L’io, antitesi di Dio
Ecco il mio canto

Intervista a Roberto Juri Camisasca
di Massimo Maffioletti
direttore del settimanale di Bergamo La nostra Domenica

Del silenzio ha fatto la sua casa. Alle pendici dell’Etna. Dove si è ritirato in solitudine, dipingendo icone e componendo. Ogni tanto lascia il suo eremo catanese per incontrare il pubblico. E cantare. Difficile distinguere il confine fra canzone e preghiera, quando lo si ascolta. I suoi ormai non sono più dei veri e propri concerti, ma narrazioni della sua ricerca e singolare esperienza spirituale: l’essere «stato toccato dalla grazia. Perché così è stato per me – afferma Juri Camisasca –: un capovolgimento esistenziale». Che con pudore «definisco conversione».
Un’ avventura iniziata nel 1974 con una profonda crisi interiore, proprio mentre usciva il suo primo album La finestra dentro; proseguita nell’amicizia con il musicista siciliano, Franco Battiato; coltivata in un monastero benedettino in Umbria per 11 anni fino all’87, dove è maturato il dirompente e rigoroso Te Deum, lavoro con il quale l’allora monaco milanese rivisitava i grandi testi della liturgia come Exultet, O Redemptor, Victimae paschali laudes. La maturità musicale è raggiunta con Il Carmelo di Echt, un omaggio alla santa ebrea convertita: Edith Stein. L’ultimo suo album, Arcano Enigma, è del 1999. Qui è l’ansia agostiniana delle Confessioni a troneggiare. Di quest’ansia Juri Camisasca ci parla.

Juri, come definisce il suo percorso musicale? C’è un filo rosso che dal ’74 unisce La finestra dentro fino ad Arcano Enigma? «È difficile rispondere, perché da La finestra dentro fino a oggi è come se io fossi un’altra persona. Quello per me fu un momento di grande confusione. Non sapevo che pesci pigliare, non sapevo cosa volevo dalla vita. Non ero contento. Mi illudevo che avrei trovato un appagamento nella gratificazione artistica, invece scoprii che non era così, che quelle che si vedono nel mondo sono molte lucciole e poche lanterne. Ma tutto, per la verità, dipende da come si è. Solitamente si pensa che una persona, per il solo fatto di far musica, calcare il palcoscenico, incidere dischi, sia compiuta, felice, realizzata. Invece non è così. E poi, in me è avvenuto un radicale cambiamento. Non cercato. E la mia musica ne è un riflesso. Ma, in genere, tutta l’arte è così. L’arte è l’espressione di ciò che si è, che lo si voglia o meno. Crediamo di poter manipolare la nostra personalità attraverso la creatività, e di apparire per come non si è, ma non è possibile».

Quando è avvenuto il «radicale cambiamento»? «Nel 1974 o ’75. Ricordo di avere concluso La finestra dentro e di avere realizzato altri due singoli come La musica muore/Metamorfosi e Himalaya/Un fiume di luce ma sentivo che tutto ciò non mi interessava più. Ho sentito un forte richiamo per la vita interiore, tanto è vero che poi ho smesso perfino di suonare e mi sono ritirato in un monastero».

E adesso che cosa sta cercando? «Non posso più soltanto dire la ricerca di Dio. La vita non è forse cercare di ricordarmi di essere parte della Chiesa, Corpo di Cristo? Questo è ciò che provo a vivere. Pertanto Juri Camisasca, i suoi dischi e tutto il resto, non sono che marginali allo scopo vero della mia esistenza. Sono prima di tutto un essere umano».

Le sue musiche e le sue liriche sono inequivocabilmente intrise di spiritualità. Ma che cos’è la spiritualità? «Spiritualità è vivere la natura reale che è dentro di noi, è vivere “chi” noi siamo. Ricordo che quando studiavo teologia il professore di liturgia ci ripeteva l’adagio “diventa quello che sei”. Spiritualità è vivere la propria vita in Cristo, vivere per ciò che noi siamo. Il problema è sapere chi noi siamo. Noi viviamo in così tanti ruoli identificati che ci vengono appioppati dalla società – per cui io per esempio sono un cantante e lei un giornalista – e nel peggiore dei casi la gente si identifica con i vestiti che compra, con i possessi che ha. Spiritualità è essere ciò che noi siamo in profondità. Purtroppo noi viviamo in una società che è imperniata più sull’avere. Si rincorre il proprio benessere attraverso l’accumulo di cose. Il che significa essere completamente persi».

