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INTERVISTE
DON
GIOSY CENTO
"Vorrei
annunciare il Vangelo nelle strade, come Gesù" da IL
GIORNALE DEL POPOLO - Aprile 2001 - Lugano (Svizzera)
Don Giosy, come sei organizzato per portare in giro la tua musica?
Ai concerti, soprattutto
per motivi di spesa, vado con le basi musicali già fatte. Chi mi
accetta sono sempre parrocchie o ambiti ecclesiali nei quali non
ci sono grandi possibilità economiche di portare un service
musicale, dei professionisti che cantano e suonano. La mia idea è
di arrivare in più luoghi possibili, anche a costo di grandi
sacrifici. Ho anche un complesso musicale, i Parsifal, composto da
quindici persone che suonano e cantano, quasi professionisti - i
coristi sono dei giovani. C'è anche un sito internet (digilander.iol.it/giosycento).
Con questo gruppo facciamo soprattutto le piazze e i teatri. Da
molto tempo ho scelto la piazza: è il luogo dove tutti passano e
dove anche Gesù ha molto operato. Tant'è vero che sto pensando
di creare un gruppo per le strade, con un ragazzo che danza, un
paio che fanno teatro...
Annunciare
il Vangelo per le strade. Hai avuto delle stagioni nella tua
esperienza musicale? Credo di sì, è naturale. All'inizio c'è
una produzione molto primitiva, chitarra e voce. Per quindici anni
sono stato un cantautore che produceva a getto, senza preoccuparsi
né del disco né di altre cose. A un certo punto però ti accorgi
che il mezzo è importante, per cui da dieci anni a questa parte
si lavora in altri modi, ad altri livelli, in un altro ambito di
ricerca. Proprio in questo periodo ho terminato un disco su Maria,
intitolato "La finestra della casa di Nazaret", per il
CVS - Centro volontari della sofferenza. E' un disco acustico ed
è la prima volta, quindi di un certo livello musicale. Anche i
testi sono molto più curati.
Come
vivi il tuo essere prete e cantautore? In Italia, e in tutta
Europa, esistono numerosissimi cantautori. La realtà più bella
non è quella cattolica ma quella evangelica. Loro cercano proprio
professionisti per destinarli a questo annuncio, a questo
ministero. E' importante che sia un ministero dato dalla Chiesa più
che scelto dalla persona. In Italia c'è "Il mio Dio canta
giovane", associazione nazionale di cantautori di Dio, che ho
iniziato con Padre Tarcisio Calvitti una quindicina di anni fa, ad
Assisi. La maggior parte sono laici e ci conosciamo quasi tutti.
La mia esperienza è meravigliosa. Certo all'inizio c'è chi si
faceva qualche domanda su di me, dal momento che ero tra i primi.
Ricordo un vescovo che voleva riconsacrare la Chiesa dove avevo
suonato la chitarra... Personalmente ho avuto però un bellissimo
incontro con la Chiesa, perché le canzoni sono entrate nella vita
delle comunità. Ho vissuto in parrocchia per 30 anni: non conta
tanto essere cantautore. Importante essere prete con la gente.
Scrivete a Don Giosy Cento :
Giosy
Cento, i giovani e la forza della musica
Il prete «cantautore di Dio»
Davanti a Gesù si smontano le maschere
intervista
di Italo Molinaro
Musica
per lodare, musica per pensare, musica per cercare e cambiare.
È straordinario questo strumento che da sempre ha accompagnato il
camimino dell'uomo e delle religioni.
Naturalmente anche il cammino del Vangelo! E questo è ancora più
vero oggi, come ci conferma Giosy Cento, prete, «cantautore di
Dio», secondo un'espressione da lui coniata tanti anni fa.
Giosy
Cento, perché musica e Vangelo vanno così d'accordo?
