INTERVISTE

 

PIERA CORI
intervista a cura di Angela Petitti

cori1.jpg (18488 byte)Testo "principe" è la Parola di Dio, la musica è la sua "ancella": suoni che arrivano al cuore che innestano nell'esistenza il principio vitale dell'amore di Dio. La Parola di Dio suscita suoni e movimenti di danza, l'intera vita partecipa a questo respiro vitale, a questo palpito dell'amore divino, superando ogni povertà e limite, ogni fatica e debolezza.


Tu canti un rapporto, potremmo chiamarla una relazione, tra te e Dio. Non è un Dio impersonale: è il tuo Signore. Ci parli allora di questo rapporto che ti fa cantare?
È nato tanto tempo fa, quando ero adolescente e mi ponevo mille domande sulla vita, le domande che sono di tutti, quelle che in genere un adolescente si pone... cercavo delle risposte di fronte ai problemi della vita, davanti al dolore, alla morte, perché vivere? Perché si muore...   Ho incominciato quasi un po' per sfida a leggere il vangelo ogni giorno, per trovare una risposta, perché vedevo che intorno le risposte che avevo non mi facevano trovare un perché importante e ricordo sempre che è stato leggendo ripetutamente, con tenacia, la passione, la morte e la resurrezione del Signore che mi sono resa conto che questo Dio era morto per me, per me Piera. È questo è stato un momento bellissimo, che non dimentico più, perché mi sono accorta che la mia vita era nata e questo Dio mi amava da sempre, senza far chiasso e mi sembrava che fosse in attesa che io mi accorgessi di questo amore. L'ho messo subito a paragone con le richieste di alcuni ragazzi che mi facevano il filo (ero un adolescente); loro pretendevano che io stessi con loro, che mi accorgessi di loro e mi dicevano: vuoi essere la mia ragazza? Da una parte questo mi emozionava, mi faceva piacere e dall'altra mi faceva pensare: diventare sua?  Invece Dio che mi aveva amato da dare la vita per me, mi si offriva semplicemente, con tutto il suo amore... è la libertà bellissima dell'amore che mi ha affascinata. E poi un'altra cosa: io mi sono sentita bella, perfetta, perché questo amore Dio lo poteva dare solo a una creatura bella. Io mi sono stupita, per me è stato proprio un guardarmi in modo differente. Non più: non ho questo, sono limitata, non sono bella, non sono simpatica, ma sono Piera. Mi ricordo che mi sono seduta e ho detto: Signore ma se tu ami così, anch'io voglio amarti così e voglio vivere perché ogni uomo possa scoprire la gioia di sentirsi amato. Scheda dell'autore

Sr. Piera Cori, romana, appartiene alla Congregazione delle Suore di Gesù Buon Pastore (Pastorelle) dal 1968.  Il suo canto è una celebrazione della Parola di Dio che chiama, che ama, che dà la pienezza della vita, la sua musica si fa discreta e sottile per dare risonanza a questa Parola.

A settembre uscirà il suo prossimo disco: Adonai Eloì: il Signore è il mio pastore, non manco di nulla!  È stato semplice decidere la vita per Dio?
Direi che è stata la conseguenza dell'amore che mi veniva svelato. Io non frequentavo nessun gruppo, non ero inserita in parrocchia, andavo solo a messa la domenica. Mi ricordo che il giorno dopo della mia decisione mi è venuto un attimo di paura perché ho capito che avevo detto delle cose grosse che non avevo neppure coscienza di dove mi avrebbero portato. Però capivo di aver detto un sì grande a Dio. E questo cambiava la vita. Fino ad allora io avevo sognato una vita a due, con una persona che mi amasse, una famiglia... avveniva come un ribaltamento ed è logico avere paura. Ciò che mi ha fatto andare avanti è stata la gioia che avevo scoperto e che sapevo non mi avrebbe abbandonata se avessi continuato per quel sentiero, al di là della fatica e del dolore, perché la fatica e il dolore fanno parte della condizione umana, però sapevo che questo amore dava senso anche a tutta la fatica e il dolore che avrei incontrato sul cammino.

E poi a certo punto è nato il bisogno di cantare... o c'era già? 
Ho sempre cantato. Mia mamma ci ha comunicato il gusto del canto. Tra l'altro ho una sorella gemella, abbiamo la voce proprio uguale, e abbiamo sempre cantato insieme. Sognavamo di fare le cantanti, di andare a Sanremo, però poi naturalmente la vita ti porta anche ad altre scelte. Da quando sono entrata nella mia congregazione ho sempre cantato. Il nostro Fondatore tra l'altro ci diceva: voi vincerete con i suoni e con canti, entrerete nel cuore della gente attraverso il canto. Io cantavo le canzoni degli altri, sempre però con un desiderio: quello di lodare Dio. Gli dicevo: Signore la mia voce è per te, voglio cantare il tuo amore, voglio che agli altri arrivi questa forza del tuo amore. Ho sempre usato il canto per la mia preghiera personale, poi un giorno, ero in corriera, ed è nata la prima canzone.