Anche per non perdersi lei si è ritirato alle pendici dell’Etna? «Sì. A un certo punto della mia vita sono stato toccato in modo molto forte da ciò che io chiamo la “grazia”. C’è stato un capovolgimento radicale nella mia persona che mi ha portato a desiderare intensamente di conoscere Dio, di avere un’esperienza sempre più forte di quella realtà che sentivo pulsarmi dentro. Tanto è vero che poi sono entrato in monastero».

Perché il monastero? «Io ho scelto i benedettini; san Benedetto, ricordando il salmo 14, ripeteva ai suoi monaci: voi entrate in monastero per fare esperienza della tenda: Signore chi abiterà la tua tenda? Questo è il monachesimo: abitare nella casa del Signore, nella tenda del Signore. Il che significa fare esperienza della presenza di Dio. Pensi che volevo persino entrare nei certosini, abbracciare una solitudo infinita. Cosa che poi fortunatamente non feci. San Benedetto insegna ad avere i piedi per terra e la mente in cielo. Il monastero mi ha insegnato molte cose: il contatto umano sempre con le stesse persone, anche antipatiche, mi ha aiutato a superare me stesso. Ma per superarsi occorre avere molta umiltà. L’umiltà deriva anche dal fatto che scopri ogni giorno che hai bisogno dell’aiuto di Dio, che da te solo non puoi nulla. Ma anche il monastero mi stava un po’ stretto; nel momento in cui avrei dovuto prendere i voti ebbi grandi ripensamenti, tormenti. Così me ne uscii. Ma con una sofferenza indicibile. Adesso sono contento della vita che vivo».

E cos’ha imparato ancora dai monaci? «Il silenzio. Sono ormai un po’ di anni che vivo nel silenzio. Ricordo quello che dicevano i padri del deserto: “la solitudine la sperimenterai quando pur vivendo in una città sentirai il silenzio intorno a te”. Credo di esserci un po’ riuscito».

Quali sono le qualità esistenziali che le città moderne hanno smarrito? «Il silenzio, appunto. Non esiste proprio. Non c’è più come fatto udibile, come percezione fisica. Subiamo un bombardamento continuo di rumori. E i mass media contribuiscono alla sparizione del silenzio. Ogni volta che mi capita di vedere la tv mi chiedo dove stiamo realmente andando; basta il Grande Fratello per capire quale livello di idiozia abbiamo toccato. Gli individui oggi non sanno più stare con se stessi. Sono sempre alla ricerca di qualcosa che li tenga occupati. La gente fraintende l’essere attivi con l’essere indaffarati. E, infatti, oggi si è solamente indaffarati, persi nel vortice dell’ iperattivismo, ingoiati dalle cose da fare. Tutto questo ci porta ad essere fuori da noi stessi, a non essere consapevoli di noi stessi. Quando si offrono momenti di silenzio dove finalmente poter sprofondare negli abissi della propria interiorità, ci si spaventa perché vengono a mancare gli appoggi esteriori. La gente non sa rimanere con se stessa; per rimanere con se stessi occorre imparare a sentire il silenzio, che non è vuoto, ma linguaggio. È l’anima che ti parla».

Cosa manca ancora? «Oltre all’essere e al silenzio, l’amore. C’è un fraintendimento sull’amore. La gente concepisce l’amore solo come attaccamento. Io amo questo qui o quello là. Ma amare significa essere come un fiore che profuma ed esala il suo profumo. Amare è essere amore dentro. Non si può amare fin quando non si scopre l’amore dentro. E per scoprirlo ci vuole, ancora una volta, il silenzio».

Accennava alla grazia. Cos’è? «Parlare della grazia è parlare di Dio. E io cosa posso dire di Dio? Io posso soltanto dire di avere fatto un certo tipo di esperienza. Due persone che si amano sanno quale tipo di rapporto c’è tra loro, ma non riescono a comunicarlo agli altri. Non si può comunicare l’amore. O lo vivi o, altrimenti, non puoi dire nulla. Il profumo di una rosa lo conosci nel momento in cui l’annusi e lo gusti. Non puoi pretendere di spiegarlo. Figuriamoci Dio… Quelli che, come san Giovanni della Croce, hanno avuto esperienza profondissima di Dio, sostenevano che non se ne può parlare; è un’altra dimensione. I padri del deserto ammonivano: a una persona che non crede non puoi dare nessuna risposta mentre a una persona che crede non sorgono dubbi e domande».

