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INTERVISTE
GIACOMO
CELENTANO
MILANO - Vive a Milano, in viale Zara, a casa di Katia, la sua
fidanzata (sua moglie dal 1 giugno 2002 ).
Si chiama Giacomo Celentano, ha 34 anni ed è figlio della coppia
Claudia Mori-Adriano Celentano. Il suo sogno è sempre stato
quello di cantare. Dodici anni fa ha inciso il suo primo e ultimo
disco «Dentro il bosco», prodotto da Mario Lavezzi. «Era un bel
lavoro - ricorda Giacomo - ma capitò mentre la CGD veniva ceduta
alla Wea e non ebbe un grande appoggio promozionale». Ora ci
riprova con un singolo, che uscirà domani, intitolato «Tra noi»
scritto da lui stesso.
Il
lato «B» «Io ti cercherò» è stato per lei motivo di
sofferenza qualche mese fa, vero? «Sì, era la canzone
che avevo presentato al Festival di Sanremo di quest’anno.
L’avevo fatta sentire a mamma e papà, a Rosita e Rosalinda.
Hanno detto che era bella».
E poi? «Poi niente. Non c’è stato nessun
appoggio, né diretto né indiretto. Prima di tutto non hanno
voluto presentare la canzone al Festival con la casa discografica
di famiglia, il Clan. Così l’ho affidata alla Italdisc del mio
manager Dino Vitola. Dopodiché non hanno mosso un dito per
spingere il disco. Nemmeno una dichiarazione, una telefonata».
Ma
lei in che rapporti è con la sua famiglia? «Ho
vissuto con loro per molti anni. Da tre abito con la mia
fidanzata, in attesa di trovare una casa e sposarci».
Una
convivenza fuori dal matrimonio. Cosa ne pensa papà Adriano?
«Non c’è da pensar male. E’ una convivenza tutta speciale.
Io sono cattolico e faccio parte di un gruppo che si chiama
"Rinnovamento dello spirito". Viviamo quasi da fratelli
con i genitori di lei».
La sua famiglia d’origine l’aiuta economicamente? «Assolutamente
no, ma questo è giusto. In fondo ho trentaquattro anni».
Ma li frequenta? «Quando capita».
E, visto che l’attività musicale non decolla, come fa a
tirare avanti? «Ho fatto in questi anni tantissimi
lavori fra cui il venditore di computer, il commesso di dischi
alla Ricordi. Ma anche cose molto più umili. E ho frequentato tre
anni dell’Istituto europeo di design».
Com’è la sua vita? «Ho passato dei momenti
difficili. Nel ’90 avevo deciso di abbandonare definitivamente
la musica. Poi, dopo l’incontro con il discografico Dino Vitola
qualche anno fa, ho deciso di ricominciare».
Ma come giudica la sua famiglia? Il settimanale
«Oggi» ne ha fatto un ritratto impietoso. «Hanno sentito solo i
parenti, ma nessuno di noi. E’ una famiglia come tante altre».
Aspetta un invito da suo padre in televisione? «Diciamo
che lo vorrei. Ma non so se arriverà. Lui è imprevedibile. E’
la parola giusta per definirlo».
Le piace il programma di suo padre? «Moltissimo,
senza riserve».
Da genitore si comporterà come lui? «No,
assolutamente. Sarò l’esatto contrario. Io appoggerò e aiuterò
i miei figli».
Ma com’è Giacomo Celentano? Un velleitario o
un artista sfortunato? Mario Lavezzi, che fu suo produttore, non
ha dubbi: «E’ un tipo introverso, con una sensibilità non
indifferente e un temperamento creativo. Il suo potenziale
artistico era già altissimo 12 anni fa. Nei pochi spettacoli che
abbiamo fatto si era già creato uno zoccolo duro di giovani fans.
L’ho rivisto qualche mese fa e mi è sembrato ancora più
maturo, con materiale interessante, brani cantautoral-sentimentali.
Non ho accettato di occuparmene solo per mancanza di tempo». E
allora come mai è ancora disoccupato? Spiega Lavezzi: «Perché
è un tipo insicuro, il suo problema sono i rapporti con la gente».
Mario Luzzatto Fegiz
Da OGGI N° 27 del 7 Luglio 1999
La nuova missione di Giacomo Cementano : annunciare il
Vangelo in musica
Faccio come papà Adriano, divento un cantautore di
Dio"
Con "L'eterno messaggio" voglio dare
testimonianza della mia fede", dice il figlio del
"Molleggiato" - "Lo presenterò solo ai festival
religiosi" - "Non lo venderò in un Cd perché non
voglio sfruttare Gesù per avere successo" - "La mia
vita con un padre "ingombrante" di Mario R. Conti
Milano, giugno Il sorriso è quello di papà, largo, sincero,con i
denti che sembrano i tasti di un pianoforte. Anche lo sguardo con
gli occhi verdi e profondi, ricorda quello ironico e interrogativo
del suo famoso padre. E ora è un'altra cosa che li accomuna: come
papà Adriano, anche Giacomo Celentano ha deciso di incidere una
canzone dedicata a Dio.
