Appunti di viaggio.
Albania 17-19 maggio 2003


Nella carta geografica sapevo dov’era, ma non l’avrei mai potuta immaginare, così come poi l’ho vista. Tanti pregiudizi ce la fanno immaginare in altri modi. Stare lì ti accorgi di essere, ad un passo da casa, ma altrove. Se non altro perché tutti ti capiscono, ma tu non potresti capirli. Loro conoscono l’italiano, imparato dalla televisione, ma noi l’albanese, dove mai l’abbiamo visto scritto o parlato?
Qualche settimana prima di Pasqua mi telefona don Leonardo, un mio confratello diocesano che da 7 anni, da quando è stato ordinato, è in missione lì, nei pressi di Scutari, e mi propone di andare a dare testimonianza ad un incontro vocazionale che si terrebbe a Tirana l’11 maggio. Vedo la mia agenda, ero occupato per un altro impegno in Svizzera, per cui concludiamo con un “mi dispiace, arrivederci, sarà per la prossima volta. D'altronde essendo già a metà maggio, con gli esami che incombono preferisco non prendere altri impegni. Qualche giorno dopo mi richiama dicendomi che hanno spostato l’incontro dall’11 al 17. Non posso tirarmi indietro. Accetto, chiedo gli orari degli aerei il costo del biglietto e riferisco. La caritas della mia diocesi mi paga gentilmente il biglietto, devo attendere solo la partenza.
Preso come sono da alcuni test pre-esami, il tempo mi sfugge di mano. Prima arrivano i concerti in zona, poi quelli in Svizzera e finalmente quelli in Albania. Mi preparo psicologicamente, mi avevano detto che la situazione albanese non è delle migliori, si stenta a riprendersi, politicamente e soprattutto economicamente. Non riuscivo però ad immaginarmi le persone, i negozi, le strade…Con me porto la dispensa di semiotica, perché al ritorno ho il primo test. Di solito cerco di vendere qualche mio CD, ma sapendo che con 10 euro in Albania ci campano una settimana, mi dico: “meglio non portarli”. Intanto a Leonardo che avevo incontrato dopo Pasqua, gliene ho dati alcuni per regalarli a chi vuole.
L’aereo parte in orario è quasi vuoto, con me ho la chitarra e il bagaglio a mano dove ho l’attrezzatura che porto sempre con me, il monitor auricolare e il microfono senza fili ad archetto.
Siamo in orario sono le 15 di sabato 17 maggio e l’Albania è sotto di me. Il paesaggio è familiare e dall’alto tutto è uguale. Giù tutte le differenze. Ci viene a prendere all’aereo un bus che non aveva fatto neanche la II guerra mondiale, certamente la prima. Pulito, ma sporco, di uno sporco antico. Il caldo è umido e nuvole di polvere ci investono come se fossimo nel deserto del Sahara. Mi metto in fila dove leggo “strangers”, passo il controllo e mi spillano i primi 10 euro con tanto di scontrino. Si fa subito ad uscire dall’aeroporto e mi trovo in una calca di persone che cercano di adescarmi: “Taxi per Tirana, autobus, hotel a cinque stelle…”. Una voce mi chiama: “Sei don Mimmo?”. Il panico che mi era venuto scompare è un sacerdote che parla italiano ma è sudamericano è qui anche lui in missione, è venuto a prendermi perché glielo ha detto don Leonardo. Intanto lo seguo, ha parcheggiato più in là. Ai lati di questa strada polverosa presunti negozi che vendono bibite, anche la cocola di chissà quale anno, tutto sembra vecchio e lo è anche la macchina con la quale mi è venuto a prendere. Mi dice infatti: “Qui tutto invecchia subito perché le strade buone sono poche, tutte sono colle buche e quando piove è un disastro”. In me pensavo: “Menomale che almeno la pista di atterraggio era senza buchi”. Mai immaginavo che quello che mi aveva detto il sacerdote era così reale! Alle spalle oramai l’atterraggio e la fila per uscire, i volti della gente che chiedeva di tutto, anche l’elemosina e davanti la strada che ci portava a Tirana. Le pubblicità sui cartelloni, le antenne per i telefonini, stridono col paesaggio. La strada di ingresso a Tirana è come il formaggio svizzero, piena di buche. Mi sembra di stare in un film dell’immediato dopoguerra italiano. Tutto è vecchio, consumato, poche cose sono nuove. La cattedrale di Tirana infatti è uno degli edifici più nuovi inaugurato solo l’anno scorso e si distingue enormemente da tutto il resto. E’ qui che si farà la veglia di preghiera per le vocazioni. Prima vado alla caritas di Tirana dove hanno degli ambienti che fungono da prima accoglienza. L’addetto prima di congedarsi mi prega di lasciare 30 euro per il pernottamento.
Si va alla cattedrale, tutto è pronto. La veglia si svolge fra canti, preghiere ed una piccola rappresentazione sulla conversione di S. Paolo, eseguita dai seminaristi del seminario minore di Scutari, tenuto dai Gesuiti, il cui vicerettore è don Leonardo. Solo alla fine mi si chiede di cantare qualche canzone con la chitarra. Eseguo “Innamorami di Te”, raccontando in due parole come è nata e come rappresenta il mio “sì” a Dio. Mi chiedono il bis e canto “Tempo che  ritorna”, una canzone dedicata a Maria.
