Pompei, ‘tempio della pace', ricorda gli eroi di Nassiriya
Incontro con Don Amelio Cimini, direttore artistico de “La memoria e/è il canto”
di: Maria Cristina De Angelis



Due giorni per invocare la pace con preghiere a ritmo di musica. ''La memoria e/e' il canto'' , la rassegna musicale cristiana nata nel 2002, si è svolta a Pompei (Na) in occasione del 129° anniversario dell'arrivo nella città dell'icona della Vergine del Rosario.
Quest'anno la manifestazione è stata dedicata alla memoria dei caduti italiani a Nasiriya, così come ci spiega Don Amelio Cimini (foto a destra), Presidente dell'associazione ‘Musica e Vita' di Roma e membro della Consulta dell'Ufficio Liturgico Nazionale nonché direttore artistico dell'evento.
“La memoria e/è il canto” è una manifestazione, giunta ormai alla sua seconda edizione, capace di racchiudere la fede e la preghiera delle celebrazioni religiose nella musica e nella poesia proprie del concerto di chiusura. Perché avete scelto proprio Pompei?
“Pompei è un luogo di incontro, “il tempio della pace”, così è stato definito da Bartolo Longo, e allora abbiamo creduto veramente non solo opportuno, ma estremamente indicativo far svolgere qui questa manifestazione, che ha quale obiettivo quello di ricordare tutti i caduti per la pace.”
La data che avete scelto è emblematica perché ricorre l'anniversario della strage di Nasiriya, come il giorno del primo concerto l'11 settembre 2002 a S. Giovanni Rotondo, quindi, la data come un simbolo?
“Sappiamo, è inutile nascondercelo, che ormai il terrorismo è il male dei tempi moderni, è il loro grave problema. Allora, invece di fuggire e di far finta di niente, che è una cosa sciocca ed assurda, cerchiamo di confrontarci con questo grande dramma in modo sereno, cristiano, forte, guardandolo in faccia. È inutile puntare il dito e condannare, bisogna proporre e noi lo facciamo, portando avanti un messaggio che possa veramente unire popoli, culture, razze diverse, non nella distruzione ma nella costruzione di una realtà nuova.”
Le sue parole sembrano invocare il ricordo per una speranza. Ma di questi tempi suona anacronistico parlare di speranza…
“Ecco dove entra il discorso della fede. Certo noi da soli, come piccole creature, esseri umani sperduti nell'universo, possiamo costruire ben poco. Però queste manifestazioni vogliono ricordare che un giorno Dio è venuto su questa nostra misera terra per aiutarci a ritornare alla casa del Padre e a camminare verso quella casa da fratelli non da nemici. “La memoria e/è il canto” per piantare quel seme di eternità che attraverso Maria, madre di Cristo, e attraverso Cristo stesso, principe e portatore della pace, tutti siamo invitati a coltivare.”
La strage degli innocenti di Beslan, la guerra in Iraq, la violenza in Palestina: la memoria del passato per un nuovo futuro, tuttavia i focolai di guerra stenteranno a spegnersi…
“Sì, però non possiamo stare ad aspettare che si spengano da soli. Noi cerchiamo di procedere seminando questi messaggi e donandoli alle persone con le quali veniamo in contatto e che ci seguono. Questo non è un ideale legato alle sagrestie, ma è un messaggio che può far risorgere l'umanità intera, quindi fuori dalla Chiesa, affinché fuori da essa circoli e arrivi sempre più lontano. Non nelle chiacchiere, ma è nella vita che si costruisce la pace.”

 

 

 

   

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