Gesù è la musica che Dio ci ha mandato! Interpreto così la
parola «Verbo», che non è solo una parola ma una
parola-persona, una parola portatrice di tutto ciò che è la
persona. Gesù è una musica nuova che gli uomini hanno sentito,
nelle sue parole, nei suoi miracoli, nelle sue atmosfere, nelle
sue luci, nei sussulti, nei suoi vagiti, nei lamenti sulla croce,
nel ritmo nuovo che ha immesso nella storia con la sua
risurrezione. Vangelo e musica sono andati sempre d'accordo, anche
se per tanti secoli la musica è stata messa soprattutto nelle
celebrazioni liturgiche, o in rappresentazioni che venivano fatte
in particolari momenti. Oggi, in un mondo molto musicale, perché
primitivo, istintivo, quasi pre-evangelico, nel senso che ha
bisogno di un annuncio che non è di primo acchitto evengelico, la
musica ha acquistato un particolare valore come preparazione e
annuncio del Vangelo. La musica esprime benissimo l'invisibile,
l'intoccabile, e quindi Dio. La musica è un mezzo così:
invisibile, intoccabile, però è sentibile, arriva al cuore,
muove l'anima, commuove. Quando il Vangelo diventa musica e la
musica diventa Vangelo, si riempie di Vangelo, e questa simbiosi
può davvero essere una ricchezza evangelizzatrice per l'uomo di
oggi: portatrice di gioia, commozione, conversione. A volte la
commozione converte! Ho assistito a concerti in cui a certe
persone è arrivato Cristo, non la musica. Quindi è segno che tra
Cristo e musica c'è qualcosa.
Attraverso
la tua musica particolare il Vangelo giunge anche ad un pubblico
difficile come è quello dei giovani: quali sono i messaggi che li
entusiasmano di più? Secondo me i giovani non sono un
pubblico difficile. Sono un pubblico da amare, di fronte al quale
bisogna avere il coraggio di un robusto linguaggio evangelico, di
un annuncio che li metta davanti non a un Vangelo che ha abbassato
le sue richieste, ma un Vangelo autentico. I giovani si sentono
allora smontare nelle loro difese, nelle loro maschere,
soprattutto quando vengono messi davanti a Gesù. Io vado anche
sulle piazze, dove canto spesso: i giovani sono i primi ad
avvicinarsi, per curiosità; magari poi fuggono perché hanno
paura, ma alla fine tornano da te per il bisogno di aprirsi. Sono
venticinque anni che canto e venticinque anni che mi arrivano
input di giovani - oggi e-mail, messaggi sul telefonino, tutti i
mezzi che oggi i giovani usano - in risposta alle canzoni, ai CD,
ai concerti. Sento che percepiscono.
Che cosa? Anzitutto che sono un prete che prova a
crederci. Non dico che ci riesco, ma ci provo, con semplicità.
Cerco di non fare il cantante o quello che sta sulla copertina dei
dischi, ma di essere un prete. Cerco di pormi come uomo - fragile
- di fronte alla fragilità della vita per poi accoglierle. Cerco
di proporre una Chiesa della bellezza, dell'entusiasmo, della
novità, che in fondo è quella di Gesù Cristo. Cerco di dire che
il bene attrae quanto più del male, e che quindi è ora di
sveglierci. Che prima di credere in Dio occorre credere in se
stessi, perché la sorgente di tutta la nostra vita ce l'abbiamo
addosso. Cerco di dire che ci sono delle vocazioni impegnative
senza le quali il mondo non può migliorare, e che anche i giovani
sono chiamati, come ho fatto io e facciamo in tanti, a consacrare
la nostra vita, in una spionsalità - coniugale o vergine - che
porti nel mondo un peso specifico di positività. Sono impulsi che
che mi sembra che all'animo dei giovani arrivino, perché non è
cambiato. La persona del giovane è cambiata esteriormente: ha
modi differenti di porsi, relazionarsi, vivere, ma quando si
toccano tasti come il perché, il senso della vita, cosa farci
della vita, che vocazione prendere, che cosa Dio vuole da te... i
giovani sono sempre i giovani. Hanno un'anima aperta, che si
lascia scrivere sopra: come ci scrivono gli altri, ci scivono Dio,
la Chiesa, tutti. E io ci credo.
