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CONCERTI
E STAMPA

LA
SFIDA DELLA SPERANZA
Viaggio
in Albania di Paolo Auricchio
Non nascondo che scrivere un articolo sul mio recente viaggio in
Albania mi mette in estrema difficoltà. Il rischio principale è
quello di cadere in luoghi comuni o in elementi di cronaca già
abbondantemente diffusi dai media come l'innegabile situazione di
povertà in cui versa quel paese, oppure il discutibile
condizionamento che i simboli del benessere occidentale esercitano
sulle persone attraverso l'infinito numero di antenne paraboliche
installate dappertutto, o ancora il cumulo di macerie, non solo di
ordine materiale, che il regime ha lasciato al suo spegnersi o i
fenomeni sociali generanti le problematiche che in Italia viviamo
di riflesso come l'immigrazione clandestina, la prostituzione e la
delinquenza provenienti appunto dall'Albania. Non parlerò di
tutto ciò, ma più semplicemente di quello che ho vissuto in quei
pochi giorni dal 16 al 18 dicembre scorsi.
Quando Suor Anna, mia carissima amica di vecchia data, mi ha
chiesto durante l'estate di partecipare al giubileo dei ragazzi il
16 dicembre 2000 a Rreshen in Albania presso la missione nella
quale opera insieme alle sue consorelle, e in collaborazione con i
Padri Vincenziani, mi sono subito chiesto cosa mi sarei dovuto
aspettare e cosa mai avrei potuto portare... In fondo, di questo
paese, si sa poco e male. Lo specchio che i media italiani danno
dell'Albania è, a dir poco, avvilente. Insomma, a nessuno viene
la voglia di andarci. Per questo ho detto sì, per poter vedere di
persona, per potermi confrontare anche come cristiano con questa
situazione di missione ed eventualmente per smentire di persona
gli eccessivi luoghi comuni che una comunicazione eccessivamente
semplificata produce. Ricordo con simpatia l'accoglienza ricevuta
all'aeroporto di Tirana-Linas da parte di alcuni giovani del
gruppo parrocchiale di Rreshen venuti insieme a Suor Anna e che
subito mi hanno strabiliato per l'eccellente conoscenza della
lingua italiana; l'oscurità ormai incombente mi ha però impedito
di guardare il paesaggio che mi circondava.
L'incontro
giubilare con circa 1000 adolescenti provenienti dai paesi
circostanti delle diocesi di Rreshen e Lezha, guidate dai
rispettivi amministratori apostolici, Mons. Cristoforo Palmieri e
Mons. Ottavio Vitale, è stato entusiasmante: nonostante la
pioggia battente e le distanze che hanno dovuto coprire anche per
due ore di cammino, i ragazzi non hanno voluto mancare. Sono
arrivati inzuppati d'acqua, ma felici di esserci e di fare festa
insieme. E festa è stata! Per circa due ore abbiamo cantato e
danzato la gioia di essere vivi, di essere presenti, di essere
chiamati a diventare "apostoli di gioia" come annunciava
il tema della giornata. Mi ha colpito molto sperimentare
l'universalità del linguaggio musicale, privo di barriere ma che,
anzi, facilita la comunicazione. Le mie semplici canzoni sono
servite, spero, proprio a questo, a gustare la bellezza della
comunicazione vitale, porta che apre all'esperienza della
comunione più profonda.
Oltre il concerto e la festa, questo viaggio mi
ha permesso di condividere, anche se brevemente, l'impegno che i
missionari quotidianamente mettono nella fatica dell'annunciare il
Vangelo. Mi hanno toccato i tanti segni attraverso i quali essi
hanno realmente cercato di inculturarsi nella vita del popolo
albanese, primo fra tutti l'aver appreso la lingua albanese in
maniera eccellente e che certamente non è così facile da
imparare; e poi ho colto la stretta collaborazione tra i laici,
specialmente giovani, e i missionari, fattore determinante per una
evangelizzazione corrispondente al tempo che viviamo.
L'impegno missionario spazia da quello più
strettamente legato all'iniziazione cristiana a quello di un
lavoro paziente e faticoso di tipo pedagogico e che vede alcuni
dei missionari e delle missionarie impegnati nelle scuole di vario
grado.
Insieme ai missionari, ed in particolare con
Padre Cristoforo e con Suor Anna, ho potuto anche partecipare a
diverse celebrazioni eucaristiche vissute in luoghi differenti e
non sempre facilmente raggiungibili se non con un fuoristrada a
trazione integrale abilmente guidato dal fido Luigi! Ciò che mi
ha colpito è stata l'attesa da parte della gente di incontrarli,
di ascoltarli, di celebrare la festa della speranza che è Gesù.
L'annuncio del Vangelo in Albania è un
annuncio giovane che giunge dopo 50 anni di ateismo di stato;
facile, dunque, immaginare l'arduo compito che attende chiunque
voglia lasciarsi coinvolgere esistenzialmente in questa sfida:
restituire speranza a chi ha dovuto provare sulla propria pelle la
cocente delusione della sconfitta e dell'inganno perpetrato in
maniera sistematica e invasiva alle proprie spalle; comunicare
fiducia a chi spesso sente di dover contare solo sulle proprie
forze e risorse, dovendo, suo malgrado, ricorrere a svariati
sotterfugi per provare a campare o, spesso, a sopravvivere;
collaborare a "rifare l'uomo" cui in maniera scientifica
si è cercato di rubare l'anima, sottraendolo in maniera
coercitiva ad una qualsiasi legittima ricerca del trascendente.
Ecco perché trovo altamente riduttivo
identificare "gli albanesi" con i tristi casi che
alimentano alcune cronache del nostro paese e che servono
strumentalmente a giustificare discutibili prese di posizione di
intolleranza e di chiusura. C'è da auspicare, piuttosto, un
sereno processo di analisi e di confronto che permetta a questo
popolo, attraverso la cooperazione e gli aiuti, di risorgere e di
recuperare nel segno del diritto e di una sana giustizia la
propria identità.
P.A.
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