INTERVISTE


ANGELO CASALI

foto2w.jpg (7813 byte) Angelo Casali: quarantasette anni, riminese, padre di famiglia, agronomo, cosa c'entra con i cantautori? Per una lunga storia: ho iniziato a lavorare in campo musicale dall'inizio degli anni '70, con un gruppo che si chiamava "Zafra" e faceva musica della tradizione popolare e religiosa di tutto il mondo, poi ho continuato scrivendo canzoni e presentandomi come cantautore, ho fatto anche del cabaret, con i gruppi "Arfaz" e "Canicola" ma rimanendo sempre legato affettivamente ad una produzione musicale di tipo più "serio", quella da cantautore, appunto.
In questi ultimi anni ho dedicato la maggior parte del mio tempo al mio lavoro di agronomo ed alla famiglia, limitando l'attività musicale a pochi sporadici momenti e occasioni di spettacolo, ma ultimamente ho ripreso decisamente sia a scrivere che a proporre le mie canzoni.
Verrebbe da dire, a questo punto, che sono un "ex" cantautore, di quelli che dopo tanti anni provano a tornare sulla scena, a volte in modo patetico camuffandosi da quel personaggio che erano una volta loro stessi. Ma "ex" non è la parola esatta, perché musicisti si rimane dentro anche dopo aver smesso di pensare alla musica come al proprio lavoro, anzi, dopo avere smesso si rimane pieni di una nostalgia, di un senso di incompiutezza, di pietà per quel talento che i fatti della vita ti hanno portato a mettere da parte e si spera contro ogni evidenza che non sia per sempre.

Un cantautore part-time, allora? Ho capito che il "tempo pieno" è quello della vita che il Signore ci dà ed è composto di tutte le esperienze e le circostanze che ci mette davanti secondo il Suo disegno.
Ho un lavoro comune, una famiglia, le preoccupazioni di una persona qualunque e tutto questo non è un inaridimento ma una ricchezza di esperienza che rifluisce nell'attività creativa e le porta nuova ispirazione, estrema concretezza. Il tempo, poi, visto che ci è dato, va utilizzato al meglio, per cui se di giorno si va in ufficio, ci sono tante cose da fare, poi di notte si scrive, si cattura la mezz'ora tra un impegno e l'altro e poi magari il sabato sera o la domenica si va in una parrocchia a cantare; tutto ciò che diamo è perché lo abbiamo ricevuto.

Quindi un ritorno al palcoscenico? Oggi la parola palcoscenico ha un significato molto più ampio delle quattro tavole di un teatro; ho deciso di rimettermi a diffondere le mie canzoni pensando ad un palcoscenico nuovo, che comprende sì il contatto diretto col pubblico attraverso incontri e testimonianze ma anche l'impiego dei mezzi che oggi la tecnologia mette a disposizione: internet e la multimedialità.

Le tue canzoni non sono facilmente etichettabili come "religiose" nel senso che non trattano spesso di argomenti di fede; perché ti definisci allora un cantautore cattolico? L'avvenimento della Fede in Cristo vissuta nella Chiesa Cattolica è l'esperienza generatrice della mia consistenza umana, della sensibilità con cui guardo le mie figlie crescere, la persona sconosciuta che viene da me in ufficio, con cui leggo il giornale e con cui scrivo canzoni. Non è una questione di coerenza. La Fede è un fatto che ti prende prima e nonostante tutti i tradimenti in cui quotidianamente cadiamo; siamo incoerenti, peccatori, pavidi e fragili, ma restiamo attaccati a Lui, e questo, a poco a poco, ci cambia.
Tutto è di Cristo, per cui si può parlare anche di ciclismo o di fumetti scrivendo una canzone, ma se il tuo sguardo è fisso in Lui, ciò che scrivi assume un tono diverso, un significato ultimo diverso. Per una lunga storia: ho iniziato a lavorare in campo musicale dall'inizio degli anni '70, con un gruppo che si chiamava "Zafra" e faceva musica della tradizione popolare e religiosa di tutto il mondo, poi ho continuato scrivendo canzoni e presentandomi come cantautore, ho fatto anche del cabaret, con i gruppi "Arfaz" e "Canicola" ma rimanendo sempre legato affettivamente ad una produzione musicale di tipo più "serio", quella da cantautore, appunto.
In questi ultimi anni ho dedicato la maggior parte del mio tempo al mio lavoro di agronomo ed alla famiglia, limitando l'attività musicale a pochi sporadici momenti e occasioni di spettacolo, ma ultimamente ho ripreso decisamente sia a scrivere che a proporre le mie canzoni.
Verrebbe da dire, a questo punto, che sono un "ex" cantautore, di quelli che dopo tanti anni provano a tornare sulla scena, a volte in modo patetico camuffandosi da quel personaggio che erano una volta loro stessi. Ma "ex" non è la parola esatta, perché musicisti si rimane dentro anche dopo aver smesso di pensare alla musica come al proprio lavoro, anzi, dopo avere smesso si rimane pieni di una nostalgia, di un senso di incompiutezza, di pietà per quel talento che i fatti della vita ti hanno portato a mettere da parte e si spera contro ogni evidenza che non sia per sempre.

Un cantautore part-time, allora? Ho capito che il "tempo pieno" è quello della vita che il Signore ci dà ed è composto di tutte le esperienze e le circostanze che ci mette davanti secondo il Suo disegno.
Ho un lavoro comune, una famiglia, le preoccupazioni di una persona qualunque e tutto questo non è un inaridimento ma una ricchezza di esperienza che rifluisce nell'attività creativa e le porta nuova ispirazione, estrema concretezza. Il tempo, poi, visto che ci è dato, va utilizzato al meglio, per cui se di giorno si va in ufficio, ci sono tante cose da fare, poi di notte si scrive, si cattura la mezz'ora tra un impegno e l'altro e poi magari il sabato sera o la domenica si va in una parrocchia a cantare; tutto ciò che diamo è perché lo abbiamo ricevuto.

Quindi un ritorno al palcoscenico? Oggi la parola palcoscenico ha un significato molto più ampio delle quattro tavole di un teatro; ho deciso di rimettermi a diffondere le mie canzoni pensando ad un palcoscenico nuovo, che comprende sì il contatto diretto col pubblico attraverso incontri e testimonianze ma anche l'impiego dei mezzi che oggi la tecnologia mette a disposizione: internet e la multimedialità.

Le tue canzoni non sono facilmente etichettabili come "religiose" nel senso che non trattano spesso di argomenti di fede; perché ti definisci allora un cantautore cattolico? L'avvenimento della Fede in Cristo vissuta nella Chiesa Cattolica è l'esperienza generatrice della mia consistenza umana, della sensibilità con cui guardo le mie figlie crescere, la persona sconosciuta che viene da me in ufficio, con cui leggo il giornale e con cui scrivo canzoni. Non è una questione di coerenza. La Fede è un fatto che ti prende prima e nonostante tutti i tradimenti in cui quotidianamente cadiamo; siamo incoerenti, peccatori, pavidi e fragili, ma restiamo attaccati a Lui, e questo, a poco a poco, ci cambia.
Tutto è di Cristo, per cui si può parlare anche di ciclismo o di fumetti scrivendo una canzone, ma se il tuo sguardo è fisso in Lui, ciò che scrivi assume un tono diverso, un significato ultimo diverso.

 

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