Don Giosy quali sono gli ingredienti per una canzone di
successo? Il successo non sta nel fatto che molti cantino
la canzone e che diventi conosciuta. Importante è che raggiunga
l'anima:questo è il mio successo, il successo di Dio. Gli
ingredienti non te li so dire. Negli anno '60, quando le prime
canzoni cristiane hanno assunto ritmi e modernità nuove con il Père
Duvale, Suor Sorriso, Gembini e altri, sono nati questi «cantautori
di Dio», secondo un'espressione che ho usato io per la prima
volta, e molti presero come una presunzione, perché Dio non
sembrava cantabile, mentre oggi è scontato. Sono emersi uomini
dello spirito, meno professionali, ma con dentro una forte
componente spirituale. I cantautori di Dio li conosco almeno al
90% in Italia e al 50% all'estero, sono persone molto spirituali,
non dei professionisti. A volte non sono dei grandi cantanti ma
hanno dentro melodie che vengono proprio dallo Spirito, come
quelle delle antiche religioni. Sono uomini che si mettono in
ascolto dello Spirito e creano una melodia non per cantarsela
ddosso o per arrivare da qualche parte, ma perché lo Spirito si
esprima. Certo, poi, nel mondo moderno, il lavoro va vestito di
arrangiamento, discografia, e qui occorre fare delle scelte
appropriate, senza copiare i modelli correnti e rincorrere
l'attualità per l'attualità. Occorre invece cercare il frammento
dell'eternità nell'attuale. Proprio perché deve essere musica di
Dio non possiamo mai presentarci con cose fatte in modo banale o
presumere che ogni nostra musica sia musica di Dio.
Componi
per essere ascoltato o per essere ricantato? Anzitutto
compongo per me stesso, per cantare me stesso a Dio. Poi per
essere cantato, per cantare queste cose insieme agli altri, quando
ho visto che c'era una corrispondenza di anime. Poi sono andato
anche verso la canzone di ascolto, perché penso che oggi ci sia
bisogno di canzoni che facciano non soltanto cantare in chiesa e
pregare, ma canzoni che muovano. Quasi una pre-evangelizzazione
della vita, dell'umano, ascoltando le quali uno viene trasportato
verso i valori della vita e verso Dio, dentro la vita semplice.
Questo è ciò che io sento dell'umano, perché ce l'abbiamo
tutti: se Dio lo tocchiamo lì ce l'abbiamo sempre. Il primo che
ha ascoltato la mia canzone più cantata «Prendimi per mano Dio
mio», ha detto che nessuno l'avrebbe mai cantata. E invece è
cantata in tutto il mondo, in tutte le lingue. Noi non sappiamo
che cosa resterà di questo periodo. Degli anni '60 sono rimaste
certe cose. Noi abbiamo un libro di gregoriano che contiene poche
centinaia di pezzi frutto di almeno dieci secoli. Ciò significa
che chi canta non deve preoccuparsi di quanto durerà una canzone,
ma di essere in quel momento un segno dei tempi, voce di Dio
attraverso il tempo e la storia. Ci sono canzoni su cui non si
scommette niente e che arrivano a tutti. Certo oggi conta molto la
pubblicità, ma nemmeno questo basta. Ho cantato e ci sono canzoni
che sono rimaste mentre altre sono passate, però mi sono accorto
che Dio mi ha guidato verso luoghi, esperienze che non avrei mai
pensato di raggiungere: i grandi meeting di 5 mila persone, lo
stadio, l'Ariston di Sanremo, l'America,, l'Africa. Mi commuove
tanto l'ultimo invito che mi è arrivato: Auschwitz il 16 agosto.
C'è qualcosa che appartiene più all'universale che al
particolare, più al sempre che a questo storico.
« Vorrei annunciare il Vangelo nelle strade, come Gesù»
Don Giosy, come sei organizzato per portare in giro la tua
musica? Ai concerti, soprattutto per motivi di spesa,
vado con le basi musicali già fatte. Chi mi accetta sono sempre
parrocchie o ambiti ecclesiali nei quali non ci sono grandi
possibilità economiche di portare un service musicale, dei
professionisti che cantano e suonano. La mia idea è di arrivare
in più luoghi possibili, anche a costo di grandi sacrifici. Ho
anche un complesso musicale, I parsifal, composto da quindici
persone che suonano e cantano, quasi professionisti - i coristi
sono dei giovani. Con questo gruppo facciamo soprattutto le piazze
e i teatri. Da molto tempo ho scelto ho scelto la piazza: è il
luogo dove tutti passano e dove anche Gesù ha molto operato.
Tant'è vero che sto pensando di creare un gruppo per le starde,
con un ragazzo che danza, un paio che fanno teatro... Annunciare
il Vangelo per le strade.