Viene spesso mossa l’accusa di New Age a canzoni come le sue.
«Cosa significa New Age?
Non mi faccio paladino di un discorso prettamente cristiano. Io sono un musicista e come tale faccio la mia personale ricerca musicale. Per esempio, l’accostamento della lingua latina con alcune sonorità l’ho scelto per la sua musicalità; mi interessava avvicinare il latino con i suoni pop: era una ricerca. C’è una ricerca artistica che va salvaguardata. Io credo di avere fatto qualcosa di nuovo quando ho composto il Te Deum. Quindi, che cosa significa parlare di New Age? Quando si parla di spiritualità l’importante è comunicare. Se non si comunica una dimensione interiore, allora la musica potrà anche avere tutte le forme che vogliamo, ma non dirà nulla».

Nei suoi testi c’è la presenza di alcuni santi importanti: Edith Stein, Agostino… «Quando scrivo sono influenzato dalla cose che leggo. Ho scritto di Edith Stein perché avevo letto un libro su di lei entrando in monastero. Così per Sant’Agostino. Per Alice avevo scritto Il sole nella pioggia che è una frase Zen; e poi però nello stesso testo cito l’universo che geme nelle doglie del parto, un’espressione di san Paolo. Mescolo le cose. Non leggo, però, le Sacre Scritture per metterle in musica. La Bibbia l’ho letta tutta quando ero in monastero; adesso mi concentro sui vangeli e sui salmi. Dei santi amo quelli carmelitani: Teresa d’Avila, Teresina di Lisieux, Elisabetta della Trinità, Giovanni della Croce. Teresa d’Avila, poi, è stata la mia maestra: quando ebbi la conversione il primo libro che mi capitò fra le mani fu uno scritto sulla santa spagnola. Fu per me un punto di riferimento».

C’è una differenza fra la ricerca di Dio e ricerca dell’io? «Certamente sì. Dipende, però, da cosa si intende per “io”. In psicanalisi non è sempre chiaro. Per quanto mi concerne, la ricerca di Dio è la ricerca della nostra vera natura e la ricerca dell’io è la ricerca della personalità. Ma l’io è fasullo. Noi ci identifichiamo con l’io, ma che cosa è l’io? È il nostro inganno. La ricerca di Dio, invece, sta proprio nell’abbandono dell’io. L’io è in antitesi con Dio».

Fra lei e Battiato, Alice, Giuni Russo: chi ha influenzato di più? «Risulta ufficialmente che Battiato ha influenzato me, ma potrei aggiungere che anch’io ho influenzato Franco. Ma non è vera né l’una né l’altra affermazione. Ci conosciamo da anni, abbiamo vissuto tante esperienze insieme, abbiamo suonato e cantato insieme, cercando nuovi stili musicali, abbiamo molte affinità… è ovvio che la frequentazione l’uno dell’altro diventi anche trasmissione. L’osmosi è inevitabile. Non è stato così per la scuola bolognese, o per quella genovese…? Per Battiato scrissi soltanto Nomadi , che per la verità era una canzone per la professione di un mio confratello in monastero. Franco l’ha ascoltò e la volle inserire in Fisiognomica (Nomadi e Il Carmelo di Echt sono riapparsi nel nuovo lavoro di Giuni Russo, Signorina Romeo; ndr). Ma abbiamo composto insieme per Milva, e io molto per Alice. Alice e Giuni sono entrate nella logica del nostro pensiero».

Tentazioni sanremesi? «Assolutamente no. Ma c’è stato un anno che stavo per andare».

Nuovi progetti, nuovi dischi? «No, non ce ne sono. Sto continuando a dipingere».

 

Roberto Juri Camisasca
 
Nato a Melegnano (Milano), Roberto "Juri" Camisasca irrompe nel mondo discografico italiano nel 1975 con un album anomalo e surreale, LA FINESTRA DENTRO, prodotto da Franco Battiato e Pino Massara e pubblicato dalla BLA BLA. Il disco riceve critiche attente ed entusiastiche, e nonostante sia un’opera giovanile lascia trasparire l’intensità espressiva e la sensibilità musicale dell’artista, nonché il disagio e l’irrequietezza di un’epoca. Oggi LA FINESTRA DENTRO è annoverato tra gli episodi più interessanti del prog italiano.
Ad esso seguono nel 1975 i 45 giri "La musica muore"/"Metamorfosi" e "Himalaya"/"Un fiume di luce".
Nello stesso anno partecipa al progetto "Telaio Magnetico", un "super-gruppo che nasce e si esaurisce nell'arco di un piccolo tour [...] quando la vacanza era un viaggio e il viaggio assumeva anche una dimensione interiore", come si legge nel libretto della ristampa su CD, insieme a Franco Battiato, Mino Di Martino, Terra Di Benedetto, Roberto Mazza, Lino "Capra" Vaccina.

