INTERVISTE

JURI CAMISASCA

juri_Camisasca.jpg (18762 byte)Chi è Juri Camisasca? Sono vissuto per undici anni in un monastero benedettino dell'Umbria dove, dopo un periodo da eremita sull'Etna, farò certamente ritorno. Ho sentito la necessità di compiere questo cambiamento che non ha toccato il mio stile di vita. Mi sono calato in un'altra parte del mondo per portare avanti il mio progetto della canzone. Fuori dal monastero conduco una vita anche più dura, sto da solo, e dalla mia esperienza eremitica nascono anche le canzoni. Prima di convertirmi al cristianesimo ero uno che seguiva Kerouac, Hendrix, la beat generation, il mito di Woodstock. Poi è accaduto un fatto concreto nella mia esistenza: l'incontro con Cristo che ha capovolto tutto. L'essere monaco benedettino è una conseguenza della mia scelta: trovare lo spazio adatto per uno stile di vita cristiano.

Perché ha scelto di scrivere canzoni?
Ho avuto l'offerta discografica e ho accettato, perché no? Svolgo questo lavoro come una missione. La mia vita infatti è a completa disposizione di Cristo e di nessun altro. Purtroppo c'è il mio "ego" che a volte mi porta fuori strada, però alla base della mia vita c'è la scelta fondamentale di vivere per Cristo. Che ci riesca o meno è un altro discorso. Cerco di darmi da fare, però la mia miseria è talmente grande che non sempre riesco a vivere per Cristo. Sono un poverello che ha bisogno della Redenzione.

Ritiene possibile evangelizzare attraverso le canzoni?
Lo si può fare solo se si è incarnazione del Vangelo. Credo che tutti gli uomini abbiano bisogno di un'ancora di salvezza e la possono trovare anche nei messaggi delle canzoni. Le mie canzoni sono frutto di una ricerca e non di un calcolo studiato a tavolino. Sono provocatorio, è vero. Ma a essere provocatoria è la mia vita perché è orientata verso Cristo. La vita dei cristiani è "contromano" perché tesa a inseguire la fede, la preghiera e la povertà. Con umiltà cito una frase di san Paolo: la perdita è il mio vero guadagno. Quello che il mondo vede come una perdita per me è una conquista.

La decisione di vivere in eremitaggio e non in monastero è legata alla sua scelta di dedicarsi alla musica?
Non vorrei che sembrasse che io abbia rifiutato la vita monastica per scappare via da solo. Conosco bene e amo la vita in comune. Ho avvertito il bisogno di vivere ancora di più nel silenzio e nella solitudine. La cosa che mi interessa è solo la ricerca di Dio. E' una ricerca non facile e la mia paura è che per molti sia soltanto una questione concettuale, di intelletto. Invece c'è un'ascesi ben precisa da fare: questo Dio che noi cerchiamo dobbiamo conoscerlo realmente, dobbiamo lasciarci conoscere da Lui. O viviamo sul serio questa esperienza, e per viverla ci devono essere determinate condizioni, oppure si rischia di imparare il catechismo a memoria credendo di aver concluso tutto, ma non è così. Come non è sufficiente entrare in monastero per considerarsi santi. La strada è lunga e dura. Ecco allora il senso della mia scelta personale di vivere nel silenzio e nella solitudine.

Non le pesa essere considerato un autore che scrive canzoni troppo "pesanti", certamente poco adatte a essere trasmesse dalle radio e dalle televisioni?
Non è un peso, ho scelto di fare un certo percorso nella vita. Le critiche non mi interessano. E' un po', ad esempio, come quello che viene criticato perché prega. Peggio per chi critica, evidentemente non ha capito l'importanza della preghiera e vede il fatto di inginocchiarsi davanti a Dio come una cosa strana, bigotta. Invece chi ha toccato con mano certi valori sa che non può prescindere dalla preghiera nella sua vita. Del resto non riesco a scrivere una canzone che non abbia una relazione con la mia vita e il mio modo di essere. Quindi poiché la mia vita di monaco benedettino è orientata a Cristo, le mie canzoni hanno una chiara connotazione religiosa.

Che cosa vuole comunicare con le canzoni?
Nel momento in cui scrivo una canzone cerco innanzitutto di verificare se è quello che sento veramente. Non mi interessa bluffare per farmi ascoltare a tutti i costi. Potrebbe forse anche essere una strategia: scrivere canzoni "così così", vestite in modo che la gente le ascolti più facilmente. Però non ci riesco. Quello che scrivo deve arrivare dalla mia coscienza e se raggiunge anche la gente sono contento, altrimenti… pazienza. Certo, sento forte il desiderio di comunicare. Quello del condizionamento per arrivare agli ascoltatori potrebbe invece essere un discorso valido per quanto riguarda la forma, quindi la scelta di certi vocaboli e di certe immagini. Personalmente, provo un certo pudore nel parlare di alcuni temi. Nelle mie canzoni, per fare un esempio, compaiono raramente le parole Dio e Signore. Non le metto perché le ho talmente dentro di me che ho paura di non saperle esprimere. Cerco allora di trovare delle forme per comunicare come ho fatto nella canzone Le acque di Siloe, le acque dell'eternità, secondo una citazione del profeta Isaia. Si tratta perciò di trovare varie forme di questo tipo, immagini, ma i contenuti non si toccano.