Hai avuto delle stagioni nella tua esperienza musicale? Credo
di si, è naturale. All'inizio c'è una produzione molto
primitiva, chitarra e voce. Per quindici anni sono stato un
cantautore che produceva a getto, senza preoccuparsi né del disco
né di altre cose. A un certo punto però ti accorgi che il mezzo
è importante, per cui da dieci anni a questa parte si lavora in
altri modi,ad altri livelli, in un ambito di ricerca. Proprio in
questo periodo ho terminato il disco su Maria, intitolato «La
finestra della casa di Nazareth», per il CVS - Centro Volontari
della Sofferenza. È un disco acustico ed è la prima volta,
quindi di un certo livello musicale. Anche i testi sono molto più
curati.
Come vivi il tuo essere prete e cantautore? In
Italia, e in tutta Europa, esistono numerosissimi cantautori. La
realtà più bella non è quella cattolica ma quella evangelica.
Loro cercano proprio professionisti per destinarli a questo
annuncio, a questo ministero. È importante che sia un ministero
dato dalla Chiesa più che scelto dalla persona. In Italia c'è «Il
mio Dio canta giovane», associazione nazionale dei cantautori di
Dio, che ho iniziato con Padre Tarcisio Carletti una quindicina di
anni fa, ad Assisi. La maggior parte sono laici e ci conosciamo
quasi tutti. La mia esperienza è meravigliosa. Certo all'inizio
c'è chi si faceva qualche domanda su di me, dal momento che ero
tra i primi. Ricordo un vescovo che voleva riconsacrare la Chiesa
dove avevo suonato la chitarra... Personalmente ho avuto
per&o9grave; un bellissimo incontro con la Chiesa, perché le
canzoni sono entrate nella vita delle comunità. Ho vissuto in
parrocchia per 30 anni: non conta tanto essere cantautore.
Importante essere prete con la gente.
Nel 1972, la scommessa con Dio...
Come hai fatto ad arrivare alla musica e a diventare Giosy
Cento? Da ragazzo, in seminario, ho imparato un po'
d'organo. Poi a 18 anni, perché non credevo più in me stesso, ho
scommesso con me stesso che valevo qualcosa se imparavo a suonare
la chitarra. Così ho fatto, e una sera del 1972 ho scommesso con
Dio che avrei pregato con la chitarra invece che con la Liturgia
delle Ore. Quella sera probabilmente, Lui mi ha dato un
premio-castigo, cioè le canzoni, perché quella sera ho creato
una canzone che non sapevo nemmeno che cos'era... Mi è toccata la
fatica e anche la bellezza di portarla per il mondo. Per diventare
Giosy Cento... Sin da bambino mi hanno chiamato Giosy, che sta per
Giuseppe, e Cento è il cognome di mio padre: qualcuno ha detto
che è un nome d'arte ma non è vero! Ho cominciato a registrare
delle cose con le Edizioni Paoline. Poi un giorno mi è venuto in
mente di andare a verificare se questi dischi venivano comprati
così oppure se erano vissuti, se la gente li cantava in momenti
significativi. All'inizio i miei non erano concerti: facevo degli
incontri in cui parlavo con la gente, discutevo le canzoni,
cantavo qualcosa. Da allora ad oggi saranno stati in 20 anni più
di 1500 concerti in tutto il mondo. Solo nel 2000 ne ho fatti più
di 100. La gente dice che ascolta volentieri più quello che dico
che non quello che canto. È una forma di catechesi, di preghiera.
È sempre un momento forte. A volte penso: basta! alla mia età...
Ma poi c'è ancora qualcuno che crede che sia utile incontrarsi
con un prete a questa età.
MARIA NELLA MIA
VITA
di SIMONE
MORENO
Don Giosy, 'cantautore di Dio' e di Maria
In
più di 500 canzoni 'di catechesi' del repertorio dell'opera del
fondatore dei "Cantautori di Dio", scopriamo di poterlo
ben chiamare anche "Cantautore di Maria". - Don Giosy ci
svela il senso della sua spiritualità mariana.
Abbiamo chiesto al noto 'cantautore di Dio', don Giosy Cento,
parroco per diversi anni a Grotte di Castro (VT) e incaricato
della Pastorale giovanile della sua Diocesi, di raccontarci la sua
singolare esperienza di "ministero della canzone",
iniziata fin dagli anni '70. Più in particolare, gli abbiamo
domandato che parte ha Madonna nella sua vita di sacerdote e di
cantautore, anche in riferimento ai temi 'mariani' che hanno
ispirato le sue canzoni, quelli più sentiti e più
insistentemente proposti ai giovani di oggi. "Il mio incontro
con Maria, come giovane e come sacerdote - esordisce don Giosy -
non è stato facile: la mia spiritualità è partita da Cristo.
