INTERVISTE

 

FRA CESARE BONIZZI

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LA VOCAZIONE A TEMPO DI ROCK
Mondovoc a cura di Santi Scibilia e a Alessandro Polizzi Gennaio 2001

Una lunga barba bianca, sguardo sereno, ma occhi accesi e penetranti, fra Cesare Bonizzi, cappuccino dal '75, sulla strada della sessantina, dopo un lunga ricerca di Dio, a 29 anni, entrò in convento: "avevo già fatto molte esperienze" dichiara il religioso, "ma capivo che questa era più vera di altre, certe cose che prima mi interessavano a un certo punto non mi interessarono più pur rimanendo belle, buone, sane, ero solo divenuto più coerente". Gli chiediamo che effetto gli fece il convento la prima volta: "Entrato in convento mi sentivo arrivato a casa mia, un'esperienza bellissima, era ora di fare le cose sul serio." Ma dietro l'aspetto classico da frate si nasconde ben altro, è un predicatore, ma non come tanti altri, è uno che lo fa cantando, recitando, ballando, nei modi più impensati, più nuovi, più comunicativi. Una vocazione vissuta profondamente "io mi sento sacerdote, frate, credente, persona che canta, annuncio il vangelo, ma lo faccio anche cantando".

Quale musica predilige? "Varia a seconda delle persone a cui mi rivolgo: mi sono trovato nella necessità di parlare a dei ragazzi, e con loro andavo anche ai concerti rock vestito col saio." Certamente al concerto dei Metallica non trovi solo chierichetti e catechisti, ma anche molti altri che forse non indossano tunica e cotta, il più decente magari ha la cresta e le catene sul collo, ma un cuore ce l' hanno tutti, e il nostro frate va cercando proprio quello, quando da tutte le parti dello stadio arrivano giovani per chiedergli se si tratta davvero di un prete, in mezzo a tanta contraddizione, per tendere una mano, dare un sorriso o un senso, per dire con i fatti più che con le parole di non vivere solo passivamente.

Gli chiediamo se è abituato a ricevere più critiche o incoraggiamenti: "non ho mai ricevuto critiche disfattive; di certo non lo faccio per farmi vedere, ma per testimoniare; non è lavoro da cantante, ma da sacerdote. Non ho mai 'spinto' perché le cose andassero per un certo verso, tutto è andato avanti da sé. Ho fatto all'inizio quattro canzoni che poi son diventate quattordici, e quindi quaranta e così via. Per trasmettere però dei contenuti di fede dovevo farlo secondo le esigenze dei giovani di oggi; così mi sono rivolto ai migliori autori di musica leggera, facendo concerti nei teatri di Milano, ma sentivo che era un Altro a pilotare tutto."

Bonizzi4 web.jpg (11207 byte)Ecco quindi che fra Cesare si ritrova a cantare dappertutto, piazze, oratori, teatri, ma anche al Palalido e al Nazionale di Milano, con tanto di pubblicità sul Corriere della sera, un quarto di pagina, tutto pagato, ma da chi? La Provvidenza signori esiste solo se ci si crede, ed è così che il buon Cesare va avanti. Già il poverello d'Assisi chiamava "frate" e "sora" tutto ciò che lo circondava, e anche fra Cesare ha pensato un giorno che forse anche il rock, tanto demonizzato e stigmatizzato, potesse anch'esso chiamarsi frate rock, perché mezzo d'evangelizzazione, un linguaggio come un altro per parlare di Dio, un modo "duro" così come è dura la realtà di oggi.

Mi sembra, Padre, però che lei abbia trovato un punto di coesione tra sacro e rock: "Innanzitutto diciamo che il rock ha numerose sfumature dal Rock'n Roll classico al "Rock duro". L' hard rock per l'appunto è di per sé scatenante rabbia, quindi i contenuti sono spesso di sfida, di rivalsa, di minaccia e di sfogo soprattutto. Io quindi ho messo dentro tutta una catechesi sul problema della droga. Non solo l'hashish, la marijuana o le anfetamine, ma comincio con tre radici di droga prima fra tutte la perdita di senso; seconda radice è sciupare la vita, ossia vivere del nulla, soprattutto quando si hanno soldi da buttare; terza radice di droga è il potere, non solo quello dei grandi, ma anche quella del barbone che accoltella un altro per mezzo panino. Il problema 'droga' non è cosa da niente. Certo per fare questa catechesi non potevo farlo coi normali canoni della predicazione classica, perché quella predicazione i giovani che si "drogano" non la ascoltano"

Il religioso oggi è chiamato ad esprimersi in modi sempre più vari ed estemporanei, fuori dalle mura del convento. Lei crede che questo sia un fenomeno da promuovere o si tratta solo di evasione? "Io non voglio fare il religioso se non nella forma più pura di religiosità; molti possono pensare che al frate non piace stare in convento, ma per me non è così: io in convento ci sto benissimo! Ciò che si vive in convento è la base, l'inizio di ciò che deve venire dopo. Io ci tengo a fare il frate, dentro e fuori, ma non siamo solo delle isole felici, dobbiamo dare, dare tutto, dalle sei meno dieci del mattino fino alla mezzanotte".

Fra Cesare che messaggio lascerebbe ai giovani di oggi amanti della musica: "Non fatevi solo uditori passivi, ascoltate con criticità e intelligenza per imparare ad essere veri voi".

 

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