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INTERVISTE
PIERA
CORI
intervista a cura di Angela Petitti
Testo
"principe" è la Parola di Dio, la musica è la sua
"ancella": suoni che arrivano al cuore che innestano
nell'esistenza il principio vitale dell'amore di Dio. La Parola di
Dio suscita suoni e movimenti di danza, l'intera vita partecipa a
questo respiro vitale, a questo palpito dell'amore divino,
superando ogni povertà e limite, ogni fatica e debolezza.
Tu canti un rapporto, potremmo chiamarla una relazione, tra te e
Dio. Non è un Dio impersonale: è il tuo Signore. Ci parli allora
di questo rapporto che ti fa cantare? È
nato tanto tempo fa, quando ero adolescente e mi ponevo mille
domande sulla vita, le domande che sono di tutti, quelle che in
genere un adolescente si pone... cercavo delle risposte di fronte
ai problemi della vita, davanti al dolore, alla morte, perché
vivere? Perché si muore... Ho incominciato quasi un
po' per sfida a leggere il vangelo ogni giorno, per trovare una
risposta, perché vedevo che intorno le risposte che avevo non mi
facevano trovare un perché importante e ricordo sempre che è
stato leggendo ripetutamente, con tenacia, la passione, la morte e
la resurrezione del Signore che mi sono resa conto che questo Dio
era morto per me, per me Piera. È questo è stato un momento
bellissimo, che non dimentico più, perché mi sono accorta che la
mia vita era nata e questo Dio mi amava da sempre, senza far
chiasso e mi sembrava che fosse in attesa che io mi accorgessi di
questo amore. L'ho messo subito a paragone con le richieste di
alcuni ragazzi che mi facevano il filo (ero un adolescente); loro
pretendevano che io stessi con loro, che mi accorgessi di loro e
mi dicevano: vuoi essere la mia ragazza? Da una parte questo mi
emozionava, mi faceva piacere e dall'altra mi faceva pensare:
diventare sua? Invece Dio che mi aveva amato da dare la vita
per me, mi si offriva semplicemente, con tutto il suo amore... è
la libertà bellissima dell'amore che mi ha affascinata. E poi
un'altra cosa: io mi sono sentita bella, perfetta, perché questo
amore Dio lo poteva dare solo a una creatura bella. Io mi sono
stupita, per me è stato proprio un guardarmi in modo differente.
Non più: non ho questo, sono limitata, non sono bella, non sono
simpatica, ma sono Piera. Mi ricordo che mi sono seduta e ho
detto: Signore ma se tu ami così, anch'io voglio amarti così e
voglio vivere perché ogni uomo possa scoprire la gioia di
sentirsi amato. Scheda dell'autore
Sr. Piera Cori, romana, appartiene alla Congregazione delle Suore
di Gesù Buon Pastore (Pastorelle) dal 1968. Il suo canto è
una celebrazione della Parola di Dio che chiama, che ama, che dà
la pienezza della vita, la sua musica si fa discreta e sottile per
dare risonanza a questa Parola.
A settembre uscirà il suo prossimo disco: Adonai Eloì: il
Signore è il mio pastore, non manco di nulla! È stato
semplice decidere la vita per Dio? Direi che è stata la
conseguenza dell'amore che mi veniva svelato. Io non frequentavo
nessun gruppo, non ero inserita in parrocchia, andavo solo a messa
la domenica. Mi ricordo che il giorno dopo della mia decisione mi
è venuto un attimo di paura perché ho capito che avevo detto
delle cose grosse che non avevo neppure coscienza di dove mi
avrebbero portato. Però capivo di aver detto un sì grande a Dio.
E questo cambiava la vita. Fino ad allora io avevo sognato una
vita a due, con una persona che mi amasse, una famiglia...
avveniva come un ribaltamento ed è logico avere paura. Ciò che
mi ha fatto andare avanti è stata la gioia che avevo scoperto e
che sapevo non mi avrebbe abbandonata se avessi continuato per
quel sentiero, al di là della fatica e del dolore, perché la
fatica e il dolore fanno parte della condizione umana, però
sapevo che questo amore dava senso anche a tutta la fatica e il
dolore che avrei incontrato sul cammino.
E poi a certo punto è nato il bisogno di cantare... o c'era già?
Ho sempre cantato. Mia mamma ci ha comunicato il gusto del
canto. Tra l'altro ho una sorella gemella, abbiamo la voce proprio
uguale, e abbiamo sempre cantato insieme. Sognavamo di fare le
cantanti, di andare a Sanremo, però poi naturalmente la vita ti
porta anche ad altre scelte. Da quando sono entrata nella mia
congregazione ho sempre cantato. Il nostro Fondatore tra l'altro
ci diceva: voi vincerete con i suoni e con canti, entrerete nel
cuore della gente attraverso il canto. Io cantavo le canzoni degli
altri, sempre però con un desiderio: quello di lodare Dio. Gli
dicevo: Signore la mia voce è per te, voglio cantare il tuo
amore, voglio che agli altri arrivi questa forza del tuo amore. Ho
sempre usato il canto per la mia preghiera personale, poi un
giorno, ero in corriera, ed è nata la prima canzone.