Maria è venuta dopo, anche se la mia mamma insisteva molto sulla
devozione alla Madonna. Io, che non ero uno dei rosarianti del
Seminario, ho tuttavia trovato vita nella sua vita, quando ho
messo la Madonna nelle mie scelte di vita. Poi è diventata colei
che ha illuminato tantissime scelte, anche se non in modo
miracolistico: ho sempre creduto che pregare lei, stare con lei
significava soprattutto imitarla e averla vicino.
Mi sono trovato in tanti momenti difficili della mia vita
sacerdotale, come tutti i sacerdoti e come tutti gli uomini, e ho
capito che la Madonna non interviene in modo miracolistico, ma
lascia che ognuno diventi uomo, più uomo; e lei è come la mamma
vicino al figlio malato: non gli toglie il dolore, ma lei è lì.
Una volta, mi ricordo di aver scritto una canzone (editata con il
titolo Madre buona dalle Edizioni Paoline) che dice: Perché io
fossi un uomo. Dicevo: "Mi hai lasciato lottare, / mi hai
lasciato pagare,/ ma perché fossi un uomo, / mi hai lasciato
soffrire. / Eri lì sulla strada, / l'ho sentito, Maria, /mi
bastava: tu c'eri. / Ho capito il Vangelo, / non potevo
sognare."/.
Questa è la mia certezza di Maria, che è diventata anche un
motivo di ispirazione per altre raccolte di canti: oltre a Madre
buona delle Edizione Paoline, una dedicata alla Madonna di Pompei,
intitolata: Ha scelto gli ultimi; e poi, la più recente: La
finestra di Nazareth, un CD uscito quest'anno sul rapporto fra
Maria e il dolore. Ci sono, poi, in tanti altri miei dischi temi
che cantano l'intuizione fondamentale della maternità della
Vergine".
Il sacerdote 'cantautore' Giosy Cento.
"Bene, don Giosy, la tua è una specie di mariologia
cantata. Ma, tra i tanti titoli (ci riferiamo, per esempio, alle
Litanie lauretane) con i quali si onora Maria, se dovessi proporne
uno o due come preferiti, quali indicheresti?".
"Sai, mi pare di avere anch'io scritto qualche 'litania',
intanto nella
raccolta Madre buona; e poi anche nei canti in onore della Madonna
di Pompei. Ma credo che io oggi indicherei: Maria madre della
famiglia, madre dei giovani, madre di una Chiesa di frontiera: che
sono poi tre litanie da cantare alla Madonna in riferimento al
documento Comunicare il Vangelo oggi in un mondo che cambia. Lì
c'è Maria 'Madre dei giovani', perché proprio quel documento ci
dice che dobbiamo interessarci molto dei giovani; poi, 'Madre
della famiglia', perché oggi questa è la frontiera più grande
della storia; e, ancora, 'Madre di una Chiesa di frontiera', cioè
di una Chiesa che non si contenti di conservare, ma - come dice il
Papa - che 'prende il largo".
"E nella vita di tutti i giorni, diciamo nella vita di
parrocchia, incontrando i giovani, che sensazione hai: che la
cosiddetta devozione mariana tradizionale, quella dei nostri
vecchi (con tutto il rispetto per loro), sia un tantino in crisi;
e che, a fronte di questo, stia maturando una devozione mariana un
tantino più profonda, più mariologica? O che non ci si
preoccupa, invece, più di tanto di far crescere la gioventù in
una forte devozione mariana?". "Io credo che la
devozione mariana non si insegna ai giovani: bisogna fargliela
nascere dal bisogno di maternità spirituale che hanno. Cioè,
questa è una strategia di educazione nata con il Concilio:
avvicinare Maria al pellegrinare dell'uomo, al suo cammino di
fede, per scoprire nella Vergine di Nazareth l'icona dell'umanità
che rivela il progetto di Dio e lo realizza. Ma, davvero, secondo
me non è stato fatto troppo da parte di noi educatori perché la
presenza di Maria sia compresa in modo più profondo e più
vicino. Anche se ho conosciuto molti Movimenti che ne fanno
proprio l'icona fondamentale di riferimento per la loro
spiritualità. Credo proprio che ci resti molto da fare, perché
una Chiesa senza la Madonna non è una Chiesa; perché sarebbe
senza Cristo, una famiglia senza madre"
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