Lei ha scritto una canzone su Edith Stein, uno dei maggiori filosofi contemporanei, una delle figure più straordinarie della Chiesa di questo secolo, beatificata da Giovanni Paolo II a Colonia nel 1987. Una donna ebrea che si fece suora carmelitana, venne arrestata dalla Gestapo e uccisa nel lager di Auschwitz. E' una storia molto significativa.
La storia di Edith Stein conferma che non sempre vivere nella solitudine e nel silenzio, come faceva lei nel Carmelo di Echt, significa essere staccati dagli altri. Ha vissuto la morte come una martire, come una donna consacrata a Cristo. C'è un grande significato nel suo sacrificio: all'interno del cristianesimo Edith si è ricongiunta al popolo ebraico. Condannata da ebrea, ha vissuto la morte da cristiana.

E' una testimonianza molto forte. "D'ora innanzi il mio solo lavoro sarà l'amore" scrisse Edith Stein il giorno del suo ingresso nel Carmelo. Attraverso questa vicenda lei ha voluto comunicare il valore del silenzio, della solitudine?
C'è un bellissimo detto di Evagrio Pontico, un eremita del deserto vissuto nel IV secolo: "Il monaco è colui che vive separato da tutti ed è unito a tutti". Quando un uomo trova l'unione con l'Assoluto la trova automaticamente anche con il resto dell'umanità. Il vivere insieme agli altri non significa necessariamente possedere questo senso di comunione. Prima di tutto l'uomo deve trovare l'unificazione in se stesso. Quando dentro di sé è unito alla sua vera realtà, trova anche le giuste relazioni con gli altri. Invece nei percorsi comunitari, a volte, entra in gioco tutta la psicologia umana: si è insieme ma non si è uniti.

"Nuvole bianche veloci come nel vento attraversano i mari della relatività… Nuvole si evolvono e poi si disperdono, nuvole vivono nel mondo, ma non sono del mondo…". Sono alcuni versi della canzone Nuvole Bianche. Li può spiegare?
Quello delle nuvole bianche è un concetto propriamente orientale. Sono cristiano, ma guardo con attenzione ai valori delle altre religioni. Ci sono meditazioni della filosofia orientale che mi affascinano tantissimo. "Nuvole bianche" è un detto applicato al Buddha, a cui avevano chiesto una definizione dell'uomo veramente libero. Lui risponde "E' come una nuvola bianca". Bianco, lo si capisce, è il colore simbolo della purezza. La nuvola è un concetto che forse va spiegato: non ha una volontà propria, ma è sempre sospinta dal vento, non ha radici, non sta ferma in un posto per sempre, ma va dove la vita la trasporta e lì si trova bene. Le nuvole bianche, in sintesi, rappresentano gli uomini liberi che si lasciano trasportare dalla vita e si sentono sempre al posto giusto. Sono gli uomini liberati dall'"ego". "Viaggiano al di sopra del maestrale oltre gli orizzonti della vanità…". La definizione migliore è senza dubbio quella evangelica: sono nel mondo, ma non sono del mondo.

"I nostri tempi affondano e perdi la tua immagine, non si sente l'urlo degli dèi...". Sembra che oggi tra gli uomini non ci sia più posto per Dio... Prima bisogna convertire noi stessi e poi pensare a cambiare gli altri. Oggi è totalmente assordante il fracasso di questa società. Siamo talmente proiettati fuori da noi stessi da non riuscire più a sentire la voce interiore. Siamo rapiti nel vortice del frastuono interiore ed esteriore.

Che cosa si aspetta di ottenere scrivendo canzoni di questo genere?
Se, una volta che sarà concluso il mio iter discografico, non avrò venduto dischi e di conseguenza il mio messaggio sarà arrivato a poche persone, mi accontenterò di quel poco. Di certo non mi dispero, perché ho ben altre risorse nella vita e non aspiro a diventare un cantante famoso. Indubbiamente sarei felice se una canzone come "Le acque di Siloe" l'ascoltassero in tanti. Questo sì. Quella canzone è la mia testimonianza di fede, esprime la verità di essere stato concepito nella mente di Dio prima dell'esistenza del mondo. Dio è eterno. Risalendo al momento del nulla cosmico, in Dio c'era il pensiero di creare l'uomo, c'eravamo anche noi concepiti per venire al mondo. La prima strofa parla della preesistenza nella mente di Dio; la seconda è la creazione, la nostra è la nascita, la terza è la vocazione sacerdotale che hanno tutti i battezzati, è l'incarnazione di Cristo, l'offerta di se stessi a Dio, è un'esplicitazione del Sacrificio Eucaristico. La quarta e ultima strofa è il ritorno dell'anima a Dio.
(Giampaolo Mattei)

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