggettiva) può penetrare i misteri del disegno di Dio su di lui;
così per l'artista non occorre che la sua vita sia tutta di Dio
perché la sua opera sia un opera d'arte (la bellezza sta nella
sua anima e nello sguardo di Dio su di essa, quale che sia il suo
stato); è pur vero, però, che solo un anima di Dio può
penetrare tale sguardo d'amore (santità soggettiva), lasciandosi
rivestire da tale gratuita dignità.
Così,
per l'artista, l'esigenza morale emerge quale conseguenza della
Unità e della Verità stessa di Dio; diviene
"impellenza" del Vangelo in lui:
Laddove,
infatti, tale testimonianza di Bellezza (l'opera d'arte) si
accompagna ad una vita di "santità" (testimonianza
della Santità di Dio), come anche ad una vita di Carità
(testimonianza dell'Amore di Dio) e ad una vita "Morale"
(testimonianza della Verità di Dio), allora nell'artista vive
l'Unità ed egli in Essa; Dio Uno e Trino dimora pienamente in Lui
ed egli in Dio.
Allorquando
la vita dell'artista non è espressione di tale Unità, è la sua
stessa opera - espressione "intransigente" dell'Armonia,
della stessa Bellezza di Dio - a rappresentare per lui occasione
di continuo "scandalo"; evidenziando in lui questa
schizofrenia, questa divisione interiore; è lei stessa a
giudicarlo implacabilmente, mettendolo di fronte a ciò che dura
in eterno, a ciò che non muore, alla sua stessa anima che, col
suo solo esistere, lo richiama a Dio; mettendolo di fronte a ciò
che è Eterno, Bello, Santo, Vero; di fronte al Vangelo
dell'Amore.
Come
può l'Armonia di cui egli è testimone non tradursi in vita:
nelle relazioni sociali, come conseguenza ed espressione visibile
del suo desiderio di corrispondere a Dio (Uno e Trino) ed alla sua
Armonia (all'altissima Unità nei rapporti fra le tre distinte
persone)?
Sarà
questa Verità, "indirettamente" presente nella sua
opera, che lo condannerà perpetuamente ad un giudizio severo.
Sarà
invero lì, aperto a questo rapporto col Creatore - che per lui
apre gli abissi e le voragini della Sua Misericordia - che
l'artista, trovata l'Unità nella sua vita, con Dio e con ogni
uomo, sarà pienamente Artista, pienamente "Uomo". Sarà
lì che, lasciandosi "lavorare" dal suo Creatore,
trasformerà tutta la sua vita in una grande Opera d'Arte, sanando
tutte le relazioni ed i rapporti con ogni realtà del Creato,
ritrovando nell'altro da se la consonanza con il proprio essere,
che trova in Dio la sua Unità, per comporre, come in un
"concerto", l'Armonia dell'universo, nella quale
esaltare, in quell'Unità, tutte le distinte tonalità del Bello.
Sarà
lì, dove due o più artisti si troveranno in questa Unità, in
questa Voragine di Bellezza, sarà lì che la Bellezza stessa
costruirà fra essi la propria dimora. E sarà Musica. Sarà
un'unica Parola, un unico Amore, un'unica Bellezza, che in un
unico Pensiero ed in un'unica Opera esprimerà il bello di tutti e
di ciascuno, nella più alta distinzione e nella più perfetta
Unità.
Massimo Merighi
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