Quale è stata la prima?  È stata Ascolta Israele, e poi Dio amore. Di ogni canzone ricordo il momento in cui è nata, come mi ha raggiunta, nei momenti più impensati: magari facendo le scale, sistemando casa, stando in cucina, mai a tavolino. La mia vera occupazione è di imparare a memoria la Parola, perché la Parola diventa il bastone della mia vita, il sostegno. Poi questa Parola un giorno o l'altro viene fuori con la musica.

Tu hai una musica, diciamo, tranquilla. L'ultimo disco che è uscito, Noi tuo Popolo, lo hai definito: una messa semplice. Non ti preoccupi di esprimere musiche più moderne, di cercare delle forme musicali più moderne?
Il mio è un servizio alla Parola, io voglio essere serva della Parola. E dunque la Parola, il testo, secondo me ha la priorità su tutto. Il testo è il principe della mia canzone perché è Parola di Dio, è lei che salva; la musica è l'ancella, è a servizio del testo. Questo non vuol dire che non potrebbero nascere dei canti più moderni, però secondo me quando una musica è troppo ritmata, diventa superiore al testo. A volte sono entrata in crisi un po' su questo perché alcuni amici mi consigliavano di fare qualcosa di più moderno... ma resto sempre più convinta che la mia vocazione è quella di essere uno strumento che avvicina gli uomini a Dio, che li metta sulla stessa lunghezza d'onda. La cassetta che uscirà fra breve, forse in primavera, sarà con pochissimi strumenti, proprio perché il testo abbia ancora più risalto, più forza.  Ho esperienze bellissime di come la mia musica arriva nel cuore: racconti di gente, di giovani che mi hanno detto che attraverso le cassette, senza avermi conosciuto, hanno incontrato Dio. Pensa, una signora mi ha parlato di suo marito ammalato che, negli ultimi giorni della sua vita, ha voluto sentire ininterrottamente, durante il giorno e la notte, la cassetta Sulla tua Parola. Questo per me è un grande dono, forse non arriverò a chi non ha voglia di sentire, ma spero di arrivare lì dove c'è una domanda, dove il cuore dell'uomo si pone in ascolto.

Qualche anno fa hai cercato di coniugare il canto e la danza ed è uscito Come passi di danza. Che cosa volevi dire con l'espressione danzare la vita? La danza e la musica vanno insieme?
Io dico sempre che quando un corpo canta deve danzare, deve necessariamente muoversi, anche se esternamente non danza, ma tutto dentro deve vibrare perché allora il canto esprime la tua vita, se no è lettera morta. È come quando leggi la Parola. Quando sono in chiesa a pregare da sola, mi piace leggere la Parola a voce alta e ho sempre vicino la mia chitarra. Ciò che mi colpisce è che quando la chitarra è accordata alla mia voce, la chitarra vibra! È come se la chitarra danzasse al suono della Parola di Dio. Così siamo noi: se un canto non fa vibrare, se non fa danzare, è lettera morta, soprattutto un canto che ha la Parola. Sai quello che vorrei davvero? Imparare a dire Dio in tutti i modi, fare tutto ciò che è bello e che possa raccontare Dio: con i colori, con la danza, oltre che con la musica. Se un giorno dovesse venirmi a mancare la voce, vorrei comunque gridare Dio, il suo amore, in qualche modo.

Ci sono persone che non si muovono, tanto meno possono danzare; non parlano neanche e dunque non possono cantare... eppure a loro diciamo: canta la tua vita...credi che questo sia possibile, senza dire una bugia, senza dare una illusione?
Ne sono convinta! Nella mia famiglia c'è molto la presenza della sofferenza. Ho un nipotino audioleso che ormai ha 16 anni, si chiama Francesco e i suoi genitori si sono rifiutati di insegnargli il metodo gestuale, perché avrebbe potuto comunicare solo con chi imparava il suo linguaggio. Allora, a fatica, hanno insegnato a Francesco a parlare. A fatica, perché mio nipote ha una sordità profonda. Ma lui parla, va a scuola, frequenta il terzo geometra, va dagli scout, ha delle amicizie, fa insomma una vita normale. Riflettevo su questo e mi veniva in mente il brano di Isaia, che dice: quando il Messia verrà traccerà una strada che sarà chiamata via santa e su di essa cammineranno gli zoppi, i ciechi e griderà di gioia la lingua del muto. Mio nipote grida di gioia, perché c'è una famiglia, un padre e una madre che hanno creduto, hanno lottato insieme a lui, e hanno reso possibile, attuale questa Parola: questo è il miracolo di Dio affidato alle nostre mani. Allora la sofferenza può essere un segno di vittoria, faticoso, difficile, ma nella misura in cui ha attorno gente che vuole vincere insieme, anche quando ci sono i segni della morte intorno, anche quando sembra che tutto sia finito, diventa anche un segno di speranza, se insieme si continua a sperare e se in tutto c'è il senso dell'amore che dà calore. Allora si può danzare la vita e cantarla con verità.


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