Quale
è stata la prima? È
stata Ascolta Israele, e poi Dio amore. Di ogni canzone ricordo il
momento in cui è nata, come mi ha raggiunta, nei momenti più
impensati: magari facendo le scale, sistemando casa, stando in
cucina, mai a tavolino. La mia vera occupazione è di imparare a
memoria la Parola, perché la Parola diventa il bastone della mia
vita, il sostegno. Poi questa Parola un giorno o l'altro viene
fuori con la musica.
Tu hai una musica, diciamo, tranquilla. L'ultimo disco che è
uscito, Noi tuo Popolo, lo hai definito: una messa semplice. Non
ti preoccupi di esprimere musiche più moderne, di cercare delle
forme musicali più moderne? Il mio è un servizio alla
Parola, io voglio essere serva della Parola. E dunque la Parola,
il testo, secondo me ha la priorità su tutto. Il testo è il
principe della mia canzone perché è Parola di Dio, è lei che
salva; la musica è l'ancella, è a servizio del testo. Questo non
vuol dire che non potrebbero nascere dei canti più moderni, però
secondo me quando una musica è troppo ritmata, diventa superiore
al testo. A volte sono entrata in crisi un po' su questo perché
alcuni amici mi consigliavano di fare qualcosa di più
moderno... ma resto sempre più convinta che la mia vocazione è
quella di essere uno strumento che avvicina gli uomini a Dio, che
li metta sulla stessa lunghezza d'onda. La cassetta che uscirà
fra breve, forse in primavera, sarà con pochissimi strumenti,
proprio perché il testo abbia ancora più risalto, più forza.
Ho esperienze bellissime di come la mia musica arriva nel cuore:
racconti di gente, di giovani che mi hanno detto che attraverso le
cassette, senza avermi conosciuto, hanno incontrato Dio. Pensa,
una signora mi ha parlato di suo marito ammalato che, negli ultimi
giorni della sua vita, ha voluto sentire ininterrottamente,
durante il giorno e la notte, la cassetta Sulla tua Parola. Questo
per me è un grande dono, forse non arriverò a chi non ha voglia
di sentire, ma spero di arrivare lì dove c'è una domanda, dove
il cuore dell'uomo si pone in ascolto.
Qualche anno fa hai cercato di coniugare il canto e la danza ed è
uscito Come passi di danza. Che cosa volevi dire con l'espressione
danzare la vita? La danza e la musica vanno insieme? Io dico
sempre che quando un corpo canta deve danzare, deve
necessariamente muoversi, anche se esternamente non danza, ma
tutto dentro deve vibrare perché allora il canto esprime la tua
vita, se no è lettera morta. È come quando leggi la Parola.
Quando sono in chiesa a pregare da sola, mi piace leggere la
Parola a voce alta e ho sempre vicino la mia chitarra. Ciò che mi
colpisce è che quando la chitarra è accordata alla mia voce, la
chitarra vibra! È come se la chitarra danzasse al suono della
Parola di Dio. Così siamo noi: se un canto non fa vibrare, se non
fa danzare, è lettera morta, soprattutto un canto che ha la
Parola. Sai quello che vorrei davvero? Imparare a dire Dio in
tutti i modi, fare tutto ciò che è bello e che possa raccontare
Dio: con i colori, con la danza, oltre che con la musica. Se un
giorno dovesse venirmi a mancare la voce, vorrei comunque gridare
Dio, il suo amore, in qualche modo.
Ci sono persone che non si muovono, tanto meno possono danzare;
non parlano neanche e dunque non possono cantare... eppure a loro
diciamo: canta la tua vita...credi che questo sia possibile, senza
dire una bugia, senza dare una illusione? Ne sono convinta!
Nella mia famiglia c'è molto la presenza della sofferenza. Ho un
nipotino audioleso che ormai ha 16 anni, si chiama Francesco e i
suoi genitori si sono rifiutati di insegnargli il metodo gestuale,
perché avrebbe potuto comunicare solo con chi imparava il suo
linguaggio. Allora, a fatica, hanno insegnato a Francesco a
parlare. A fatica, perché mio nipote ha una sordità profonda. Ma
lui parla, va a scuola, frequenta il terzo geometra, va dagli
scout, ha delle amicizie, fa insomma una vita normale. Riflettevo
su questo e mi veniva in mente il brano di Isaia, che dice: quando
il Messia verrà traccerà una strada che sarà chiamata via santa
e su di essa cammineranno gli zoppi, i ciechi e griderà di gioia
la lingua del muto. Mio nipote grida di gioia, perché c'è una
famiglia, un padre e una madre che hanno creduto, hanno lottato
insieme a lui, e hanno reso possibile, attuale questa Parola:
questo è il miracolo di Dio affidato alle nostre mani. Allora la
sofferenza può essere un segno di vittoria, faticoso, difficile,
ma nella misura in cui ha attorno gente che vuole vincere insieme,
anche quando ci sono i segni della morte intorno, anche quando
sembra che tutto sia finito, diventa anche un segno di speranza,
se insieme si continua a sperare e se in tutto c'è il senso
dell'amore che dà calore. Allora si può danzare la vita e
cantarla con verità.
Scrivete a Suor Piera Cori :
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