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Giuni
Russo: «Combatto il dolore cantando la vita»
«Ho
inciso le più belle canzoni napoletane ripensando a mia madre. Da
cinque anni lotto contro il tumore, ma a Sanremo non ho detto
niente: sarebbe stato amorale. Grazie a santa Teresa d'Avila ho
scoperto la fede»
Di Gigio
Rancilio
«La certezza l'ho
avuta a nove anni, dopo avere visto mia sorella cantare in uno
chalet a Palermo. Ma in cuor mio lo sapevo già da qualche anno:
il sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla
morte». Sulle ultime tre parole, la voce di Giuni Russo si
incrina un po'. Ma è solo un attimo.
Cosa la affascinava così tanto del canto?
«Da bambina mi piaceva ripetere "A me piace
cantare", accompagnando le parole con un gesto delle braccia
verso l'alto. Non sapevo perché. L'ho capito da adulta: il canto
per me è una cosa sacra, un gesto rivolto al cielo. Un dono di
Dio che guarisce l'anima».
Eppure nel 1982 è diventata famosissima con un brano
sbarazzino come «Un'estate al mare».
«Forse sono un'incosciente o forse solo un'artista, ma io non
ho mai cercato il successo. Quando Franco Battiato mi propose Un'estate
al mare gli dissi: abbiamo appena finito un album folle e
straordinario come Energie e mi fai cantare questa
canzoncina? Poi l'ho sentita bene: aveva un'atmosfera anni
Sessanta, era graziosa. E l'ho incisa. È rimasta in hit parade
quasi sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato Per
qualcuno sono stata ingenua. Sicuramente sono stata libera».
Cosa l'ha convinta a realizzare una suite musicale di canzoni
napoletane per un film muto come «Napoli che canta», realizzato
dal papà di Sergio Leone?
«Innanzitutto l'entusiasmo di Paolo Cherchi Usai che ha
restaurato il film. Ma soprattutto il fatto che Napoli e le sue
canzoni appartengono alla mia infanzia. A Palermo, dove sono nata,
tutti le cantavano. Le ho dentro. Da sempre. Mi è venuta in mente
mia madre che, durante un festino di santa Rosalia, venne portata
al largo da papà sulla sua barca di pescatore per vedere meglio
le luci della festa. Quando passò la nave per Napoli, che poi
sarebbe andata in America, mamma la salutò cantando in
napoletano. In fondo, questo disco è un grande omaggio a lei».
È vero che c'è stato un momento della sua carriera in cui ha
pensato di ritirarsi?
«Sì, me ne avevano fatte troppe. Un signore, di cui non
voglio fare il nome, aveva deciso di stroncarmi la carriera. È
stata la mia guida spirituale a convincermi a non lasciare tutto.
Era un monachello meraviglioso. Mi disse: "Non puoi smettere
di cantare, hai avuto un dono meraviglioso e hai il dovere di non
soffocarlo". Mi ha messo addosso una tale responsabilità...».
Però
sembra averle dato anche la forza di fare scelte importanti.
«È una costante della mia vita artistica: ogni volta che ho
cercato di elevarmi ho litigato con discografici. L'ultima è
stata quando ho presentato La sua figura (tratta da una
poesia di san Giovanni della Croce - ndr). Mi hanno detto: "È
bellissima. Però... sai... abbiamo famiglia. Non possiamo
pubblicarla. Se lo facciamo, ci licenziano". Volevano una
canzonetta radiofonica. Gli ho risposto che non ho canzonette nel
cassetto e non ne cerco. Se devo fare la fame, per non cedere a
compromessi, la farò. La mia forza è questa: non avendo marito né
figli ai quali pensare posso vivere con poco. E così mi concedo
il lusso, perché ormai è un lusso, di essere un'artista libera».
Cosa è scattato nella sua vita perché cominciasse a
frequentare e cantare testi di san Giovanni della Croce, Edith
Stein e santa Teresa d'Avila?
«C'è stato un momento della mia vita e della mia carriera in
cui mi ero seduta. Ho chiamato la mia produttrice e Maria
Antonietta Sisini e le ho detto: non possiamo ridurci così, non
può essere questa la vita: viviamo in perenne affanno e non siamo
felici. Così mi sono messa a cercare. Ho scoperto Ermete
Trismegisto e la tavola smeraldina. La teosofia, Steiner. Ho letto
un sacco di cose, ma stringi, stringi, mi mancava qualcosa: il
ceppo principale. L'ho trovato con santa Teresa d'Avila. Grazie a
lei e a Edith Stein sono diventata un po' carmelitana. Erano i
primissimi anni Novanta. Ho vissuto cinque anni meravigliosi. P oi
è iniziata la mia lotta contro il cancro. Dura ormai da cinque
anni. Ho fatto tre operazioni. Secondo il primo medico, non avrei
dovuto superare il 2002».
Come ha fatto a non crollare?
«È stata durissima. Ho avuto momenti di grande dolore e di
grande sconforto, ma anche di gioia perché, grazie alla musica,
faccio il lavoro più bello del mondo. Poi sono arrivati i
concerti: una vera grazia. E, l'anno scorso, Sanremo».
A Sanremo è andata in gara a viso aperto, con la sofferenza
disegnata sul volto. Perché?
«Volevo andarci a tutti i costi. Ero arrabbiatissima. Dicevo:
io sto morendo e non ho coronato la mia carriera come avrei
voluto. Così sono andata a Roma e ho chiesto a Baudo, che era il
direttore artistico, di darmi la possibilità di proporre alla
giuria un brano. Lui non lo sapeva, ma era lo stessa canzone che
mi avevano boicottato per ben due volte. Baudo sapeva della mia
malattia. Ma agli altri non ho detto niente. Sarebbe stato amorale
partecipare alla gara "da malata". Adesso ho deciso di
parlare perché non mi interessa più nascondermi».
Come fa ad essere così serena?
«Ho fatto pace col mio male. Solo così sono riuscita a fare
un'operazione dopo l'altra. Ma nonostante la fede ho avuto paura.
Ho urlato, pianto e litigato, anche col crocifisso. Alla fine però
ho accettato la malattia. In ginocchio».
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