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INTERVISTE
MARINA VALMAGGI
Avvenire
- Bologna 7
Il canto incontra la fede
In programma brani popolari ispano-americani
Le chiediamo come si definirebbe. «Dico genericamente che
mi sento una musicista, in certi momenti mi sento più una
cantautrice, in altri faccio più un lavoro musicologico. Sono
anche polistrumentista. Dopo la laurea in lettere ho studiato
musicologia. In particolare mi sono dedicata alla musica popolare,
con l'intento di capire la storia dei popoli. Poi mi sono accorta
che anche in questo c'era una moda. Allora ho cominciato a fare
ricerca sul campo. Quando andavamo in vacanza in Calabria
ascoltavo i canti delle raccoglitrici d'olive e dei pescatori di
tonno. Piccole case editrici mi commissionavano ricerche, e, nel
frattempo, componevo cose mie, come nascevano dall'esperienza
della vita, molti erano canti religiosi. Un'altra ricerca che ho
fatto in modo puntiglioso è stata sulla musica del Medioevo».
C'è un filo conduttore in tutte queste ricerche? Il filo
conduttore è che quando diciamo che la bellezza è lo splendore
del vero, la musica lo è in modo ancora più universale, perché
è come se non avesse limiti. Ho sempre chiesto alla musica di
svelarmi, e di svelare la gioia, l'esperienza, il desiderio
dell'uomo. In questo senso rifuggo dalla musica commerciale, non
per snobismo, ma perché mi aspetto poco. Il concerto che facciamo
oggi pomeriggio è di canti dalla Spagna e dal Sud America,
partendo dalle Cantigas di Santa Maria, del Duecento, scritte da
un re, S.Alfonso Savio. Qui vediamo come il canto popolare, anche
quello antico, parli della storia, delle domande, dei problemi,
della vita. Io la musica la interrogo, poi comporla è un caso.
Da quanto tempo fa musica? Ho studiato, come tanti, uno
strumento. Però la prima mossa cosciente che ho fatto verso la
musica è stata a diciassette anni, quando ho avuto il dono della
fede. Da quando ho avuto una maggiore consapevolezza cristiana la
musica è diventata qualcosa di serio, è un modo di esprimere la
fede e di conoscere gli altri.
Riesce ad entrare in comunicazione con i giovani? I giovani
sono strumentalizzati da chi vuole rimbambirli, con le dovute
eccezioni. I giovani sono un po' schiavi di un certo sistema, ma
appena scoprono una cosa diversa si entusiasmano subito. Il canto
popolare ad esempio li appassiona, perché è molto vario, ben più
della musica leggera che ha sempre gli stessi temi e le stesse
note.
Che posto ha la musica religiosa nel suo lavoro? Da piccola
ho cantato i canti in latino della tradizione. Poi, durante il
Concilio Vaticano II, mi sono trovata a vivere il rinnovamento
della musica religiosa, prima con piacere, poi con molto senso
critico. Bisogna rendersi conto che non tutto si può fare in
chiesa, anche tra i miei canti non tutti sono per la Messa, dico:
fateli durante una gita. Trovo ci sia, in generale, una scarsa
sensibilità.
Ci può raccontare qualche progetto per il futuro? Ho
realizzato il sogno di una vita: fare delle edizioni musicali. Si
chiamano Roda Viva e pubblicano buona musica, con esecutori che
credono in quello che fanno, dando voce a musiche antiche o
nuovissime.
Che origine ha il gruppo con cui canta oggi? È nato
dall'incontro con studenti e musicisti dell'ateneo bolognese. Io
vengo dal gruppo degli Zafra, che avevo fondato con i miei alunni.
Doveva essere un'esperienza scolastica e ci siamo trovati a girare
il mondo per dieci anni. Abbiamo smesso quando sono arrivati i
figli. Con uno dei miei figli e dei suoi amici adesso abbiamo
fatto i Roda Viva, che hanno talenti differenti, suonano altri
strumenti, ma abbiamo ricominciato: è stata come una rinascita.
Perché della musica non ci si sbarazza tanto facilmente, ti viene
sempre a cercare.
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