Incontriamo il figlio del Molleggiato in un Bar del centro di
Milano. Camicia a righe, jeans scuri, occhialini da sole rotondi
sulla testa, pare arrampicato sulla sedia. Non è ancora abituato
alle domande di fila del cronista: "Mi sembra di essere a
scuola", rompe il ghiaccio. Poi racconta della decisione di
incidere L'eterno messaggio.Con questo brano cattolico a novembre
parteciperà al festival religioso di Sanremo. "Non lo faccio
per sfondare o vendere dischi", precisa deciso. "Ho
inciso una decina di brani dedicati alla mia fede perché sentivo
il dovere di dare testimonianza, ma non diventeranno mai un cd. Li
canterò negli appuntamenti religiosi e li darò alle tre
emittenti cattoliche : Radio Maria, Radio Mater e Radio Kolbe. E
chissà magari poi lo trasmetterà anche la Radio Vaticana.
Giacomo non è un ragazzo loquace. Il contrario di Adriano,
specialista in "prediche televisive". Però con Oggi si
apre vincendo la sua discrezione. "È normale che un figlio
d'arte subisca il paragone col padre e non è facile crescere con
un papa in gamba come il mio perché ti senti l'obbligo di essere
come lui",confessa. "Vede, io mio padre lo vedo come
"il giusto" della Bibbia. Per questo lo amo molto. Ho
dovuto compiere un lungo percorso umano per capire che io non ero
lui e che Dio aveva pensato per me una strada diversa dalla sua.
"Nove anni fa, dopo aver realizzato il mio primo disco Dentro
al bosco, ho avuto una crisi esistenziale. Avevo bisogno di
mettermi in discussione perché era come se mi sentissi obbligato
a fare l'artista. E pensare che i miei genitori non mi avevano
certo spinto a intraprendere questa strada. Soprattutto mia mamma
Claudia ha cercato di frenarmi. Ma lei sapeva anche che dovevo
provarci. "Solo che, una volta inciso il disco, ho sentito la
necessità di mettermi nuovamente alla prova svolgendo altri
lavori. Allora ho fatto il commesso alla Ricordi, il
rappresentante di articoli multimediali, e ho frequentato per tre
anni l'Istituto europeo per il Design. E in questo tragitto ho
capito che la musica era la mia unica e vera passione. Così, nel
'96, ho scritto una canzone per l'album di mio padre Arrivano gli
uomini. Il pezzo si chiamava Vento d'estate. E stato l'inizio
della mia seconda fase ed è a questa che appartiene la decisione
di scrivere pezzi religiosi". Giacomo sorseggia un'acqua
tonica e prende fiato. Poi ricomincia, pesando bene le parole:
"Considero la mia fede come un dono di Dio. Un dono che ho da
sempre. Il primo a parlarmi di Gesù è stato papà. Anche la
mamma crede in Gesù, ma chi irradiava la fede in casa nostra è
sempre stato mio padre. Ricordo che da piccoli ci spiegava di Gesù
e ci teneva inchiodati alle poltrone con i racconti delle
parabole. Ci diceva che il Cristo era infinitamente buono e giusto
e io l' ho sempre ascoltato perché per me papà è molto vicino
alla verità. E ci faceva sentire Gesù come una persona viva.
Qualche volta metteva un posto in più a tavola e ci diceva che
quello era per Gesù perché lui è sempre accanto a noi. E non mi
ha mai fatto scaturire i sensi di colpa che molti cattolici si
portano appresso. "Così questa fede me la sono ritrovata
dentro- Ma non sono mai stato un bigotto. La mia strada è quella
della ricerca interiore. Così, quando sono diventato adulto, ho
cominciato a frequentare dei gruppi di preghiera. Per due anni ho
partecipato agli incontri del Rinnovamento dello Spirito, i
carismatici. Ed è stata un'esperienza importantissima perché
grazie alla preghiera e all'invocazione dello Spirito Santo, la
fede si radica nel cuore e da lì non si sposta più. Infine ho
avuto anche la fortuna, due anni fa, di conoscere Katia, la mia
ragazza, che è molto cattolica e la sua vicinanza ha alimentato
ancora di più la mia fede". E' da questo contesto che nasce
il progetto di "L'eterno messaggio". "Telefonai a
Radio Maria, un'emittente che ascolto spesso, e, senza dire chi
ero (non è il mio stile) chiesi loro di mettermi in contatto con
qualche cantautore cattolico. Così conobbi Roberto Bignoli, che
mi presentò il suo arrangiatore, Mario Ferrara. Da questa
collaborazione sono nate dieci canzoni religiose. Che,come dicevo
non finiranno mai in un cd perchè non voglio sfruttare e usare
Dio per il mio successo.