Peppo del Conte all'interno del libretto del CD de La finestra dentro (ristampa del 1991) descrive con queste parole il loro primo incontro. "Juri Camisasca era un ragazzo dell'hinterland milanese, ma sembrava che Franco l'avesse scovato in capo al mondo. Le sue prime foto promozionali mi fecero pensare a un gatto impaurito (e perciò pericoloso). Aveva 22 anni, ma ne dimostrava anche meno, tanto era timido, impacciato, quasi impreparato al contatto con gli altri. Parlava a sprazzi, con fare schietto e vagamente sognante. Ma quando imbracciava la chitarra si trasformava: una voce sorprendente, dai toni irruenti e allucinanti, per trasportare gli ascoltatori dentro i suoi incubi surreali. Non c'era in lui nessun progetto intellettualistico, non era sbarcato nessun Kafka nell'industria della canzone: l'assurdo emergeva terribile dalla realtà tutt'intorno e lui era solo un testimone ignaro e un po' infantile che cercava di coglierne il senso. Il suo album d'esordio ebbe una buona accoglienza dalla critica: ma Juri viveva al di sopra di ogni problematica di successo...".

Di questi anni sono le partecipazioni a dischi di Battiato (“Clic”, 1974, e “Juke Box”, 1978), di Lino "Capra" Vaccina (“Antico adagio”, 1978), Francesco Messina (“I prati bagnati del monte Analogo”, 1979), e Alfredo Cohen, (“Come barchette dentro un tram”, 1976). Seguono diversi concerti in cui utilizza la voce alla maniera orientale, senza testi, accompagnandosi con un armonium.
 
Fino alla rassegna di musica orientale al teatrino della Villa Reale di Monza del 1978. "Juri la tenne a battesimo con un concerto indimenticabile, lui, la sua voce e l'harmonium. Non mi rendevo conto che quello strumento sarebbe stato da lui suonato per l'ultima volta. Qualcun altro venne a ritirarlo mentre in lui diventava urgente staccarsi dal mondo musicale ordinario. Avrei voluto fargli vedere quell'articolo che il Corriere delle Sera gli dedicò il giorno dopo; venni a sapere che non abitava più a Milano ma in un monastero. Fu allora che in qualche modo spiegai quel titolo che, inconsciamente e su indicazione di Battiato, avevo dato alla rassegna: L'evoluzione interiore dell'uomo." (Giordano Casiraghi, 1991).

Alla fine degli anni '70 l'inquietudine che l’ha sempre accompagnato trova risposta nella ricerca religiosa e Juri si ritira a vita monastica per 11 anni. Ne esce inizialmente nel 1987 per partecipare ad alcune rappresentazioni dell'opera "Genesi" di Franco Battiato, in cui è cantore e voce recitante, e successivamente per sostituire la vita monastica con quella eremitica, alle pendici dell’Etna.
Di questo stesso periodo è la pubblicazione del suo secondo LP, TE DEUM (1988), prodotto dall’Ottava/EMI. È un disco di canto gregoriano arrangiato elettronicamente che comprende brani della tradizione e composizioni originali, e che restituisce alla discografia un autore e un interprete maturato e ispirato. Ad esso segue IL CARMELO DI ECHT (EMI, 1991) che comprende nove canzoni di grande intensità lirica, espressione di una profonda ricerca interiore, e nel 1999 ARCANO ENIGMA, a tutt’oggi il suo ultimo CD, prodotto da Franco Battiato e suonato con i Bluvertigo.
 
Contemporaneamente scrive canzoni per altri interpreti, come la fortunata "Nomadi", (incisa da Alice, quindi da Franco Battiato e successivamente Giuni Russo) e diversi altri brani per Milva (in "Svegliando l'amante che dorme",1989), e Alice (5 canzoni di “Il sole nella pioggia” del 1989 e i singoli “Open your eyes”, 1998, e “Il giorno dell'indipendenza”, portato a Sanremo da Alice nel 2000).
È presente come autore anche nel CD “Serendipity” della PFM e in “Signorina Romeo – Live” (2002) e “Morirò d’amore” (2003) di Giuni Russo.
 
Negli anni 90-2000 è ospite al Club Tenco (1991) e partecipa come interprete all'opera "Gilgamesh" di Franco Battiato (1992), ai CD di Lino "Capra" Vaccina "L'Attesa" (1992) e "In cammino tra i sette cieli" (1995), e al progetto Devogue (1997).
 
Alcuni suoi brani degli anni 70 sono stati recentemente ripubblicati nel CD “La Convenzione” (D’Autore, 2002).
 
Da anni accosta all’attività musicale quella pittorica, e in particolare la pittura di icone. http://www.juricamisasca.it/paginaicone.htm


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