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INTERVISTE
JURI CAMISASCA
Chi
è Juri Camisasca? Sono vissuto
per undici anni in un monastero benedettino dell'Umbria dove, dopo
un periodo da eremita sull'Etna, farò certamente ritorno. Ho
sentito la necessità di compiere questo cambiamento che non ha
toccato il mio stile di vita. Mi sono calato in un'altra parte del
mondo per portare avanti il mio progetto della canzone. Fuori dal
monastero conduco una vita anche più dura, sto da solo, e dalla
mia esperienza eremitica nascono anche le canzoni. Prima di
convertirmi al cristianesimo ero uno che seguiva Kerouac, Hendrix,
la beat generation, il mito di Woodstock. Poi è accaduto un fatto
concreto nella mia esistenza: l'incontro con Cristo che ha
capovolto tutto. L'essere monaco benedettino è una conseguenza
della mia scelta: trovare lo spazio adatto per uno stile di vita
cristiano.
Perché ha scelto di scrivere canzoni? Ho avuto l'offerta
discografica e ho accettato, perché no? Svolgo questo lavoro come
una missione. La mia vita infatti è a completa disposizione di
Cristo e di nessun altro. Purtroppo c'è il mio "ego"
che a volte mi porta fuori strada, però alla base della mia vita
c'è la scelta fondamentale di vivere per Cristo. Che ci riesca o
meno è un altro discorso. Cerco di darmi da fare, però la mia
miseria è talmente grande che non sempre riesco a vivere per
Cristo. Sono un poverello che ha bisogno della Redenzione.
Ritiene possibile evangelizzare attraverso le canzoni?Lo si può
fare solo se si è incarnazione del Vangelo. Credo che tutti gli
uomini abbiano bisogno di un'ancora di salvezza e la possono
trovare anche nei messaggi delle canzoni. Le mie canzoni sono
frutto di una ricerca e non di un calcolo studiato a tavolino.
Sono provocatorio, è vero. Ma a essere provocatoria è la mia
vita perché è orientata verso Cristo. La vita dei cristiani è
"contromano" perché tesa a inseguire la fede, la
preghiera e la povertà. Con umiltà cito una frase di san Paolo:
la perdita è il mio vero guadagno. Quello che il mondo vede come
una perdita per me è una conquista.
La decisione di vivere in eremitaggio e non in monastero è legata
alla sua scelta di dedicarsi alla musica? Non vorrei che
sembrasse che io abbia rifiutato la vita monastica per scappare
via da solo. Conosco bene e amo la vita in comune. Ho avvertito il
bisogno di vivere ancora di più nel silenzio e nella solitudine.
La cosa che mi interessa è solo la ricerca di Dio. E' una ricerca
non facile e la mia paura è che per molti sia soltanto una
questione concettuale, di intelletto. Invece c'è un'ascesi ben
precisa da fare: questo Dio che noi cerchiamo dobbiamo conoscerlo
realmente, dobbiamo lasciarci conoscere da Lui. O viviamo sul
serio questa esperienza, e per viverla ci devono essere
determinate condizioni, oppure si rischia di imparare il
catechismo a memoria credendo di aver concluso tutto, ma non è
così. Come non è sufficiente entrare in monastero per
considerarsi santi. La strada è lunga e dura. Ecco allora il
senso della mia scelta personale di vivere nel silenzio e nella
solitudine.
Non le pesa essere considerato un autore che scrive canzoni troppo
"pesanti", certamente poco adatte a essere trasmesse
dalle radio e dalle televisioni? Non è un peso, ho scelto di
fare un certo percorso nella vita. Le critiche non mi interessano.
E' un po', ad esempio, come quello che viene criticato perché
prega. Peggio per chi critica, evidentemente non ha capito
l'importanza della preghiera e vede il fatto di inginocchiarsi
davanti a Dio come una cosa strana, bigotta. Invece chi ha toccato
con mano certi valori sa che non può prescindere dalla preghiera
nella sua vita. Del resto non riesco a scrivere una canzone che
non abbia una relazione con la mia vita e il mio modo di essere.
Quindi poiché la mia vita di monaco benedettino è orientata a
Cristo, le mie canzoni hanno una chiara connotazione religiosa.
Che cosa vuole comunicare con le canzoni?Nel momento in cui
scrivo una canzone cerco innanzitutto di verificare se è quello
che sento veramente. Non mi interessa bluffare per farmi ascoltare
a tutti i costi. Potrebbe forse anche essere una strategia:
scrivere canzoni "così così", vestite in modo che la
gente le ascolti più facilmente. Però non ci riesco. Quello che
scrivo deve arrivare dalla mia coscienza e se raggiunge anche la
gente sono contento, altrimenti… pazienza. Certo, sento forte il
desiderio di comunicare. Quello del condizionamento per arrivare
agli ascoltatori potrebbe invece essere un discorso valido per
quanto riguarda la forma, quindi la scelta di certi vocaboli e di
certe immagini. Personalmente, provo un certo pudore nel parlare
di alcuni temi. Nelle mie canzoni, per fare un esempio, compaiono
raramente le parole Dio e Signore. Non le metto perché le ho
talmente dentro di me che ho paura di non saperle esprimere. Cerco
allora di trovare delle forme per comunicare come ho fatto nella
canzone Le acque di Siloe, le acque dell'eternità, secondo una
citazione del profeta Isaia. Si tratta perciò di trovare varie
forme di questo tipo, immagini, ma i contenuti non si toccano.