Di cosa parla "L'eterno messaggio"? È
la storia di due amici che si incontrano a parlare di Dio, uno
crede e l'altro no. E il... messaggio si può sintetizzare in
questi versi: "A cosa servono le tue orecchie se non
sentirai, a cosa servono i tuoi occhi se non vedrai".
"Sempre insieme con Mario Ferrara, poi, sto preparando un
disco POP di diversi toni e testi. Nelle sonorità ricorderà un
po' la musica americana degli anni '70, le chitarre ariose di
gruppi come gli America, per intenderci. Insomma, sarà ben
diverso dal mio primo album che subiva l'influenza della musica
nera con cui ero cresciuto, di Michael Jackson, Prince e Lionel
Richie. La mia musica nasce dal mio mondo. La sento nella mente
ancora prima di mettermi alle tastiere. Ed è diversa da quella di
mio padre. Ma ognuno di noi rispetta l'altro per ciò che fa. Lui
e io non abbiamo mai inciso nulla insieme. Ma spero un giorno di
realizzare questo sogno. "In famiglia era diverso. A Galbiate
suonavamo insieme per ore, dopo cena, le tastiere o la chitarra.
Papà mi ha sempre lasciato libero. L'unica volta che l' ho visto
arrabbiato è stato quando, da giovanissimo, decisi di incidere un
disco. Musica veloce, con lo pseudonimo di Giacomo Gabriele. Ero
in un periodo in cui sentivo l'esigenza di uscire dallo steccato
della famiglia. Ricordo che, quando gli dissi che non avrei usato
il mio cognome, lui mi rivolse uno sguardo lapidario più che
eloquente. Ma non me lo impedì. "E questa l'aria che si
respirava in casa", prosegue Giacomo Celentano. "Ho
avuto un'infanzia felice, con papà che in casa era ancora più
divertente e rilassante che in Tv. Da piccolo sono sempre stato un
po' discolo: mi divertivo a fare i dispetti e a scuola non ho mai
brillato, le materie in cui ero più forte erano disegno, musica e
religione. E ricordo che nel giorno della mia prima comunione,
alla parrocchia di Sant'Angela Merici a Milano, io e mio cugino
Claudio non abbiamo fatto altro che ridere per tutta la cerimonia.
Ero spensierato. Fino all'età di vent'anni ho vissuto da...
figlio di papà. Avevamo l'autista, la guardia del corpo, in casa
girava un sacco di gente e non sapevo cos'era il senso di
responsabilità. "Papa e mamma sono stati un esempio per noi.
Ci hanno insegnato quel che significa volersi bene. Poi ci sono
stati quei cinque lunghi anni di crisi e per noi figli è stata
dura. Avevo 11 anni quando cominciò e ricordo i miei pianti. Poi,
anche grazie all'aiuto mio e delle mie sorelle, si sono
riconciliati: improvvisamente in casa tomo il sereno. Dopo aver
preso la maturità scientifica, partii per il militare e venni
catapultato nella "vita reale". Al Car di Alberga erano
finiti i privilegi. Lì non ero più il figlio di Celentano, ma
una recluta qualsiasi. È stato un apprendistato duro, ma molto
utile. Era il periodo di Fantastico e delle lunghe prediche
televisive di papà. A me piaceva quello che diceva, ma a molti
miei commilitoni no. E allora nel piazzale della caserma mi
cantavano il ragazzo della via Gluck o mi urlavano "Tuo padre
è un megalomane". Non fu facile. Però è stata una scuola,
altrimenti si rischia di crescere in modo sbagliato". Oggi
Giacomo Celentano è un uomo maturo, pronto per il grande salto
della vita. Abita da solo a Milano, proprio a due passi dalla via
Gluck. Sogna di sposare Katia e trascorre il tempo libero leggendo
libri come "La gloria di mio Padre"di Marcel Pagnol o
"il settimo papiro" di Wilbur Smith, tifando Milan,
andando a sciare e guardando al cinema i film dei suoi registi
preferiti, Bernardo Bertolucci, Steven Spielberg e Roberto Benigni
in testa. Il complesso del "figlio di papà" è ormai
dimenticato. A 32 anni papà Adriano vinceva a Sanremo con
"Chi non lavora non fa l'amore". Giacomo a 32 comincia
la sua carriera. Ma ha ragione lui: Giacomo non è Adriano. E
"questa è la storia di uno di noi...".
Mario R. Conti
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