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Il canto La
Massima Espressione di Don L. Giussani
Don Luigi Giussani
Preso dal Sito http://www.clunap.it/
Nessuna
espressione dei sentimenti umani è più grande della musica. Chi
non è toccato da un concerto di archi, come si può essere
insensibili dinanzi ai colori di una sonata per pianoforte? Sembra
il massimo. Eppure, quando sento la voce umana... Non so se capita
anche a voi: ma e ancora di più, e di più non si può. Davvero,
non esiste un servizio alla comunità paragonabile al canto".
Don Luigi Giussani accoglie con queste parole un bel gruppo di
gente per cui la musica è tanta parte della vita. Ci sono
professori di Conservatorio e semplici cantori dilettanti, tutti
però prestano fiato, voce e passione ai cori di Comunione e
Liberazione. L'occasione è conviviale. Qui mettiamo infila,
ricavate da appunti estemporanei, le domande che venivano su da un
punto all'altro della grande tavola (si sarà stati in una
trentina di persone) e le risposte e le contro-domande di don
Giussani. Il filo del discorrere? La musica, naturalmente; anzi,
il canto. Il fatto poi che la conversazione sembri saltare, a
leggerne la trascrizione, un po' qui un po' là, si spera induca
più a farla catalogare tra le rapsodie che a darne rimprovero
all'estensore. Don Giussani ripete e si schermisce: "Sì, il
canto è l'espressione più alta del cuore dell'uomo. Non lo dico
perché ho davanti voi, che cantate. Quel che dico qui, lo dico
sempre". Un'osservazione: pochi in giro cantano, ma c'è
sempre un ronzio di canzoni che sfuggono a cuffie e saltano fuori
da tutte le parti. C'è una colonna sonora che ci insegue ovunque
e che noi non scegliamo. Di gran moda sono le folle radunate dal
karaoke o da un cantautore. "Eppure", interrompe
Giussani, "queste canzoni e le esibizioni di questi fenomeni
possono essere il segno della corruzione indicibile di un'epoca.
Il canto, invece di essere espressione di un popolo, diventa la
ripetizione ossessiva, sentimentaloide, delle ombrosità e delle
fisime dei singoli. Si è magari in tanti ad ascoltare e a
riconoscersi in quelle note e in quelle frasette. Ma si resta in
frantumi. Collettivamente soli". Un po' di spavento si sparge
come sale sulla tavola. Davvero è impossibile un canto di popolo
oggi? Uno che è professionista della musica pone la domanda cosi:
come crescere, come essere missionari nella musica? "Quello
che aiuta maggiormente dal punto di vista espressivo, quel che
proprio fa crescere, e cantare per la comunità.
E sottolineo la parola per. Agli esercizi della fraternità fare
un assolo non di fronte, ma per sedicimila persone! Questa è la
differenza tra Vasco Rossi, che sarà senz'altro bravissimo, e voi
che siete il coro di questi sedici mila. Voi esprimete questi
sedicimila, la loro coscienza, siete la voce di un corpo, di un
popolo, di un destino. Vasco Rossi, anche dinanzi a centomila,
esprime se stesso, e conferma nella solitudine e nel vuoto chi
pure lo adora. Invece quando a Rimini, agli esercizi, voi cantate,
ci esprimete, siete noi, e la vostra voce si alza e ci tocca come
puro dono.
Per questo il canto è gratuito, il canto è carità. È carità
pura, il canto. Se vi posso dare un consiglio: non siate troppo
preoccupati di voi stessi, della vostra capacità di esprimervi.
Il contenuto della preoccupazione non può essere l'espressione di
sé, ma l'esprimere la coscienza di questo popolo. Per questo, il
coro, il canto, è il servizio più utile e gratuito per la
comunità. Se una comunità non ha coro, vuoi dire che non ha
passione, qualcosa si è già disfatto". Domanda: e come si
può essere sicuri che non si sta inseguendo la propria personale
fisi ma espressiva? (Intanto conviene notare che il tutto accade
tra impilarsi di piatti e affondi di forchetta: nessuna solennità,
molto appetito). Risposta: "La sicurezza viene
dall'appartenenza. E una cosa tanto naturale, questa. Tant'è vero
che un bambino, che non ha vissuto l'esperienza di questo
appartenere alla madre e al padre, cresce psicopatico. Si canta, e
il canto esce dal petto e dalla gola dicendo una coscienza, se si
appartiene. Siete mai entrati in una casa dove c'è una giovane
madre affettuosa? È impossibile che il suo bambino piccolo non
canticchi. Canta, canticchia, tira fuori chissà da dove delle
armonie: e ha quattro anni! È espressione della letizia e della
tranquillità che viene dall'essere amati. Che viene
dall'appartenenza". Qualcuno butta il sasso: don Giussani, è
per questo che da tante parti, nel movimento, si canta male?