Lei ha scritto una canzone su Edith Stein, uno dei maggiori
filosofi contemporanei, una delle figure più straordinarie della
Chiesa di questo secolo, beatificata da Giovanni Paolo II a
Colonia nel 1987. Una donna ebrea che si fece suora carmelitana,
venne arrestata dalla Gestapo e uccisa nel lager di Auschwitz. E'
una storia molto significativa. La storia di Edith Stein
conferma che non sempre vivere nella solitudine e nel silenzio,
come faceva lei nel Carmelo di Echt, significa essere staccati
dagli altri. Ha vissuto la morte come una martire, come una donna
consacrata a Cristo. C'è un grande significato nel suo
sacrificio: all'interno del cristianesimo Edith si è ricongiunta
al popolo ebraico. Condannata da ebrea, ha vissuto la morte da
cristiana.
E' una testimonianza molto forte. "D'ora innanzi il mio solo
lavoro sarà l'amore" scrisse Edith Stein il giorno del suo
ingresso nel Carmelo. Attraverso questa vicenda lei ha voluto
comunicare il valore del silenzio, della solitudine? C'è un
bellissimo detto di Evagrio Pontico, un eremita del deserto
vissuto nel IV secolo: "Il monaco è colui che vive separato
da tutti ed è unito a tutti". Quando un uomo trova l'unione
con l'Assoluto la trova automaticamente anche con il resto
dell'umanità. Il vivere insieme agli altri non significa
necessariamente possedere questo senso di comunione. Prima di
tutto l'uomo deve trovare l'unificazione in se stesso. Quando
dentro di sé è unito alla sua vera realtà, trova anche le
giuste relazioni con gli altri. Invece nei percorsi comunitari, a
volte, entra in gioco tutta la psicologia umana: si è insieme ma
non si è uniti.
"Nuvole bianche veloci come nel vento attraversano i mari
della relatività… Nuvole si evolvono e poi si disperdono,
nuvole vivono nel mondo, ma non sono del mondo…". Sono
alcuni versi della canzone Nuvole Bianche. Li può spiegare? Quello
delle nuvole bianche è un concetto propriamente orientale. Sono
cristiano, ma guardo con attenzione ai valori delle altre
religioni. Ci sono meditazioni della filosofia orientale che mi
affascinano tantissimo. "Nuvole bianche" è un detto
applicato al Buddha, a cui avevano chiesto una definizione
dell'uomo veramente libero. Lui risponde "E' come una nuvola
bianca". Bianco, lo si capisce, è il colore simbolo della
purezza. La nuvola è un concetto che forse va spiegato: non ha
una volontà propria, ma è sempre sospinta dal vento, non ha
radici, non sta ferma in un posto per sempre, ma va dove la vita
la trasporta e lì si trova bene. Le nuvole bianche, in sintesi,
rappresentano gli uomini liberi che si lasciano trasportare dalla
vita e si sentono sempre al posto giusto. Sono gli uomini liberati
dall'"ego". "Viaggiano al di sopra del maestrale
oltre gli orizzonti della vanità…". La definizione
migliore è senza dubbio quella evangelica: sono nel mondo, ma non
sono del mondo.
"I nostri tempi affondano e perdi la tua immagine, non si
sente l'urlo degli dèi...". Sembra che oggi tra gli uomini
non ci sia più posto per Dio... Prima bisogna convertire noi
stessi e poi pensare a cambiare gli altri. Oggi è totalmente
assordante il fracasso di questa società. Siamo talmente
proiettati fuori da noi stessi da non riuscire più a sentire la
voce interiore. Siamo rapiti nel vortice del frastuono interiore
ed esteriore.
Che cosa si aspetta di ottenere scrivendo canzoni di questo
genere? Se, una volta che sarà concluso il mio iter
discografico, non avrò venduto dischi e di conseguenza il mio
messaggio sarà arrivato a poche persone, mi accontenterò di quel
poco. Di certo non mi dispero, perché ho ben altre risorse nella
vita e non aspiro a diventare un cantante famoso. Indubbiamente
sarei felice se una canzone come "Le acque di Siloe"
l'ascoltassero in tanti. Questo sì. Quella canzone è la mia
testimonianza di fede, esprime la verità di essere stato
concepito nella mente di Dio prima dell'esistenza del mondo. Dio
è eterno. Risalendo al momento del nulla cosmico, in Dio c'era il
pensiero di creare l'uomo, c'eravamo anche noi concepiti per
venire al mondo. La prima strofa parla della preesistenza nella
mente di Dio; la seconda è la creazione, la nostra è la nascita,
la terza è la vocazione sacerdotale che hanno tutti i battezzati,
è l'incarnazione di Cristo, l'offerta di se stessi a Dio, è un'esplicitazione
del Sacrificio Eucaristico. La quarta e ultima strofa è il
ritorno dell'anima a Dio.
(Giampaolo Mattei)
Per conttatare Yuri Camisasca scrivere a :
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