Si va a cena col don che mi era venuto a prendere all’aeroporto e con l’autista del Vescovo responsabile delle vocazioni a livello nazionale. Scopro che essendo Rogazionista, conosceva un mio carissimo amico, che mi aveva invitato l’anno scorso a Messina per un incontro di giovani ed aveva parlato di me e del mio modo di fare lo spettacolo. Probabilmente è stato per questo contatto, e per quello col mio confratello diocesano, che s’è realizzata la mia andata in Albania. Ho saputo in seguito che hanno spostato l’incontro per ottenere la mia presenza. Sono rimasto di stucco a questa notizia e la dico con un po’ di orgoglio e per rendere gloria a Dio, che è il solo che può fare grandi cose.
Dormo benissimo e all’indomani vado in una grande struttura salesiana dove tengo il mio concerto con le basi, dalle 9.00 alle 10.30. Il momento più sentito è stato quando ho cantato la canzone “Sognando l’Italia”. E’ una canzone nata da una storia vera ascoltata in tv. Parla di una ragazza albanese, portata in Italia dalle lusinghe del suo fidanzato, ma che presto s’è rivelato un approfittatore che voleva farla prostituire. Lei rifiutandosi con forza ha creato una reazione assassina in quest’uomo che l’ha scaraventata dalla macchina e poi l’ha investita con veemenza. Mezza morta fu soccorsa e salvata e raccontava questa storia per essere di monito ad altre ragazze albanesi. Ho visto mentre la cantavo, molti volti rigarsi di lacrime. La mia pelle si accapponava. Quando la canzone è finita il Vescovo mi ha ringraziato ed ha ripreso il tema ed ha esortato i ragazzi a non credere alle storie del “Paradiso Italiano”. Intanto la mia performance mi ha ottenuto l’invito per l’hanno prossimo, stavolta però col gruppo dal vivo e in uno stadio, per tutti i giovani albanesi coinvolti dalla pastorale giovanile.
Dopo il concerto si è andati in cattedrale per la Messa che concludeva i due giorni di preghiera per le vocazioni. A pranzo sono stato dai padri Gesuiti di Tirana. Mi ha invitato il rettore di Scutari, don Armando, che si è offerto di portarmi lui a Scutari dove avevo promesso a don Leonardo di visitare la nostra missione diocesana chiamata col nome del nostro grande S. Paolino da Nola.
Dopo aver riposato, nel pomeriggio siamo partiti per Scutari. “Andiamo a prendere l’autostrada” ha detto don Armando. Bene, ma vedevo che non arrivava mai. Allora ho chiesto, dov’era l’autostrada. Mi ha detto: “E’ questa che stiamo percorrendo”. Non credevo ai miei occhi. Un’autostrada ad una sola corsia col solo pregio di non avere buche. Era percorsa non solo dalle macchine, ma anche da cavalli coi carretti, asini, buoi, galline, ubriachi in bicicletta ed ogni altro mezzo…
Ad un certo punto è finita l’autostrada. E adesso? E’ iniziato il tratto più sconnesso, più polveroso, più dondolante della vita mia. Sono arrivato a Scutari, e dopo due ore mi dondolava ancora tutto. Per evitare le voragini il padre rettore era fantastico, una slalomista nato. Così abituato da non sentire neanche la stanchezza. Io ero a pezzi. Dopo la visita guidata di don Leonardo, al seminario e alle bellissime e nuove strutture del seminario minore e maggiore, ho celebrato i vespri coi seminaristi e dopo la cena per loro e per qualche padre gesuita, ho improvvisato un concerto con la sola chitarra, eseguendo le canzoni più melodiche ed astenendomi dalla “dance” volutamente. Non mi sembrava il luogo e poi…per darmi un tono!
Sono stato apprezzato dai seminaristi ed anche dai padri presenti. Don Leonardo per telefono mi ha rassicurato sull’esito positivo del concerto serotino dai gesuiti. I seminaristi che c’erano stati hanno raccontato ai loro amici cosa avevano vissuto e qualcuno s’è rammaricato di non esserci stato. Dopo una bella dormita, all’indomani, don Leonardo mi ha portato a visitare la Missione S. Paolino. Con fierezza mi faceva vedere tutte le opere realizzate: la scuola materna, la casa canonica per il parroco e le suore, la strada che saliva ai villaggi sperduti tra le montagne. Siamo andati fin lassù a visitare la casa delle novizie di diverse congregazioni di suore che stanno in Albania, poi siamo passati davanti alla scuola elementare, messa su per i ragazzi più lontani. I professori impiegano ore prima di raggiungerla e poi fare lezione. “Immagina d’inverno con la neve” mi diceva don Leonardo. Per salire alla missione abbiamo attraversato strade per me impensabili, posti assurdi di un regime che ha lasciato solo segni nefandi, di una ideologia che la gente nemmeno vuole ricordare. Il futuro è tanto incerto perché le coscienze non sono preparate ad una unità nazionale che il comunismo ha assopito e distrutto per cinquant’anni. Le nuove menti sono lungi da venire, speriamo che il lavoro dei padri gesuiti e di tanti altri missionari, serva a coscientizzare questo popolo i cui volti sono speranzosi, raggianti lì dove s’affaccia la speranza.

Don Mimmo Iervolino

info@mimmoiervolino.it



 

 
   

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