"È sintomo del disfacimento della comunità" dice calmo
don Giussani. E si spiega: "Quanto più ci si riempie la
bocca della parola compagnia, tanto più la comunione si è
dissolta. L'appartenenza alla compagnia, la comunione, è
sostituita da un legame affettivo intorno a una personalità
magari affascinante. Ma si finisce per essere costituiti da un
legame psicologico. Invece la comunità nasce dalla partecipazione
dell'Essere, da un'ontologia. Se non discende dal Mistero, non è
comunità. E bisogna che ci sia la coscienza dell'avvenimento, che
accade qui ed ora.
Quanto poi al canto...". Si fa un attimo di silenzio, si
smette di tuffare il cucchiaio nella créme caramel. "...Quanto
al canto: è una carenza generale del movimento. Dovuta al fatto
che i capi sentono poco che cosa è l'uomo, che cosa è il
cristianesimo? Questa "trascurataggine", questo disamore
al canto e alla musica è sintomo di una grave decadenza".
Ride e scherza ma non troppo: "Io, siccome so che cosa è
l'uomo, esigo il canto". E una passione antica quella di don
Giussani. Racconta che nel 1933, ed aveva 9 o 10 anni, suo padre
sceglieva dal giornale a quale liturgia festiva farsi accompagnare
dal figlio, in giro per tutta la Lombardia a cercare una messa
polifonica. C'era crisi eppure più del pane era importante la
musica. E nella casa dei Giussani a Desio, dove non c'era certo da
scialare, si faceva venire la domenica sera un trio o un quartetto
a suonare Schubert. Qualcuno commenta: questo essere impastati di
musica, o c'è o non c'è, allora. Dunque parte
l'ordine:"dovete fare i cori, cantare"?
Don Giussani: "Non si smuove nessuno con le parole. Chi
appartiene sta ad imparare". A questo punto torna fuori la
storia del canto nel movimento. Non è nato qualche anno dopo, con
Adriana o altri. Non è nato neppure un minuto dopo il movimento.
È la stessa cosa del movimento, è - si può dire - il suo
carisma? Racconta Giussani: "Alla prima messa di Gs, la prima
in assoluto: lì è nato il canto del movimento. Eravamo radunati
nella chiesa milanese di san Gottardo al Palazzo. E dieci minuti
prima della messa mi sono messo a insegnare Vero amorè Gesù e O
còr' soave. Ho mosso le mani come faceva il mio maestro in
seminario (fa il gesto), ho cantato e mi hanno seguito. Cinque
minuti prima della prima messa del movimento è nato il canto del
movimento. L'inizio del canto del movimento è l'inizio del
movimento. Non c'è differenza. Nasce il movimento e si canta.
Come un bambino con la madre. Si appartiene e sorge il canto.
Senza appartenenza non ci può essere un coro. Non si impongono i
cori per decreto, nascono quando nasce il movimento: anche
oggi". E le canzoni nate da Gs? "Ce n'erano di
bellissime, sin dagli inizi. E tutti le cantavano. Poi, per anni e
anni, questi canti non sono stati più cantati. Le canzoni di
Adriana Mascagni - bellissime - sono cadute nell'oblio. Anche i più
bei canti di Claudio Chieffo (la guerra, la ballata dell'uomo
vecchio, La nuova Auschwitz) erano caduti in disuso. Ma ho
lottato. Se una cosa è autentica devi farla passare. E quei canti
sono tornati". Qualcuno rimette il dito nella piaga, e dice:
eppure - e siamo allo spumante finale, uno splendido rosé - c'è
quasi una sordità nel movimento... Don Giussani commenta: "È
diffusa una pigrizia, una inerzia.., ma è soprattutto aridità.
Essa domina la società di oggi. Ma è precisamente con il canto
che si vanga in questo terreno secco! Noi ci lamentiamo e ci
battiamo il petto per tutte le volte che tale aridità alberga in
noi,ed è giusto. Ma pensate che nove su dieci che ci incontrano e
vengono ai nostri raduni se ne vanno via dicendo: "Come si
canta bene da voi!". Tutti i sentimenti umani più forti, il
senso del peccato, la paura, la misericordia, la nostra gente li
ha imparati assai più attraverso il canto che non con le letture.
Io li ho imparati da piccolo: non innanzitutto dalle prediche, ma
dai canti. Così la riforma della Chiesa ha avuto bisogno e si è
espressa attraverso i canti di san Filippo Neri. I più belli li
cantate anche voi". La discussione scivola su chi può dirsi
davvero grande musicista. Sulla musica tedesca (qualcuno azzarda:
"Non sopporto tra i tedeschi la presunzione di Wagner.
Strawinsky ebbe a scrivere che la donna è mobile di Verdi da sola
vale più di tutto Wagner"), su quella italiana. Conclude
Giussani: "Il canto è l'espressione più autentica
dell'uomo, se l'uomo è uomo, ed è tale se appartiene. Il figlio,
se la madre è nei I pressi, canticchia. Così appena c'è il
movimento, anche piccolo, anche un frammento, canta"."
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